Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

L'impero romano da Ulisse di Alberto Angela 2002

1^ parte
La società
Gli acquedotti
Le strade

Bibliografia ragionata

Società
domus

In epoca imperiale il volto dell’urbe si evolve in continuazione. Secondo Svetonio Augusto ha trasformato Roma in una città di marmo, sebbene l’avesse trovata in mattoni e così, senza sosta, un imperatore dopo l’altro, in un crescendo di grandiosità e di splendore, si costruiscono palazzi, terme, teatri, circhi, ponti, acquedotti, mercati, palestreMa Roma diventa anche una città enorme e febbrile, solo le cittadelle degli imperatori “galleggiano” sul mare indistinto delle abitazioni. L’urbe è costretta a guadagnare spazio alzando gli edifici e restringendo le strade, ridotte a una matassa inestricabile di passaggi angusti, ad un labirintico saliscendi dove sorgono le insulae affollate, ma anche le splendide domus dei ricchi e dei notabili. Queste ultime si sviluppano orizzontalmente, con tutte le aperture e le finestre rivolte verso i cortili e i giardini interni. Tutto lo sfarzo si concentra nelle decorazioni, negli affreschi, nelle statue e negli oggetti d’arte; i mobili, per quanto lussuosi, vi scarseggiano quanto nelle abitazioni più modeste. L’acqua può in qualche caso arrivare con derivazioni private, ma sono concessioni tutt’altro che diffuse, i quattordici acquedotti dell’urbe sono una risorsa per tutti e la stragrande maggioranza si deve rifornire alle fontane pubbliche che peraltro sono numerosissime lungo le strade e nei cortili dei grandi caseggiati. Ma se nella Roma imperiale le comodità delle nostre case sono inimmaginabili persino per i più ricchi e privilegiati, dove e come vive la gente comune? Delle abitazioni di allora a Roma è rimasto ben poco, ma ad appena 25 km di distanza, a Ostia antica, sono rimaste molte strutture che ci possono svelare alcuni segreti della vita quotidiana di allora. Erano le famose insulae, degli edifici alti quattro o cinque piani, molto simili ai nostri condomini e a Roma ce n’erano a migliaia: al piano terra si trovavano i negozi, ai piani superiori piccole stanze dove dormivano gli artigiani con le loro famiglie. Dei balconi correvano tutto intorno all’edificio, esattamente come nei nostri condomini. Probabilmente molte insulae erano intonacate, le finestre erano prive di vetri, troppo costosi, e c’era un ampio uso di tendaggi e di imposte di legno. Tra le botteghe si aprivano le entrate, ma che cosa avremmo visto all’interno? Questi caseggiati avevano la pianta quadrangolare, al centro un ampio cortile con del verde; l’arredamento degli appartamenti romani era ridotto all’essenziale: niente quadri, niente tappeti o credenze, solo pochi sgabelli, qualche tavolo e al posto degli armadi molte cassapanche. Si dormiva su piccoli letti, niente acqua corrente, ci si lavava alle terme e solo chi abitava al piano terra poteva permettersi il lusso di una cucina e di una latrina, lì accanto, per sfruttare la stessa condotta. La cosa curiosa è che chi abitava in un superattico era un povero, chi invece abitava al primo piano era un benestante, con un appartamento più grande e con un balcone, esattamente il contrario di oggi. Perché? Per capirlo basta provare a salire: non c’erano ascensori ma tantissimi scalini, inoltre l’edilizia era in mano a degli speculatori e i materiali molto poveri, quindi più si andava verso l’alto più c’erano degli spifferi e più le strutture erano pericolanti, e si sa che i crolli agli ultimi piani erano molto frequenti. Infine gli incendi erano frequentissimi a causa dei bracieri e delle lucerne, quindi abitare nei piani bassi voleva dire avere più possibilità di scappare e di salvarsi. In queste vie non mancavano i “termopoli”, cioè i bar dell’epoca, ce n’erano un po’ dovunque, con dei tavolacci, degli sgabelli e magari con qualche prostituta compiacente. Sul bancone si servivano dei pasti frugali ai clienti: legumi, olive, uova sode, formaggio. Il menù è stato rappresentato sulle pareti proprio come nei nostri fast food. Ma di che cosa si parlava in questi ambienti? Probabilmente anche di case, perché già da allora l’alloggio era un problema. I prezzi erano a Roma quattro volte più alti che altrove, e poi c’era una catena di subaffitti, insomma ambienti minuscoli avevano dei prezzi alle stelle. A un inquilino che non pagava gli si murava la porta o si interrompevano le scale, per impedire che scappasse. Per le strade di Roma c’era un caos indescrivibile, con un viavai di persone e di lettighe come all’ora di punta, ma niente carri. Cesare li aveva proibiti perché le strade erano troppo strette e avrebbero creato imbottigliamenti spaventosi. Roma era un’immensa isola pedonale, tuttavia alcuni funzionari e certi privilegiati potevano girare con mezzi propri. Insomma, già allora esistevano le auto blu. I carri, però, potevano entrare a Roma, ad esempio per rifornire le botteghe e i negozi, ma potevano farlo solo di notte e si sa che andavano avanti per ore e ore e non facevano dormire nessuno. Oggi ci sono paesi che ci possono dare un’idea dell’atmosfera che si respirava in queste vie della Roma antica e sono paesi come l’India.
