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Bhopal vent’anni dopo, 555 dollari
per il silenzio
Una nube tossica provocò
una catastrofe: decine di migliaia di morti e feriti. I sopravvissuti
aspettano i soldi della Union Carbide: per le cure e un negozio
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, Giovedì 2 Dicembre 2004
BHOPAL - La tosse: per Arman, Raju e Ajju, che hanno 20 anni nel
2004, è la colonna sonora della loro vita. La tosse dei
loro padri, delle madri, dei fratelli, delle sorelle, e dei vicini,
oltre le sottili tramezze. Notte e giorno, estate e inverno, le
pareti nude di casa riecheggiano i colpi di tosse. Non arriva
e non arriverà mai quello liberatorio, quello che riuscirà
a espellere il male dai bronchi sconquassati. Sopravvivere alla
catastrofe chimica del 3 dicembre 1984 non è stato un grande
affare: 240 mesi di tosse e fame e, adesso, 555 dollari e 55 centesimi
a testa per smettere di protestare. Per lasciar finalmente sbiadire
sui muri la scritta «Hang Anderson», impiccate Anderson,
rinfrescata ancora ieri e riferita a Warren, l’ex amministratore
delegato della Union Carbide, la fabbrica americana di pesticidi
che ha trasformato una delle più belle e secolari città
dell’India centrale in un assordante lazzaretto di tisici
inguaribili.
Venticinquemila rupie per smettere di lamentare cecità,
nausee, vomiti e fitte al petto. Per lasciare che il mondo dimentichi
il nome di Bhopal e le cifre mai precisate della strage: tra i
sedicimila e i trentamila morti, mezzo milione di superstiti malconci,
150 mila coi polmoni sfiniti e gli occhi cauterizzati dalla grande
ustione chimica. E nessun processo per stabilire come sia accaduto.
Arman, Raju e Ajju, classe 1984 come la fuga di 40 tonnellate
di gas, sono amici d’infanzia, cresciuti insieme nelle strade
di terra battuta e pozzanghere di Congress Nagar, il quartiere
musulmano a sud del vecchio stabilimento. Il destino loro e del
vicinato quella notte tra il 2 e il 3 dicembre fu deciso dal vento
che inseguì i fuggitivi verso meridione, con la sua nube
carica di isocianato di metile, lo sterminatore di parassiti campestri,
implacabile ingrediente di una miscela brevettata dalla Union
Carbide col marchio «Sevin». L’efficacia collaudata
sugli insetti nei laboratori della Virginia occidentale diventò
evidente, senza microscopio, ingigantita a misura d’uomo
in India. Non erano cocciniglie e pidocchi a contorcersi nell’erba
e nell’asfissia. Donne, uomini, bambini soffocavano nel
loro sangue e nel loro vomito, bruciavano senza fuoco. Minuti,
ore, giorni, mesi, anni: l’agonia si rivelò di proporzioni
variabili. Proprio quanto le stime del disastro, delle conseguenze
e delle responsabilità. E dell’impennata di tumori.
Vent’anni di congetture, che ad Arman, Raju e Ajju non interessano
granché: vogliono solamente 555 dollari e spiccioli ciascuno,
al più presto. «Perché senza quei soldi non
possiamo far nulla» dice Arman, il più loquace del
terzetto, accovacciato sul pavimento di casa accanto al padre,
Feroz, venditore di farina, che dorme avvolto in una vecchia coperta.
Per i loro 1.666 dollari e rotti, i tre ragazzi hanno piani precisi
e comuni: «Prima cure mediche private e poi il business».
Il business? «Sì, un negozio. O un’altra attività,
che ci permetta di farci anche una famiglia». Con una ragazza
di Bhopal? «Quelle di fuori sono più sane - parla
chiaro Arman, con un guizzo astuto negli occhi -. Molte ragazze
qui invecchiano senza un marito. A meno che siano molto belle
e molto ricche». I tre amici riscuoteranno probabilmente
i loro soldi prima di compiere i 21 anni, e da quel momento nulla
potranno più pretendere o rivendicare per la loro infanzia
bruciata e la loro adolescenza rubata al calcio, al cricket, alla
scuola: «Siamo cresciuti analfabeti e deboli» apre
bocca finalmente il timido Raju. Il quotidiano locale, Sandhya
Prakash , pubblica l’elenco dei convocati il giorno dopo
in tribunale, per la distribuzione degli assegni di risarcimento:
le vendite sono triplicate, come il prezzo del giornale, da due
a sei rupie. Dieci centesimi di euro ben spesi per quanti scopriranno
di poter incassare, vent’anni dopo, il corrispettivo della
loro salute. O dei loro morti: fino a un massimo di 100 mila rupie,
2.222 dollari e 22 centesimi, per un genitore o un figlio perduti.
E’ la somma riconosciuta a 3.017 vittime. Respinte altre
12 mila richieste.
Non sono pochi soldi, ma si dissolvono subito nelle mani inesperte
dei poveri, se arrivano a destinazione. E’ già successo
con la prima rata, anticipata dal governo indiano tra il 1991
e il ’96: «Molti si sono comprati il televisore o
sono stati spogliati dagli avvocati» racconta Rachna Dhinagra,
portavoce della Campagna Internazionale Giustizia per Bhopal.
Ora che la Corte Suprema indiana ha sbloccato i 327 milioni di
dollari depositati dalla Union Carbide per 566 mila vittime, si
cerca di scongiurare lo sperpero: «Stiamo organizzando gruppi
di assistenza finanziaria - annuncia Rachna -, suggeriamo di investire
in azioni delle Poste indiane, che rendono il 9 per cento, o di
costruire una casa con pannelli a energia solare».
Nata 26 anni fa a Delhi e cresciuta per 21 a Detroit, Rachna ha
abbandonato una carriera di consulente informatica in un’azienda
americana quando ha scoperto che la sua prima cliente sarebbe
stata la Dow Chemicals, il colosso che aveva assorbito la Union
Carbide. E’ tornata in India e ora lavora alla Sambhavna
Gynecological Clinic for Survivors, il Day hospital fondato dallo
scrittore Dominique Lapierre con i diritti d’autore dei
suoi successi: «La città della gioia», «I
mille soli» e, naturalmente, «Mezzanotte e cinque
a Bhopal». Lapierre è arrivato ieri sera, trionfalmente
accolto dall’armata di superstiti e attivisti. Le portabandiera
sono due cinquantenni, Rashida Bee e Champa Devi Shukla, che hanno
brandito minacciosamente le loro scope sotto le sedi della Dow
Chemical di mezzo mondo, finché non hanno spuntato i risarcimenti.
Contente? «No, vogliamo che i dirigenti della Dow vengano
qui, in ginocchio - risponde Rashida -. Ci riusciremo. Devono
ripulire la fabbrica abbandonata». Le scorie tossiche sono
filtrate nel sottosuolo, hanno raggiunto la falda freatica, che
disseta 14 comunità nel raggio di due chilometri: «Ventimila
persone si stanno avvelenando giorno dopo giorno», Rachna
cita analisi e studi concordi. La battaglia legale continua, come
la tosse, come la contaminazione, come le marce e gli scioperi
della fame. Perché continua a uccidere anche il killer,
evaso a mezzanotte e cinque del 3 dicembre 1984, da un sistema
di sicurezza governato al risparmio. Un killer che, da vent’anni,
non fa differenza fra uomini e pidocchi.
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