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"Chi
ha ucciso Giulio Cesare" (da “Stargate”
di V.M. Manfredi – 2003)
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Cesare fa costruire nel
46 a.C. il tempio di Venere Genitrice, compiendo così un
atto di enorme importanza sia da un punto di vista architettonico
sia da un punto di vista politico e ideologico perché in
tal modo si presenta ai romani come discendente di una dea: Venere
è madre di Enea, Enea è il padre di Julo che è
il capostipite dei Giuli, cioè la sua famiglia. E’
quanto basta per creare la base per una monarchia di tipo teocratico,
di tipo orientale. Ma per arrivare a questo la strada è
stata lunga e difficile: tornato dall’esilio ancora molto
giovane, sceglie la sua parte politica, i populares, oggi diremmo
la sinistra, poi inizia la sua carriera politica, come qualunque
giovane di condizione elevata in quell’epoca. Ma per fare
questo deve comprare i voti, che purtroppo in gran parte sono
in vendita da parte del proletariato nullatenente, e accontentare
il popolo, abbagliandolo con giochi e con feste che costano una
quantità enorme di denaro. Così Cesare si indebita
per 1300 talenti, una cifra enorme per quei tempi, equivalente
a circa 18 milioni di Euro dei nostri giorni. E così, dal
65 al 60 a.C., percorre quasi tutti i gradi della carriera politica
(cursus honorum): la questura, l’edilità, fino alla
pretura, poi, finalmente, ottiene una carica di governatore in
Spagna, da dove potrà tornare finalmente ricco. Tornato
a Roma, inventa un accordo politico divenuto noto con il nome
di primo Triumvirato. Non è un’istituzione, ma un’intesa
privata tra Pompeo, Crasso e Cesare stesso. Nel 59 a.C. è
nominato proconsole nella Gallia Cisalpina, riuscendo a sottometterla
dalle Alpi fino allo stretto della Manica.
Luciano Canfora, storico: «La campagna delle Gallie durò
sette anni. Da parte di Cesare fu una campagna impegnativa, dal
punto di vista della poltica estera romana forse superflua, non
lo sapremo mai, lui disse che c’era un pericolo e massacrò
una parte enorme della popolazione gallica. Noi siamo abituati
a sentir parlare di libri neri, il libro nero della conquista
gallica si poté scrivere da parte di autori venuti dopo,
Plinio il Vecchio e Plutarco: un milione e trecentomila morti,
forse più, nessuno saprà mai questa cifra, dal momento
che nessun gallo scrisse mai “La conquista della Gallia”.
Cesare è uno dei più grandi scrittori latini, elegantissimo
ma non neutrale; è uno scrittore estremamente fazioso,
che riesce a presentare nella forma più asettica delle
verità che sono verità parziali, a cominciare dalle
ragioni stesse per cui ha incominciato la campagna gallica, forse
senza un vero motivo.
Ma perché questa conquista? Per acquisire una forza contrattuale
nella politica interna a Roma. Al secondo consolato Cesare punta
dopo aver terminato la conquista, ma si trova in una situazione
delicata: pesa sulla politica con le sue truppe fedelissime, ma
non le può introdurre in città; dovrà essere
eletto assente console e questo non è consentito dalla
costituzione romana; dovrà presentarsi in città
senza le sue truppe, probabilmente sarà esposto alla vendetta
dei suoi nemici».
La notte del 10 gennaio del 49 a.C. Cesare varca il fiume Rubiconde
e scatena la guerra civile contro Pompeo per conquistare il potere
a Roma. Dice Plutarco che quella notte Cesare sognò di
stuprare la madre; certamente è un aneddoto fiorito in
seguito sulla letteratura, ma è significativo perché
in quel modo Cesare fa violenza alla patria, cioè alla
madre. Nei tre anni successivi la guerra viene portata in ogni
angolo del mondo allora conosciuto; conquistato l’Egitto,
avrà un figlio dalla regina Cleopatra, alleata nel suo
disegno espansionistico. Nel 46 a.C., sconfitti definitivamente
i pompeiani, entra a Roma in trionfo. Nelle sue mani sono ora
accentrati tutti i poteri della morente repubblica.