Bisognava stare molto attenti a camminare per le strade a quell’epoca perché, dal momento che non esistevano gabinetti in casa, pare che tutto o quasi venisse buttato fuori dalla finestra, come nel Medioevo, anche se durante gli scavi dei sistemi fognari molto semplici all’interno delle insulae sono stati trovati, con delle condotte in terracotta verticali che scendevano da un piano all’atro, ma comunque per le strade esistevano già delle toilette pubbliche, che potevano ospitare fino a venti persone contemporaneamente. Non esisteva la carta igienica, quando si entrava venivano date delle spugne da dover intingere in un canale dove c’era acqua corrente e poi buttare.
Che aspetto avevano i romani che avremmo visto per le strade? Erano in media più bassi di noi, le donne 1 metro e 55 cm., gli uomini intorno al metro e 65 cm., era questa l’altezza minima per entrare nell’esercito. Metà della popolazione era costituita da giovani e bambini perché si viveva poco a quell’epoca, di media 41 anni per gli uomini e 39 per le donne. Le famiglie erano molto numerose, solo in epoca imperiale ci fu un preoccupante calo demografico, al punto che una legge dell’imperatore Adriano prevedeva aiuti e benefici per le famiglie con almeno tre figli. Addirittura faceva notizia che una donna avesse cinque figli e tutti dallo stesso marito perché la struttura patriarcale della famiglia e il valore dato alla prolificità portavano a frequenti unioni tra consanguinei, per lo più cugini, e al prestito degli mogli per sopperire alle eventuali difficoltà ad avere figli. Tra i 14 e i 16 anni si era considerati adulti, si poteva prendere moglie. La carriera militare iniziava tra i 18 e i 20 anni, mentre bisognava aver non meno di 30 anni per ricoprire cariche pubbliche, 40 era la soglia per diventare pretori, mentre solo dopo i 43 anni era possibile ambire alla carica più alta, il consolato. A detenere i diritti politici erano originariamente solo i componenti delle gentes, gruppi di famiglie raggruppate da una discendenza comune. Da questo scaturì la prima divisione in classi sociali della Roma antica, patrizi e plebei. Quando nel IV sec. a.C. ottennero parità di diritti politici, fu la nobilitas ad assumere il titolo di classe dominante. Erano un ceto ricco e potente, chi non ne faceva parte costituiva il popolo. All’ultimo grado della scala sociale vi erano gli schiavi: si dividevano in due gruppi, quelli che abitavano nella città, le cui condizioni di vita erano migliori e spesso diventavano “liberti”, e quelli che vivevano in campagna. E’ facile intuire quanto fossero dure le loro condizioni di vita se pensiamo che in alcuni testi si definisce lo schiavo instrumentum vocale, cioè strumento parlante, semplicemente per distinguerlo dall’animale, instrumentum semivocale.
La cremazione fu per secoli la pratica più diffusa nel mondo romano, prima di essere soppiantata, alla fine del II sec. a.C., dalla sepoltura in bare. Ma dove venivano riposte le ceneri dei defunti? A volte, in veri condomini sotterranei, un’edilizia per l’aldilà che non ha eguali nel mondo antico. Venivano chiamati “colombari” e al loro interno c’erano tante nicchie dentro le quali venivano riposte urne di marmo pregiato con le ceneri dei defunti cremati e busti che li raffiguravano; su delle mense venivano appoggiate lucerne accese il giorno della festività dei morti. Si intravedono ancora le colorazioni delle pareti e si intuiscono delle decorazioni: ci sono motivi vegetali, ghirlande e poi anche figure di animali, era un assaggio dei piaceri dell’aldilà. Come si faceva ad onorare un defunto collocato nell’ultima nicchia? Esistevano delle vere e proprie scale e balconate per raggiungerle. In un colombario c’era spazio anche per 900 defunti. Ma chi erano le persone sepolte qui? Dalle iscrizioni emergono i nomi e i mestieri di duemila anni fa: c’era una ginecologa che si faceva chiamare Igia, un argentarius, cioè un cambiavalute, un topiarius, cioè un decoratore; è curioso vedere come i romani avessero molta cura nello specificare gli anni, i mesi e perfino i giorni di vita, ma in effetti si viveva poco. I colombari furono utilizzati soprattutto a cavallo tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C., quindi solo per 200 anni, poi caddero in disuso, si preferiva inumare i morti come facciamo noi quindi non è raro imbattersi, in un colombario, in sarcofagi di epoca tarda. Nessuno sa il perché di questo cambiamento. Forse era divenuto troppo difficile e costoso procurarsi la legna per le pire, in effetti Roma era diventata una città con un milione di abitanti e aveva spazzato via intere foreste. E’ un piccolo enigma legato ai colombari. Queste incredibili architetture sotterranee si sono conservate per secoli, ma è in superficie che gli ingegneri romani ci hanno lasciato le opere più grandiose.

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