Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

L'impero romano da Ulisse di Alberto Angela 2002

1^ parte
La società
Gli acquedotti
Le strade

Bibliografia ragionata

Acquedotti

acquedotto

I romani replicavano il proprio modello urbanistico su tutti i territori conquistati e gli acquedotti ne erano un elemento essenziale. Quello che si può ammirare sul fiume Gardon, nel sud della Francia, è forse quello più spettacolare ed elegante fra tutti quelli rimasti oggi. E’ lungo 370 metri, ha tre ordini di arcate ed è alto 48 metri. Venne costruito nel 48 a.C. da Agrippa per rifornire la città di Nemansus, oggi chiamata Nîmes. Nel Medioevo poi gli fu aggiunto un ponte per il passaggio di carri e persone. Ha sei archi nel livello inferiore e uno addirittura largo quanto una piscina, cioè 25 metri, ne ha undici in quello intermedio e 35 in cima. Dietro questo aspetto così elegante in realtà ci sono esigenze ben precise dell’ingegneria, non solo quelle di scaricare pesi e forze ma, per esempio, l’ultima serie di archi in cima serve, ovviamente per diminuire il peso complessivo, ma anche per diluire la superficie offerta al vento, insomma è un po’ come fare di buchi in una vela. Gli archi alla base, invece, sono molto spessi, addirittura sei metri e mezzo, per resistere alla corrente del fiume. Il fatto che l’acquedotto sia ancora qui dopo più di duemila anni testimonia la correttezza del progetto. In cima a questo complesso gigantesco sistema di archi c’è il condotto all’interno del quale scorreva l’acqua, ben 35 milioni di litri al giorno, un vero e proprio fiume, e questo per sei secoli di fila. Questo ha accumulato alle pareti dell’acquedotto delle incrostazioni che oggi formano una specie di materasso di pietra ed è un vero e proprio libro che i ricercatori hanno potuto leggere perché racconta la storia dell’acquedotto: il primo strato, molto sottile, ci dice che per una decina d’anni questo acquedotto fu in rodaggio, c’erano piccole modifiche, e poi per due, tre secoli l’uso fu regolare, con delle continue manutenzioni e pulizie, ma alla fine venne usato non per alimentare la città, che aveva altri modi per rifornirsi di acqua, ma per irrigare i campi. In effetti le incrostazioni si fanno più grezze, c’è terra dentro, segno che c’era meno manutenzione. Ma cosa ha spinto per così tento tempo l’acqua, qual era il suo motore? Era semplicemente la pendenza, l’acquedotto era inclinato, ma di pochissimo, di appena 25 cm. ogni chilometro e tutto per 50 km, tanto distano le sorgenti dalla città. L’acquedotto è in buona parte sotterraneo ed emerge solo raramente, con dei ponti bellissimi. Il segreto di queste strutture era dunque la forza di gravità, per questo invece di procedere in linea retta spesso facevano ampie traiettorie con curve o ponti, per mantenere costantemente la pendenza corretta o, a volte, per passare sui terreni di qualche uomo potente che ci speculava. I romani impiegavano pochissimo tempo per costruire un acquedotto, per quello sul fiume Pardon sono stati necessari appena quindici anni, dal momento che è lungo 50 km ed è quasi tutto sotterraneo; inoltre a quel tempo si usavano strumenti semplicissimi, al massimo una gru di legno azionata da una grande ruota messa in moto dagli schiavi. I lavori erano diretti dagli architetti, realizzati da maestranze specializzate, spesso legionari, e la manodopera aveva costo zero perché erano gli schiavi. Nel museo vicino all’acquedotto si possono capire molte cose: l’elemento centrale era l’arco, nel cui impiego i romani raggiunsero un tale livello di perfezione che esso diventò il modello centrale della loro architettura. Dalle cave, poco lontane dal sito, si estraevano i blocchi: la pietra era un calcare morbido quando veniva alla luce ma si induriva rapidamente con il passare dei giorni, quindi era facile da lavorare ma poi diventava quasi indistruttibile. Si utilizzavano strumenti semplicissimi, come picconi e mazze, si scavavano dei solchi profondi e poi si infilavano dei cunei di ferro e si continuava a battere fino a quando non si spaccava un blocco delle dimensioni volute. Erano blocchi pesantissimi, cinque o sei tonnellate, che venivano fatti scendere dentro le cave con scivoli e corde, fatti poi rotolare su rotoli di legno e infine sollevati con gru e portati al sito, dove venivano sagomati. A questo punto avveniva l’operazione di messa in opera, la realizzazione degli archi: si costruiva un’impalcatura ricurva in legno ancorata ai pilastri e si cominciava a mettere i blocchi partendo simultaneamente dai due lati fino a chiudere completamente l’arco, e l’ultimo blocco fungeva da chiave di volta. Portate quindi via tutte le travi e l’impalcatura, l’arco rimaneva in piedi proprio grazie al suo peso e le forze venivano scaricate lungo i pilastri che dovevano essere possenti e molto robusti.

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