Prof. Barry Strauss, Cornell University: «Cesare è
una delle persone più ambiziose di cui si abbia notizia,
era un vero maestro nella manipolazione politica, una persona
che era partita da zero. Veniva da un’antica e famosa famiglia,
che attraversava però un periodo di difficoltà,
ma attraverso i parenti acquisiti con il matrimonio, grazie a
un po’ di tenacia e a una grossa dose di fortuna, riuscì
ad arrivare ai vertici». Per tutta la vita rifinisce la
sua immagine, celando un difetto che teme possa distruggerlo,
una forma di epilessia chiamata da Shakespeare “il mal caduco”.
Poco prima della sua morte, Cesare, a 56 anni, viene proclamato
dittatore perpetuo di Roma.
Portando avanti le moderne indagini con i supporti scientifici,
il colonnello del Ris di Parma, Luciano Garofano, cerca di identificare
il luogo dove Cesare morì, la scena del crimine.
Prof. Barry Strauss: «Spesso si dice che Cesare sia stato
ucciso nel Foro Romano, ma non è vero, è stato accoltellato
nel Portico di Pompeo, adiacente al teatro di Pompeo, il luogo
in cui i senatori si stavano riunendo perché il senato
era stato incendiato; era in corso un progetto per la sua ricostruzione
all’interno del Foro, ma non era stato ancora ultimato perciò
i senatori dovevano incontrarsi altrove. In quel particolare giorno
si erano radunati nel Portico di Pompeo».
Con un palcoscenico lungo quanto un campo di calcio, gli esperti
ritengono che questa vasta struttura potesse contenere fino a
quarantamila persone. Qui, nella provvisoria sede del Senato,
Cesare fu assassinato a sangue freddo la mattina delle Idi di
Marzo. Quante le persone interessate direttamente nell’omicidio?
Dallo storico Svetonio sappiamo che il corpo non rimase a lungo
nella Curia di Pompeo; qualche ora dopo fu portato nella sua casa
e lì fu eseguita l’autopsia da un medico di nome
Antistius; nella mano Cesare stringeva un biglietto, un avvertimento
della cospirazione, che sarebbe diventato una prova fondamentale
nelle successive indagini. Cesare ricevette 23 pugnalate, ma secondo
Antistius solo una fu mortale. Come hanno potuto così tante
coltellate causare un danno così lieve? Questo fornisce
qualche indizio sul numero reale degli assalitori?
Un medico legale, il dott. R. Testi, aiuta Garofano ad esaminare
al computer le ferite, ricostruite grazie ai resoconti storici:
«sappiamo che il primo colpo fu inferto nella regione del
collo e delle spalle, non è un punto vitale». Testi
ha appreso dall’autopsia che la seconda pugnalata deve essere
stata quella fatale: «Cesare si è girato verso il
suo assalitore e la seconda ferita, quella mortale, gli è
stata inferta su un lato della schiena dal secondo aggressore».
Garofano ha appreso dal racconto di Plutarco che ciascun cospiratore
era d’accordo a pugnalare Cesare almeno una volta, come
un omicidio di mafia, un gesto simbolico che significa unione
di intenti e di responsabilità; ma mentre Svetonio sostiene
che ci fossero oltre 60 cospiratori, l’autopsia attesta
solo 23 ferite. Perché molti senatori non inflissero i
colpi simbolici promessi? Garofano organizza una serie di simulazioni
dinamiche: con 23 aggressori, uno per ciascuna pugnalata, il risultato
è caos totale. Sarebbe stato quasi impossibile per 23 persone
attaccare un solo uomo simultaneamente. Probabilmente un minor
numero di aggressori ha inferto più colpi in una dinamica
assai rapida. Si ripete l’operazione con 11 uomini che colpiscono
Cesare: tutti riescono ad avvicinarsi e a colpire, ma il numero
delle ferite è di molto superiore alle 23 riscontrate.
