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Testi
in prosa
La
ragazza di Bube di Carlo Cassola
Negli anni Sessanta il successo di pubblico di questo romanzo
fu enorme e venne ulteriormente riconosciuto dall’assegnazione
a Cassola del Premio Strega. La critica, però, non fu mai
benevola nei confronti di uno scrittore che all’ “engagée”
di cui parlava Sartre preferì sempre una soluzione affatto
diversa, contrassegnata da quel marchio lirico-intimista che sanciva
l’esaurirsi della corrente neorealista: la neo avanguardia
lo definì “la Liala degli anni Sessanta”, mentre
critici come Asor Rosa e Fortini ne hanno decisamente avversato
le posizioni ideologiche, condizionando negativamente anche il
giudizio sull’opera letteraria. Uno scrittore, Cassola,
che di tale clima di ostracismo risente ancora oggi, ma che andrebbe
invece recuperato proprio alla luce di una prosa di alta qualità
letteraria, ma anche, nell’ambito di uno studio sul mondo
editoriale e sulla ricezione, come autore che inaugura la tipologia
editoriale di “romanzo di massa”, un prodotto che
dopo di lui costituirà un vero e proprio obiettivo d’investimento
da parte delle case editrici. La storia è quella di Mara,
una ragazza toscana di umili origini, e del suo amore per Bube,
un giovane partigiano che, in seguito ad un omicidio politico
commesso subito dopo la fine della guerra, è costretto
a subire un lungo e duro processo che lo vedrà condannato
a diversi anni di carcere. Una vicenda sulla Resistenza, dunque,
ma anche sul clima sociale e politico che contrassegna gli anni
del dopoguerra e del boom economico: eppure tutto ciò resta
sullo sfondo, in quanto la narrazione è tutta incentrata
sulla figura della protagonista, una figura femminile tutt’altro
che anacronistica. Fin dalle prime pagine il narratore esterno
focalizza la narrazione dal punto di vista del personaggio principale
e la posizione del narratore implicito emerge proprio dall’evoluzione
che Mara porta a compimento grazie alle vicende che attraversa,
mostrandoci come non siamo di fronte ad un testo ingenuo né
vuotamente sentimentale, anche se si innesta su un topos vecchio
come il mondo, quello della separazione dei due amanti. All’inizio
Mara è una ragazzetta piuttosto superficiale, che non riflette,
ma “civetta” con gli altri e con se stessa, coltivando
un rapporto quasi ossessivo con lo specchio e con una fisicità
così prorompente nel suo sbocciare da impedirle un vero
rapporto con gli altri. Non a caso la perdita del fratello partigiano
viene registrata con assoluta indifferenza: “Quanto a lei,
non gliene era importato nulla; anzi, era contenta che ormai la
camera di Sante era diventata sua, mentre prima le toccava dormire
in cucina”. Le cose cambiano nel momento in cui conosce
Bube: inizialmente Mara vede il rapporto con il ragazzo come una
delle tante sfide intraprese con la cugina per suscitarne la gelosia,
ma pian piano finisce per innamorarsi veramente e da questo momento
inizia il suo mutamento, che da una situazione di superficiale
spensieratezza la condurrà, attraverso l’esperienza
del dolore, alla conquista della sua identità, alla consapevolezza
di essere per sempre “la ragazza di Bube”. In questo
processo un ruolo fondamentale viene compiuto dal viaggio: lo
spostamento del personaggio nello spazio, anche quando si tratta
di andare soltanto “girelloni per il paese” come nel
caso di ‘Ntoni Malavoglia, non è mai trascurabile
se tali spostamenti sono visti, come afferma B. Basile, come continuo
e vano ripetersi del confronto tra “carcere” e “fuga”.
Nota è anche la tesi di Lotman, per cui la rappresentazione
dello spazio esprime la visione del mondo, sempre diviso in almeno
due campi, e l’eroe è colui che passa la frontiera
tra questi due campi: si pensi alla storia di Renzo, di ‘Ntoni,
di Silvestro in Conversazione in Sicilia, di Anguilla in La luna
e i falò. Un primo allontanamento dal paese, nel quale
Mara non si riconosce, la conduce alla scoperta dell’amore
con Bube, mentre il secondo le fa scoprire la vita cittadina e
un nuovo amore, che per un momento sembrano allontanarla per sempre
dalla fase iniziale della sua vita, ma che si concludono con il
definitivo ritorno al paese e a Bube, con una nuova consapevolezza
e soprattutto con la maturità derivante dal dolore. Vi
sono, infine, i numerosi viaggi, che verso la fine del romanzo
Mara compie per assistere al processo del fidanzato: anche questi
sembrano allontanarla e vederla estranea a quello che sta avvenendo,
ma poi finiscono per ricondurla simbolicamente al suo primo amore.
