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Tra gli orfani nel Paese dell’Aids
Malawi, un sieropositivo ogni 10
abitanti. Niente letti negli ospedali, i bambini curati a terra
di Gianni Riotta
Corriere della Sera, Giovedì 9 Dicembre 2004
BLANTYRE (Malawi)- La strada che va alla chiesa ha molte buche
ma almeno gode, con solo altri 5.254 chilometri in Malawi, di
un velo di asfalto, il resto del Paese africano è percorso
da una ragnatela di 28.400 chilometri di rossi sentieri, infidi
in questa stagione di pioggia. I veicoli corrono irrequieti, ma
il vero traffico si svolge lento sulla mulattiera. A piedi nudi,
zuppi per gli acquazzoni, tenuti per mano dalle sorelle maggiori
che guardano preoccupate i camioncini carichi di braccianti, i
bambini vanno a messa. Hanno l’abito della festa, tele lise
con i cuoricini, colletti lavati in capanne di fango e rami senza
acqua, rammendati dalla nonna, pur di non sfigurare. Qualcuno
sfoggia sandaletti infradito da spiaggia rovinati dai sassi, pochi
scarpe blu da bambina.
«Sono orfani, come loro ce n’è almeno un milione
in un Paese che conta undici milioni di abitanti, la metà
sotto i 15 anni», spiega Aida Girma, bellissima rappresentante
dell’Onu in Malawi. E’ l’Aids a disperdere le
famiglie, i «mudzi», gli antichi villaggi, i «madambo»,
le comunità sorte lungo i corsi d’acqua, a sterminare
le città e a mettere a rischio il Paese, tra i più
poveri del pianeta. Bizwick Mwale, direttore del Nac, Commissione
Nazionale Aids, guarda fuori dal suo ufficio, un cubo di vetro
che domina prepotente la piana dove i mezzadri si spezzano la
schiena zappando e all’orizzonte non c’è un
trattore: «Piove. Tempo da Scozia, mi ricorda gli studi
di medicina al college di St. Andrew’s, dove hanno inventato
il golf. Sono stati i missionari scozzesi a battezzare Blantyre
in onore della città natale del dottor Livingstone, il
famoso esploratore. Qui giocano in pochi, si fatica a mangiare.
I numeri dell’epidemia Aids? 40 milioni di infetti nel mondo,
in Africa 28 milioni, due milioni e 300.000 morti nel 2003, di
cui 87.000 in Malawi. Abbiamo 900.000 sieropositivi, uno su dieci
cittadini». E’ giovane il dottor Mwale, ma non ha
più voglia di sorridere.
Secondo Aida Girma gli orfani in strada «potrebbero essere
fino a un milione e mezzo» e il loro destino è segnato.
Se il padre muore di Aids, la madre, per costume tribale, va in
dote al cognato. Il contagio cambia di letto e passa alla cognata,
ma lo zio- padre adottivo non paga più l’euro all’anno
dovuto per la scuola. Agli orfani resta la fatica dei campi, il
tabacco verdissimo, la candida tapioca, il mais dolce, le patate
saporite, le noci aromatiche, le capre da pascolare. Se la famiglia
è generosa e non li ritira dalle aule poco cambia. C’è
un banco ogni sei scolari, un maestro ogni 80 bambini: «I
professori muoiono in fretta, non riusciamo a diplomarne di nuovi
- dice corrugando la fronte il ministro della Sanità Hetherwick
Ntaba, chirurgo costretto a fronteggiare il male senza risorse
-: a scuola spesso si canta un inno e basta, i bambini si arrampicano
sugli alberi. Al ministero vediamo le scrivanie svuotarsi, in
un mese scompaiono anche 30 funzionari. Muore un esperto di acque
potabili e lo rimpiazziamo con uno studentino. Pochi giorni e
scompare anche lui».
Gli orfani che vanno in chiesa in fila non hanno perso il sorriso,
giocano a saltare le tombe, finto marmo, un cippo a piramide,
la cornice laterale, la lastra di copertura. Le vedete una dopo
l’altra, la donna che vende banane perché l’orto
non le basta per i troppi bambini e spera di pagare la tassa scolastica
e le medicine le affianca umile, l’ambulante con i caricatori
per i cellulari (135.000 contro 85.000 telefoni fissi) le guarda
assorto, il ragazzo che allinea il «matemba», pesciolini
seccati e impolverati di sabbia, tenta di ignorarle. I bambini,
come in un’allegra Totentanze , la danza della morte medievale,
le scavalcano a piè pari, ridono e vanno.
L’Aids miete 238 morti al giorno, senza che la malaria ceda
il record macabro di maggiore killer del Paese. Dieci anni fa
in Malawi si viveva in media fino a 48 anni, oggi ci si aspetta
di vivere solo 37 anni, poco più degli schiavi in America
ai tempi delle piantagioni. Possibile però che la tragedia
porti a seppellire i morti ai lati della strada più battuta?