Si prova ancora con soli 5 uomini che, muovendosi velocemente,
riescono a infliggere 23 colpi. Conclusione di Garofano: «Io
credo che il numero delle persone che aggredirono Cesare poteva
andare da un minimo di cinque a un massimo di dieci, assolutamente
non una di più». Se gli aggressori furono così
pochi, gli altri cospiratori cosa fecero? Garofano vede similitudini
con un delitto di mafia molto ben organizzato: mentre uno dei
cospiratori dava il segnale, è possibile che gli altri
si occupassero di controllare la folla, un compito essenziale,
considerata la presenza di 300 senatori da poco nominati dallo
stesso Cesare. Libero da interferenze, un piccolo gruppo di assassini
poteva rapidamente avanzare; ma l’autopsia rivela solo un
colpo fatale. Perché?
Prof. Barry Strauss: «Forse in quel momento quegli uomini
erano confusi dalla paura e anche dal rancore, perciò è
difficile che agissero con precisione chirurgica, più possibile
che si limitassero a colpire sperando di raggiungere l’obiettivo».
Non c’è da meravigliarsi che nessuno dei resoconti
storici riveli chi abbia inferto il colpo fatale; descrivono invece
in dettaglio i promotori della cospirazione. Garofano ora deve
indagare sui loro moventi. Sale sul Campidoglio, il più
antico luogo di culto di Roma: secondo le antiche fonti, gli assassini
di Cesare corsero qui dopo il delitto, esaltando il loro crimine
e invocando la libertà.
Ma perché l’elite aristocratica dell’urbe voleva
liberarsi di Cesare? Per le risposte Garofano torna al Foro, da
dove Cesare dominava la vita religiosa, politica e militare di
Roma. Qui rimane ancora un testamento concreto della sua sconfinata
ambizione, i rostra, le tribune degli oratori, ultimati pochi
mesi prima della morte di Cesare. E’ interessante il fatto
che siano stati costruiti qui, proprio nel Foro, perché
per la prima volta non facevano parte del complesso del palazzo
del Senato. Cesare, in un certo senso, stava allontanando l’esercizio
della politica dai senatori e dall’aristocrazia, avvicinandolo
al popolo, nel Foro.
Paolo Sommella, Università di Roma, uno dei massimi specialisti
di urbanistica romana: «Cesare si rendeva perfettamente
conto che la capitale di un impero non poteva essere così
piccola come era la Roma dell’anno 45 a.C., una Roma che
aveva l’asse stradale principale lungo 300 metri, a fronte
delle grandi città del Mediterraneo, come Alessandria,
che avevano gli assi portanti lunghi 3 chilometri. Quindi Cesare
capisce che deve ampliare la città e fa pubblicare una
legge “De urbe augenda”, “Sull’ampliamento
della città”, un vero piano regolatore che comportava
lo spostamento del Tevere, il recupero edificabile di tutta la
zona del Vaticano. I denari dovevano essere molto cospicui, non
più legati al ceto senatorio (Cicerone dice di non saperne
nulla), più probabilmente provenivano dall’ambiente
equestre. Un’idea, quella del piano regolatore, che dopo
la morte di Cesare verrà abbandonata, forse Nerone la riprenderà,
ma Augusto certamente ha imparato la lezione».
La popolarità di cui Cesare godeva tra le masse indignava
gli aristocratici che avevano governato Roma per quasi cinque
secoli.
Prof. Barry Strauss: «L’elite romana aveva in mente
un’idea di gestione collegiale del potere, Cesare riteneva
che essendo il più grande e il più saggio dei generali
dovesse essere il leader della repubblica; voleva essere il numero
uno senza condividere il suo successo. Poteva piacere quest’uomo
a coloro che erano intorno a lui? Ovviamente lo odiavano».
In Plutarco si legge che la cospirazione partì da Caio
Cassio Longino, un senatore irascibile, accanito giocatore d’azzardo.
