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GITA IN SARDEGNA CON LA DROGA:
ADESSO PARLIAMO NOI
Dopo quanto è successo durante la gita in Sardegna, le
pagine dei quotidiani locali si sono riempite di interventi sull’episodio
della requisizione di sostanze stupefacenti ad alcuni studenti
del liceo “Marconi”.
Il mondo degli adulti ha cercato
di capire, interpretare e, in qualche caso, giudicare. Manca,
però, il punto di vista di chi può davvero comprendere
l’accaduto, non tanto perché direttamente coinvolto,
quanto perché anagraficamente e spiritualmente vicino ai
partecipanti alla gita.
Qual è la tua posizione a riguardo?
Chi volesse partecipare al confronto, può inviare il suo
contributo all’indirizzo mail inserito nella voce “Contatti”.
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| Leonardo |
Io personalmente non mi drogherò
mai, primo perché non voglio morire e ridurmi come un vegetale,
secondo perché ho paura di mio padre, perché mi dice
continuamente che se mi “becca”, anche solo a fumare,
“mi mena”. Detto così, potrebbe anche far ridere,
ma per me è importante, infatti non ho mai fumato, non perché
ho paura del fumo, ma di mio padre! Inoltre penso ci siano modi
migliori per divertirsi senza drogarsi e praticarli servirebbe anche
a prevenire queste cose. Secondo me bisognerebbe informare gli studenti,
portarli in un centro di disintossicazione e farli parlare con quelli
che una volta erano drogati, quelli che con tutte le loro forze
stanno cercando di tornare come prima, insegnare loro a capire,
anche a scapito di qualche altra materia.
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| Giulia S. |
Molti genitori pensano che certe
cose accadano solo ad altri ragazzi, magari ai figli degli amici,
senza mai prendere in considerazione che anche il loro potrebbe
trovarsi in un contesto simile. Questo perché si tende ad
idealizzare il proprio figlio, a rinchiuderlo illusoriamente in
una sfera di cristallo, a vederlo solo per com’è a
casa, senza pensare troppo che al di fuori delle mura domestiche
c’è un mondo, di cui il proprio figlio è coprotagonista.
Odio quei genitori che cercano di imporsi, egoisticamente, nella
vita del figlio, lo opprimono, cercano di proteggerlo eccessivamente,
dicono che si fidano di lui, ma non del mondo che lo circonda. Molti
pensano di far del bene ai propri figli sostituendoli nelle prove
che la vita pone sul loro cammino, essendo accomodanti, facendo
tutto ciò che gli viene chiesto, ma non è così
che si fa il bene del proprio figlio, non è così che
la vita lo attende. Sono pienamente d’accordo con il parere
della sig.ra Borghi, soprattutto quando afferma che, per quanto
più difficile, è meglio dire dei “no”.
Questo noi ragazzi non lo capiamo, troppo presi come siamo da noi
stessi e accusiamo i nostri genitori di rovinarci la vita, ma sono
i “no”, il dolore, la sofferenza, a formare e a preparare
alla vita, sono le difficoltà che insegnano a superarne delle
altre e ad avere quella marcia in più; avere “tutto
e subito”, pianificato, risolto, facile, perché c’è
già qualcuno che se n’è preoccupato per noi,
magari lì per lì ci aiuta, ma a lungo andare ci spiazza.
Sono piuttosto d’accordo anche con il vicepreside, perché
penso che abbia capito quel qualcosa che non è chiaro a tutti,
quella che lui stesso chiama “l’altra faccia della luna”.
Molti hanno criticato le gite perché futili e generatrici
di problemi, ma non è così perché in quei quattro,
cinque giorni si capisce di più di una persona di quanto
non si possa aver capito in un intero anno scolastico, e non mi
riferisco solo a ciò che il docente può capire dell’alunno,
ma anche a quello che l’alunno può capire del suo professore
o di un suo compagno.
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| Andrea |
Io credo che la settimana verde
sia una cosa molto importante all’interno della scuola perché,
oltre ad educare, contribuisce a creare ulteriore socializzazione
tra ragazzi di classi diverse. Sono pienamente d’accordo con
ciò che dicono il vicepreside e la prof.ssa Campanini, mentre
ritengo errata la proposta di tornare alla gita di uno o due giorni,
perché una gita di questo tipo è comunque diversa
da quella di una intera settimana. Non si può abolire la
settimana verde perché, per noi, è anche un momento
di sfogo prima di giungere alle verifiche di maggio che, ogni anno,
lasciano sempre qualche vittima. Per risolvere il problema, penso
che bisognerebbe chiamare i cani sia all’andata che al ritorno
e istituire, tra le possibilità di viaggio, più gite
da una settimana, in modo da ottenere un maggior controllo dei ragazzi
e un minore stress per gli insegnanti. Certo, l’organizzazione
sarà più impegnativa, ma alla fine il risultato ripagherà
del lavoro fatto. Secondo me la sig.ra Borghi dice delle cose molto
giuste come, ad esempio, il fatto che sia importante dare delle
limitazioni ai figli, senza però essere iperprotettivi, poiché
il ragazzo ipercontrollato finisce, prima o poi, per andare contro
agli stessi genitori che, impedendogli qualsiasi cosa, hanno reso
la sua vita insopportabile. L’alunno, infatti, alla fine di
una settimana di compiti e di interrogazioni, ha bisogno di sfogarsi,
uscire con gli amici e dimenticare per almeno un giorno la scuola.
