Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

La prosa narrativa moderna ( 1700-'800-'900)
Pieter de Meijer, Achille Tartaro, Alberto Asor Rosa “La narrativa italiana dalle Origini ai giorni nostri” a c. di A. Asor Rosa, Einaudi, 1997

La storia
La storia romanzesca come finzione
L'ambientazione verosimile (la rappresentazione dello spazio)
L'ambientazione verosimile (il tempo della storia)
L'ambientazione verosimile (ambienti sociali)
Individuo e mondo

 

L'ambientazione verosimile (la rappresentazione dello spazio)

Nella rappresentazione dello spazio il contrasto fra il “romanzesco” e la verosimiglianza esterna si traduce nella differenza fra ciò che Bachtin chiama “un’estensività spaziale astratta” (p. 246) e uno spazio storicamente determinato. Lo spazio astratto può essere quello delle fiabe, ma anche quello di una città la cui identità storica non incide nell’azione che vi si svolge. Il Codice di Perelà è ambientato in una città che, pur alludendo alla Roma dell’epoca, è priva di identità storica, come i paesi delle fiabe e come l’Africa di Marinetti. Così avviene anche nel romanzo della nuova avanguardia, dove l’ambiente viene percepito ma non collocato geograficamente; inoltre qui manca anche la continuità dello spazio.

Una forma intermedia è costituita dall’ambientazione in cui i nomi dei luoghi non sono quelli veri, ma avviene ugualmente una certa identificazione storico-geografica. Il romanzo settecentesco ha sfruttato ampiamente questo modulo: in Abaritte i nomi di Tangut, Tartaria, Siberia e Nuova Zembla nascono rispettivamente l’Italia, la Prussia e l’Austria, la Francia e l’Inghilterra, e nei Viaggi di Enrico Wanton il paese delle scimmie camuffa satiricamente la realtà veneziana. Nel ‘900 pensiamo al Maradagàl per la Brianza (e per l’America latina) nella Cognizione del dolore di Gadda e alle Città invisibili di Calvino, dove nella descrizione di città inventate si colgono allusioni a città reali del passato e del presente

Prevale però la tendenza a rendere verosimile l’ambientazione immaginaria e se nel ‘700 predomina ancora lo spazio astratto si raggiunge con il verismo l’apice della verosimiglianza (cf. i Colli Euganei di Ortis, la Lombardia di Renzo e Lucia, il Friuli di Carlo Altoviti, l’Aci Trezza dei Malavoglia, la Toscana di Pratesi, le colline delle Langhe di Pavese, la periferia di Roma di Pasolini). Alla rappresentazione verosimile di città italiane non si contrappone una rappresentazione altrettanto ricca e significativa di luoghi stranieri. L’ “esteromania” astratta del romanzo settecentesco non ha seguito nella narrativa successiva e il comportamento di Ortis, che vuole andarsene dall’Italia ma si ferma al confine appare come il simbolo del comportamento del narratore italiano. Fede e bellezza di Tommaseo, ambientato soprattutto in Francia, occupa anche a questo riguardo una posizione eccentrica. E se l’esotismo di Salgari alla fine dell’800 e all’inizio del ‘900 può avere avuto un notevole successo di pubblico, esso non ha ispirato un filone consistente di storie ambientate fuori d’Italia (forse il fenomeno si deve alla grande diffusione della letteratura straniera in Italia). Si pensi alle conseguenze di ciò sulla trattazione del tema del viaggio, così frequente nella nostra letteratura: l’esperienza di Ortis è paradigmatica anche a questo riguardo e dimostra che per l’esperienza italiana non funziona la distinzione bachtiniana fra il cronotopo della strada che passa attraverso il paese natio e le sue varietà storico-sociali da una parte e quello delle peregrinazioni in un mondo straniero dall’altra (pp.392-393); per il personaggio-viaggiatore italiano, fino a un’epoca assai recente, era possibile andare all’estero senza passare il confine italiano. Per un personaggio come ‘Ntoni Malavoglia non sembra che vi sia molta differenza fra una città italiana e Alessandria d’Egitto.

L’eroe di una storia è sempre viaggiatore anche se lo spazio è ridotto al minimo: si pensi a ‘Ntoni Malavoglia, anche quando va soltanto “girelloni per il paese”, o ad Alfonso Nitti, che in Una vita si sposta dal paese d’origine a Trieste, o a Michele, la cui storia negli Indifferenti si svolge quasi tutta in spazi chiusi, ma i cui spostamenti non sono certo trascurabili se visti, come afferma B. Basile (Lo specchio e la finestra, in La finestra socchiusa. Ricerche tematiche su Dostoevskij, Kafka, Moravia e Pavese, Pàtron, Bologna 1982, p.122) come continuo e vano ripetersi del confronto tra “carcere” e “fuga”.

Lo studio del rapporto tra personaggio e spazio molto ci dice sul personaggio stesso e nota è tesi di Lotman, per cui la rappresentazione dello spazio esprime la visione del mondo, è sempre diviso in almeno due campi, e l’eroe è colui che passa la frontiera tra questi due campi (La struttura del testo poetico, Mursia, Milano 1972, pp. 261-288); vedi la storia di Renzo, di ‘Ntoni, di Silvestro in Conversazione in Sicilia, di Anguilla in La luna e i falò; [anche se poi precisa tale affermazione parlando di polifonia dello spazio (p.273)]. Lo spazio è poi anche spazio sociale ed è quindi analizzabile come rapporto del personaggio con una certa comunità.


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