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La
prosa narrativa moderna ( 1700-'800-'900)
Pieter de Meijer, Achille Tartaro, Alberto Asor Rosa “La
narrativa italiana dalle Origini ai giorni nostri” a c.
di A. Asor Rosa, Einaudi, 1997

L'ambientazione
verosimile (ambienti sociali)
Anche la narrativa che si abbandona al “romanzesco”
rispetta in qualche modo una certa verosimiglianza sociale.
I Promessi
sposi offrono l’esempio di un romanzo in cui lo spazio sociale
è particolarmente vasto e si estende dall’ambiente
di un filatore di seta e di una contadina fino ai centri di potere
politico e ideologico. Se il romanzo settecentesco è prevalentemente
di ambientazione borghese e se anche un Ortis è un personaggio
borghese, con l’avvento del romanzo storico le cose cambiano:
nel romanzo storico non manzoniano domina un ambiente aristocratico
di personaggi illustri. Il fascino dell’aristocrazia perdura
a lungo ed effettivamente si nota l’interesse per l’ambiente
aristocratico in scrittori molto diversi come Oriani nel romanzo
No, Verga, il cui programma prevedeva già al terzo gradino
La duchessa di Leyra, Fogazzaro con Malombra, D’Annunzio
con Il piacere e addirittura Luigi Capuana con Il marchese di
Roccaverdina. Nel ‘900 si verifica ancora qualche recupero
come Il gattopardo.
In contrasto
con questa linea discendente dell’ambiente aristocratico
si può tracciare una linea ascendente per il mondo subalterno.
Nella seconda metà dell’800 è dapprima il
mondo dei contadini ad affiorare nella narrativa rusticale, ma
è soltanto con la scapigliatura e il verismo che il ceto
subalterno conquista un sempre precario diritto di cittadinanza
nella repubblica delle lettere romanzesche.
Con la Scapigliatura
comincia l’interesse narrativo per il ceto operaio delle
città industriali nei romanzi di Tarchetti (Paolina) e
Arrighi (La canaglia felice), interesse che si rinnova nel romanzo
“socialista” degli anni a cavallo fra i due secoli,
di Paolo Valera (La folla), Gian Pietro Lucini (Gian Pietro da
Core) e Giovanni Cena (Gli ammonitori): per un esame di questi
romanzi sotto questo aspetto vedi R. Paris, Il mito del proletariato
nel romanzo italiano, Garzanti, Milano 1977, pp. 79 ss.). Tale
interesse si rinnova ancora negli anni ‘30 nei Tre operai
di Carlo Bernari e nel dopoguerra con il romanzo neorealista,
ad esempio Cronache di poveri amanti di Pratolini. E solo da allora
si può dire che l’ambiente operaio si è affermato
come un ambiente normale della narrativa letteraria, con sviluppi
che portano a Memoriale di Paolo Volponi e a Vogliamo tutto di
Nanni Balestrini. Appartengono a questo filone anche Ragazzi di
vita e Una vita violenta di Pasolini.
Il verismo,
benché non abbia trascurato del tutto il mondo del proletariato
delle città (ricordiamo La bocca del lupo di Remigio Zena),
si è concentrato soprattutto sulla campagna, su contadini
e pescatori primitivi, e più nelle novelle che non in romanzi:
si pensi a novelle come Rosso Malpelo e Vagabondaggio di Verga,
mentre i Malavoglia in fondo sono piccoli proprietari che hanno
da perdere qualche cosa. In ogni caso, per la rappresentazione
di una problematica sociale come quella emergente nei Malavoglia,
il romanzo verghiano, a prescindere dall’opera di Pratesi
(L’eredità), non ebbe seguito. Anche per questo filone
bisogna aspettare fino agli anni ‘30 e poi fino al periodo
del neorealismo per avere nuove manifestazioni significative:
Fontamara di Silone, Paesi tuoi di Pavese, La malora di Fenoglio
e Le terre del sacramento di Jovine. Malgrado l’importanza
del populismo nella narrativa italiana (come è noto il
problema è stato studiato da un punto di vista esplicitamente
politico da Asor Rosa, Scrittori e popolo. Saggio sulla letteratura
populista in Italia, Roma 1965; il critico esprime un giudizio
di condanna globale e definitiva) non si può dire dunque
che la scelta di ambienti subalterni abbia prodotto un’alternativa
solida rispetto alla prevalente ambientazione borghese.
Naturalmente
l’ambientazione in un certo contesto sociale non significa
che la storia riguardi solo quel ceto sociale. Il contrasto tra
le classi fin dal ‘700 fa parte del repertorio delle sceneggiature
romanzesche: le Ultime lettere di Jacopo Ortis, ad esempio, non
sono un’opera particolarmente ricca di problematica sociale,
ma della storia di Jacopo fa parte inscindibile il contatto con
i contadini, che egli ora disprezza, ora ammira per la semplicità
della vita. Un esempio ancora più significativo è
quello degli Indifferenti, la cui storia si svolge quasi interamente
negli spazi chiusi della borghesia: una delle rare aperture è
costituita dall’incontro di Michele con una prostituta,
la cui vita gli sembra nella memoria un “paradiso di concretezza
e di verità”. Questi esempi servono non solo ad illustrare
la presenza del contrasto tra le classi, ma anche a mettere in
luce come nel contrasto le classi, non diversamente dai luoghi,
possono caricarsi di valori diversi e opposti, suggerire la realtà
di una vita diversa da quella che si vive tra i limiti della condizione
sociale in cui si è nati. Va tuttavia tenuta presente la
differenza fra lo spazio nel senso letterale e lo spazio metaforico
che è la società. Mentre i luoghi si presentano
all’esperienza sotto un duplice aspetto, astratto e concreto,
cioè come una città , una casa, etc. e poi, eventualmente,
come questa città, questa casa, ecc., la società
si presenta soprattutto sotto l’aspetto individuale. Intervengono
nella storia romanzesca gruppi anonimi, nobili, borghesi, operai,
la folla, i rappresentanti del potere, ma l’incontro fondamentale
dell’eroe con la società avviene non su questo piano,
ma soprattutto sul piano dei rapporti individuali (per il modo
di analizzare i personaggi in base a un “paradigma di tratti”
cfr. S. Chatman, Storia e discorso, p. 130-36).
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