No, i sepolcri sono vuoti, in vendita. La via per la chiesa è
un supermarket all’aperto, dove i parenti dei defunti contrattano
in fretta un cippo e provvedono alla sepoltura. Don Mario, energico
sacerdote di origine bergamasca, conferma: «Ho una cooperativa
di 600 ragazzi, qui nessuno ha lavoro, sono poco più che
bambini, li tengo occupati. Ci siamo messi a costruire bare per
caso, e subito è stato un boom».
Quando l’asfalto finisce e la pista in argilla rossa si
allaga d’acqua, solo i bambini restano a offrire una minuscola
arca di Noè intagliata in legno, un ciottolo lucente, un
cestino intrecciato, non vogliono passare, orgogliosi, per mendicanti,
chiedono la carità ma in cambio di qualcosa. I venditori
di legna, un quintale di tronchi assicurati all’esile telaio
della bici, li superano attenti a non ribaltarsi nella foresta.
Il compito del ministro Ntaba è precario come il loro equilibrio.
Oggi sono in cura in Malawi 8.000 malati di Aids, appena 50.000
in tutta l’Africa, l’Onu ne vorrebbe 3 milioni. La
Comunità di Sant’Egidio, forte dei successi ottenuti
nel vicino Mozambico, ne cura da sola 600 e prepara ambiziosi
progetti futuri. Save the Children provvede agli orfani con 63
scuole e si appresta a far di più. Médecine sans
Frontières ha un ospedale a Thiolo, 25 chilometri a sud
di Blantyre: «Le mamme arrivano, muoiono, si lasciano dietro
gli orfani». I 78 ospedali sono scantinati con i letti di
metallo rovinato dall’umidità, malati terminali contesi
da Aids, tubercolosi e malaria, denutriti cronici. Salvare le
loro vite costa 2.500 «kwacha» in moneta locale, 32
euro a testa, la metà di un paio di jeans. Ma un uomo su
due, e due donne su tre sono analfabeti, incapaci di seguire le
istruzioni. I malati al Lighthouse, l’ospedale di Lilongwe,
capitale del Malawi, interrompono la terapia, ricadono e si riducono
a scheletri (Sant’Egidio ha record perfetti, seguendo ogni
ammalato a vista). All’ospedale di Kasungu 400 malati si
contendono 179 letti. Nel reparto pediatria, 101 bambini hanno
a disposizione 13 letti, il resto sono sacchi in terra. Il morbo
ha massacrato medici e infermieri, chi può emigra in Inghilterra.
Un infermiere bada a 60 malati, salario mensile 10 euro. Un anziano
prelato cattolico confida amareggiato: «Ho visto ordinare
dodici preti e già dieci sono morti di Aids». Che
fare? Lester Namatakha, direttore del programma bambini di Save
the Children, parla di «adottare a distanza le comunità,
il mondo sviluppato deve capire che non si salvano i bambini uno
per uno, occorre battere povertà, ignoranza, epidemia nei
villaggi».
Adesso la processione dei bambini è quasi arrivata alla
chiesa, alcuni indosseranno la cotta viola con colletto bianco
da chierichetto, le bambine con i grembiulini umidi siederanno
a destra dell’altare. La strada è insidiosa, «molte
tribù credono che facendo l’amore con una vergine
il "sangue veloce" delle ragazze guarisca dal contagio
che il "sangue lento" delle donne diffonde: in Malawi
e in Sud Africa questa atroce leggenda porta allo stupro di tante
bambine. E la violenza è consumata anche in famiglia, nel
silenzio», racconta il dottor Mwale, fissando il cocktail
di gazosa colorata di zenzero. Quando la povertà rapisce
le adolescenti dalla strada della chiesa, l’appuntamento
è al bar Panorama, fuori Blantyre. Un bar ben fornito,
le casse con la musica reggae, ogni ragazza costa 750 kwacha con
il profilattico, 1.500 senza, allo stesso prezzo i bambini vendono
l’Arca di Noè in legno con le coppie di animali intagliati.
E’ ancora possibile salvare il Malawi dal diluvio Aids.
Il metodo «ABC» (Astinenza, Basta un solo partner,
Contraccettivi anticontagio) ha portato l’Uganda dal 18%
di casi al 6%, con l’alleanza di chiese, moschee e volontari
laici. L’Inghilterra ha stanziato la scorsa settimana 100
milioni di dollari per reclutare nuovo personale sanitario, il
ministro Ntabe sogna ora di curare 80.000 pazienti. Richard Feachem,
direttore del Fondo Globale per l’Aids, non ha dubbi: «Il
Malawi è il Paese chiave nella lotta mondiale all’Aids,
se lo fermiamo qui, tutta l’Africa reagirà».
Ignari di essere in prima linea, i bambini della chiesa offrono
diligenti il loro nichelino alla cassetta di latta delle offerte.
La predica è in chichewa , l’antica lingua indigena,
e non capisco nulla, ma mi piace pensare che parli dell’obolo
della vedova del Vangelo, che come i miei piccoli vicini di panca
offre il poco che ha ed è dunque cara al Cielo.
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