Nella guerra civile che rese Cesare signore di Roma, Cassio si
schierò dalla parte opposta, si aspettava di essere giustiziato,
invece Cesare lo graziò e lo promosse. Gesto di clemenza
pagato caro. Cassio aveva sempre nutrito rancore per gli uomini
di potere, doveva la vita e il rango a Cesare ma lo odiava per
questo. Il rifiuto da parte del dittatore di un’altra promozione
fu la causa scatenante e cominciò a tramare l’omicidio,
ma perché il suo piano riuscisse aveva bisogno di alleati
autorevoli. Si rivolse ad un altro uomo che era stato graziato
da Cesare dopo la guerra civile, uno dei pochi che poteva garantirsi
l’appoggio del Senato e trasformare un crimine in un atto
di patriottismo: il senatore Marco Giunio Bruto.
Bruto era discendente dal più famoso rivoluzionario di
Roma: quasi cinquecento anni prima, Lucio Bruto aveva fondato
la Repubblica esiliando l’ultimo re di Roma. Cassio era
un impulsivo, Bruto invece era calmo, imperturbabile, padrone
di sé, un calcolatore; considerato un uomo d’onore
e di grande risolutezza morale, Bruto era ossessionato dai dettagli,
trascorreva il suo tempo valutando dubbi e domande: era giusto
uccidere Cesare per il bene della Repubblica? I dubbi si complicavano
anche per lo strano e oscuro rapporto personale tra Bruto e Cesare.
Sposatosi tre volte, Cesare era un donnaiolo vorace; lo storico
Svetonio racconta che “andò a letto con le più
belle donne di Roma”, inclusa la madre di Bruto, Servilia,
uno dei suoi più grandi amori, a parte la regina Cleopatra.
Per questo qualche storico ha anche illazionato sulla reale paternità
del famoso cesaricida. Per tutta la vita Bruto fu perseguitato
dai pettegolezzi, dalle insinuazioni: dicevano che lui non era
il discendente del famoso Lucio Bruto, ma il figlio illegittimo
di Cesare, una convinzione che lo stesso Cesare rafforzò,
garantendogli onori e promozioni. Dopo che Cassio ebbe chiesto
a Bruto di prendere parte al complotto, sui muri di Roma cominciarono
ad apparire della scritte anonime, che lo incitavano ad insorgere
contro la tirannia, come il suo antenato.
Prof. Barry Strauss: «Per loro era una maledizione pensare
di sedere in Senato e di rendere omaggio a un tiranno come Cesare;
dovevano mordersi la lingua. Dovevano adorare Cesare, ma la vita
non era degna di essere vissuta se era questo che riservava loro.
Roma non sarebbe più stata ciò che l’aveva
resa grande, non sarebbe più stata la Roma che amavano».
Dopo una sofferta riflessione, Bruto decise di onorare il suo
alleato repubblicano e si unì a Cassio. I due uomini cominciarono
a reclutare altri senatori pieni di risentimento e con un obiettivo
comune: uccidere Cesare nel nome dell’antico spirito repubblicano
di Roma.