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| Giulia T.
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Io non parlo in prima persona,
ma intorno a me, ogni giorno, ho purtroppo persone a cui voglio
bene e amici che fumano sigarette e “canne” come se
niente fosse, e ne fanno uso come uno dei bisogni primari. In una
sera si finiscono un pacchetto, e puntualmente vanno al tabacchi
per ricomprarne un altro. Si sballano e si divertono, ma molto spesso
hanno paura dei giudizi altrui, hanno paura che qualcuno li possa
vedere, perché hanno paura dei genitori. I genitori non devono
assolutamente sapere mai niente su quello che fanno i figli e soprattutto
che fumano; le gomme da masticare sono una soluzione per la loro
paura, sono un rimedio contro i genitori; come una gomma che cancella
gli sbagli. Il chewingum elimina il cattivo alito e allontana i
sensi di colpa. Con l’eccessivo scalpore creato dai giornali
dopo i fatti della Sardegna, molti genitori hanno aperto gli occhi
dal lungo letargo e, finalmente, dico finalmente perché spesso
i “grandi” sono ingenui, si sono accorti del mondo in
cui vivono i loro figli. Spaventati e preoccupati, danno la colpa
alla scuola criticandola sulle gite: non capiscono, o non vogliono
capire, che tanto la droga, se c’è, è dappertutto,
e il caso che è successo in Sardegna è solo uno, che
può accadere in tutte le scuole e da tutte le parti. “Gettiamo
la maschera di ipocrisia e abbiamo il coraggio di dire che sarebbe
andato tutto liscio e nessuno si sarebbe accorto di niente”:
queste sono le parole della prof. Campanini, una dei pochi, tra
i grandi, che si è accorta della realtà in cui viviamo.
La gita è uno dei momenti di svago dalle lezioni di tutti
i giorni, dalle interrogazioni, dai compiti in classe, è
un modo, anche per i professori, di vedere gli alunni nella vita
quotidiana, tra ragazzi della loro età, tra i mille problemi
adolescenziali. E’ un modo per capire meglio gli studenti
più timidi, vedere meglio il loro carattere e la loro personalità.
Infine è un modo, come dice il vicepreside, per vedere “l’altra
faccia della luna”, per scorgere gli atteggiamenti sbagliati
ed intervenire per correggere gli errori.
Credo che vivere la vita sia sinonimo di amore e contrario di droga:
chi si droga non riesce ad amare una persona, chi ama non riesce
a drogarsi, perché ha paura di perdere tutto. Ha capito la
vita, ha capito che bisogna usare la testa e vivere nel migliore
dei modi.
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| Francesco |
La famiglia, come giustamente dice
la sig.ra Borghi, deve educare i figli e per farlo, a volte, dovrebbe
dire dei “no”, ma se questi non vengono ben motivati
appaiono al figlio come delle restrizioni senza ragione e sortiscono
solo l’effetto contrario. Ciò che non dovrebbe mai
accadere è che i divieti siano in contrasto con la figura
del genitore (intesa come comportamenti, modi di fare) vista ogni
giorno dal figlio, perché “un gesto vale più
di mille parole (sempre Emanuela Borghi); allo stesso tempo serve
però “una cooperazione tra insegnanti e genitori”
(sig.ri Ciani) per poter dare al ragazzo un’educazione a 360°.
A parer mio, è questa la giusta strada da seguire e da perfezionare,
mentre mi pare inutile e improduttivo organizzare gite da uno o
due giorni: innanzi tutto, se si vuole visitare un luogo in modo
approfondito, non si riesce a farlo in due giorni, inoltre il tempo
è insufficiente anche per poter instaurare un rapporto diverso
da quello di lavoro tra alunni e professori, mentre è comunque
più che sufficiente per scambiarsi sostanze illegali (per
i ragazzi della gita in Sardegna è bastato un giorno!).
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| Giacomo |
Io mi trovo d’accordo con
il pensiero del vicepreside. Egli, infatti, ha fatto notare un aspetto
importante della settimana verde, che spesso sfugge ai ragazzi e
ai genitori; egli puntualizza che un’esperienza come questa
è un’occasione unica per osservare i comportamenti
dei ragazzi in un contesto non scolastico, nel quale si sentono
meno condizionati dalla presenza di un insegnante. La gita, però,
essendo uno dei rari momenti in cui un ragazzo vive lontano dalla
propria famiglia, spinge l’adolescente a commettere azioni
spregiudicate o ad assumere atteggiamenti dettati dall’euforia
e dalla sensazione di essere finalmente libero. In una situazione
del genere, l’unica persona che può indirizzarlo sulla
giusta strada è proprio il professore, che si trova a stretto
contatto con lui. In ogni caso sarebbe stato meglio, come afferma
la prof. Campanini, non permettere agli alunni con comportamenti
ritenuti negativi di partecipare alla gita in Sardegna.
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