Particolarmente significativa al riguardo la struttura dell’ultima
parte, quella relativa agli esiti del processo: lo scrittore tiene
in sospeso il lettore fino alla fine attraverso la tecnica dello
stacco temporale (ellissi), visualizzato nello spazio bianco che
separa brevi quadri narrativi in cui la figura della protagonista
finisce per visualizzarsi, quasi in un piano sequenza cinematografico,
nella sua orgogliosa solitudine. Fondamentale nel romanzo, come
del resto nella restante produzione di Cassola, in modo particolare
ne Il taglio del bosco, è la descrizione del paesaggio,
che riflette specularmente l’intimità dei personaggi:
di particolare rilievo al riguardo l’opposizione che si
crea tra l’ambiente naturale che fa da sfondo alle giornate
trascorse da Mara e Bube nel casolare di campagna dove il giovane
si nasconde prima dell’espatrio e l’ambiente cittadino
che vede nascere e morire la relazione della ragazza con l’antagonista,
l’operaio che rappresenta quella fascia di sinistra che
dopo la guerra cerca di acquistare consapevolezza attraverso la
cultura. Ad una natura rigogliosa e solare cui fa da sfondo la
tenerezza degli approcci impacciati dei due ragazzi, tanto più
indifesi quanto più coinvolti in eventi più grandi
di loro, si oppone un paesaggio notturno, nebbioso e malinconico,
la cui unica luce è quella di una fabbrica che rappresenta
per Mara l’alternativa alla vita con Bube, un’alternativa
che esercita su di lei un richiamo profondo ma che non riesce
a infrangere il legame che lega i due giovani. Mara compie una
scelta che la condurrà alla scoperta di se stessa, una
scoperta che diviene palese nel momento in cui rivede l’antagonista
sposato con un’altra pochi mesi dopo averle giurato eterno
amore: uno spirito borghese dal quale la ragazza è sempre
fuggita. L’interesse per l’interiorità del
personaggio viene spiegato dallo stesso Cassola quando parla di
ricerca, attraverso l’arte, del subliminale come ricerca
di ciò che sta sotto l’atto pratico e che deve essere
ricercato e portato alla luce. C’è, infine, un altro
aspetto da prendere in considerazione ed è quello, forse,
che rende più attuale il romanzo, in un momento di fervente
dibattito revisionistico. Sicuramente Cassola, pur rappresentando
la Storia nei suoi romanzi, appare più interessato, come
abbiamo visto, alla storia interiore dei suoi personaggi, che
finiscono per aderire ai grandi eventi pubblici solo per dimenticare
sventure personali, come nel caso dell’adesione alla Resistenza
del protagonista maschile del romanzo Fausto e Anna. Tuttavia
in questo romanzo la posizione dell’autore implicito in
relazione a questioni politiche come quelle del ruolo della Resistenza
o dell’atteggiamento dei partiti della sinistra nell’immediato
dopoguerra sembra emergere chiaramente: dai dialoghi dei personaggi
emerge uno sguardo lucido sulle storture della Resistenza, sulla
mitizzazione di un movimento che degenerò in atti di violenza
e sopruso, sull’atteggiamento ambiguo dei partiti della
sinistra e di Togliatti in primis, che si adoperò per entrare
al governo anche a prezzo di compromessi che danneggiarono le
fasce politiche che il suo partito avrebbe dovuto sostenere. Certamente
tutto ciò, pur mediato attraverso i personaggi di un testo
narrativo, di una finzione dunque, non poteva passare inosservato
negli anni Sessanta alla critica marxista che aveva in mano le
redini del giudizio letterario. Lo stile, scarno ed oggettivo,
privo di interventi da parte del narratore, tende a riprodurre
il linguaggio delle classi umili senza però arrivare all’impiego
del dialetto col quale si correva il rischio di commettere lo
stesso errore dei testi neorealistici, pura riproduzione del parlato
in chiave mimetica e con effetti cronachistici, senza alcuna mediazione
narrativa. Cassola preferisce il termine semplice, l’uso
del dialogo per conferire immediatezza e vivacità espressive,
l’impiego di una sintassi paratattica. Nel testo considerato
forse la più riuscita prova artistica dello scrittore,
Il taglio del bosco, la tematica lirico intimistica prenderà
a tal punto il sopravvento che gli eventi saranno pochi e lo stile
paratattico servirà per mettere in luce la solitudine e
la malinconia dell’uomo in un mondo in cui tutto si ripete,
nella monotona quotidianità, lasciandolo solo col proprio
dolore. Utilizzo didattico (1): inserimento in un modulo storico-culturale
sulla Resistenza, ponendo in luce per la parte letteraria i romanzi
che se ne sono occupati, per la parte storica il dibattito critico
scatenatosi in questi ultimi anni dalla storiografia revisionistica.Utilizzo
didattico (2): inserimento in un modulo tematico sulla visione
della storia nel romanzo tra Ottocento e Novecento e sul conseguente
rapporto tra intellettuale e società, tra intellettuale
e potere.
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