Ma come fecero Cassio e Bruto a guadagnare consenso alla loro
congiura? Non era difficile in quel periodo seminare odio contro
Cesare, anche perché circolava la voce che volesse farsi
re, un’offesa insopportabile per un cittadino romano di
quell’epoca. Un episodio è molto significativo a
questo proposito, quello dei Lupercali. Era una festa, un rito
pastorale che si celebrava in primavera; in quell’occasione
i Luperci, cioè i sacerdoti di questo culto, correvano
nudi attorno al Campo Marzio tenendo in mano delle strisce di
pelle di pecora appena scuoiata con le quali colpivano le donne
per propiziare la loro fertilità. In questa occasione,
ci raccontano le fonti ufficiali, Marco Antonio correva insieme
ai Luperci e, portatosi davanti a Cesare che assisteva alla cerimonia,
gli offrì tre volte la corona di re. Cesare per tre volte
la rifiutò. Dicono anche le fonti che la gente che era
vicina a Cesare acclamava ogni volta che Antonio gli offriva la
corona, mentre la gente lontana rumoreggiava facendo sentire il
proprio dissenso. Cesare, dopo aver rifiutato tre volte, disse
che l’unico re dei romani era Giove Capitolino e che quindi
la corona doveva essere portata nel suo tempio. Ma abbiamo un’altra
versione, quella di Nicola di Damasco (storico del I sec. a.C.),
che ci fa veder un quadro molto diverso: Cesare è sempre
seduto ad assistere ai Lupercali, ma è circondato dai congiurati;
uno di questi gli appoggia la corona sulle ginocchia, Cesare non
la tocca, la corona scivola, cade a terra, Cesare non si muove,
c’è un momento di suspence e Cesare probabilmente
vuole vedere chi di nuovo la raccoglierà per mettergliela
forse in testa, ma in quel momento arriva Marco Antonio di corsa,
non capisce cosa sta succedendo, vede la corona e gliela mette
in testa. Cesare, irritato, se la strappa di dosso e la scaraventa
via. E’ un episodio molto significativo, perché se
Nicola di Damasco ci sta raccontando la verità, quello
che stava avvenendo era che i congiurati stavano evidentemente
preparando un terreno di astio, di odio, di avversione contro
Cesare, e cioè il terreno propizio per il suo assassinio.
Re o non re, Cesare si fece nominare dittatore perpetuo, accentrando
nelle sue mani un potere senza precedenti. E per questo fu ucciso.
Bibliografia
Cesare, La guerra gallica (con la guerra di Gallia questo leader
razionale e pragmatico, lucido e spregiudicato, perfeziona un
lucido disegno di dominio e cambia la storia di Roma e dell’Europa).
Cesare,
La guerra civile (lucido, sintetico e lapidario come sempre, Giulio
Cesare lascia però intravedere la stanchezza e l’amarezza
per una guerra lunga e sanguinosa combattuta contro i suoi concittadini,
una guerra che avrebbe voluto evitare).
Plutarco,
Vite parallele. Alessandro - Cesare (le vite dei due grandi condottieri
dell’antichità raccontate con passione e ammirazione
dal biografo greco. L’inesauribile romanzo della storia).
Luciano
Canfora, Giulio Cesare, il dittatore democratico, Laterza, 2002
(un profilo di un uomo straordinario, un’interpretazione
originale di una delle figure più controverse della storia).
Svetonio,
Vite dei Cesari (le qualità personali, i meriti, le splendide
iniziative edilizie e le grandi imprese militari, ma anche i difetti,
le perversioni e i vizi dei primi dodici imperatori, raccontati
da uno storico con il gusto del pettegolezzo).
Danila Comastri
Montanari, Saturnalia. Publio Aurelio. Un investigatore nell’antica
Roma, Hobby & Work Publishing, 2002 (Roma, anno 46 d. C. Il
senatore Publio Aurelio Stazio è appena tornato dalla Gallia,
giusto in tempo per celebrare il rito dei Saturnalia, l'equivalente
latino dell'odierno carnevale. Nel corso dei Saturnalia i padroni
si trasformano in schiavi e gli schiavi in padroni. Ma cosa succede
quando qualcuno, approfittando del capovolgimento di ruoli, decide
di attuare una feroce catena di omicidi, apparentemente scollegati
ma in realtà connessi da sottilissimi fili? A Publio Aurelio
non rimarrà altro da fare che calarsi per l'ennesima volta
nei panni investigativi che da sempre lo accompagnano e lanciarsi
nell'inchiesta più pericolosa della sua carriera).
Jérôme
Carcopino, Giulio Cesare, Bompiani, 2000 (il ritratto che ne emerge
è quello di un politico duttile ed energico, dotato di
straordinario carisma, che lo portò a compiere una svolta
di importanza fondamentale, la fondazione dell’Impero romano).
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