Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili. D’altronde, non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella.

J.D. Salinger, Il giovane Holden

 


Incipit “in medias res” del racconto "Il lungo viaggio" di Leonardo Sciascia
scritto da Mathias Terenzi, classe I^ H

"Beh, non è niente di speciale...Tutto questo vociferare per 'sta faccenda...Boh, non so...".
Gli uomini accalcati sulla spiaggia erano al primo contatto con il mare. Lì per lì non avevano apprezzato la sua bellezza, alla quale però non si può sfuggire, non importa quanto tempo sia passato dal tuo primo incontro.
"Speriamo solo che l'Iddio ci assista...Tutta quest' acqua messa insieme non mi piace...". "Eh sì, ... A proposito, Melfa quando arriva? Non è che non arriva? Io, con lo strozzino, il conto lo devo regolare entro domani sera". Questa era solo una delle loro preoccupazioni. Essi, soli insieme alle loro valigie, ai loro averi, non si erano sentiti così mai, nella loro vita. Era come se fossero sulla soglia di una porta, dietro la quale non sapevano cosa ci fosse.
Ora, la chiave per la porta era apparsa: il signor Melfa era arrivato.

Finale tragico del racconto "Il lungo viaggio" di Leonardo Sciascia
scritto da Alessandro Manfredi, classe I^ H

Dopo undici giorni di viaggio si intravidero finalmente le coste dell'America e i passeggeri si prepararono a sbarcare. Ma l'entusiasmo fu bruscamente fermato da un suono distinto proveniente dalle loro spalle, una sirena sembrava. In preda al panico più assoluto il gruppo, compreso lo stesso Melfa, si precipitò a poppa per vedere cosa fosse. A malincuore scoprirono che una pattuglia della guardia costiera li aveva avvistati ed ora li seguiva intimandogli di fermarsi. E la loro meraviglia fu ancor più grande quando il capitano della pattuglia inviò loro un ultimatum: se non si fossero fermati sarebbero stati tutti processati e messi al fresco. Ma non fu di per sé il messaggio a stupirli, bensì la lingua in cui venne pronunciato: era in italiano. Improvvisamente tutti capirono di esseri stati imbrogliati da quel lurido verme di un contrabbandiere e una furia cieca li prese. Uno a uno furono tutti addosso al signor Melfa, che non poté nulla contro la violenza e l'impeto che li guidava. Qualcuno si armò addirittura di bastoni e rampini e se ne servì per infierire sul malcapitato, che venne lentamente stordito dai colpi ricevuti finché non si accasciò al suolo privo di vita. Solo a quel punto i poveri disperati si fermarono e si resero conto di cosa era accaduto. Una volta raggiunti dalla vedetta vennero arrestati e condotti via in manette.
Fu così che degli uomini disperati che erano stati guidati fin lì dalla speranza di un futuro migliore si trovarono all'improvviso in un baratro ancora più profondo nel quale difficilmente qualcuno sarebbe giunto a portarli via.

 
   

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