Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

La prosa narrativa moderna ( 1700-'800-'900)
Pieter de Meijer, Achille Tartaro, Alberto Asor Rosa “La narrativa italiana dalle Origini ai giorni nostri” a c. di A. Asor Rosa, Einaudi, 1997

La narrazione romanzesca
Una narrativa "octroéèy"
Il narratore onnisciente
La narrativa liberata
Il narratore impersonale
L'Io narrante
Narrazione autoriflessiva

L'Io narrante

L’io narrante autoriale onnisciente per eccellenza è quello dei Promessi Sposi di Manzoni, ma anche durante il Verismo persistono modi narrativi più tradizionali, che non cessano neppure nel Novecento.

Palazzeschi che col Codice di Perelà (1911) aveva intrapreso una modalità narrativa totalmente nuova, torna all’incorniciamento autoriale ne Le sorelle Materassi (1934).

Più tardi il narratore onnisciente si ritrova in Cronache di poveri amanti (1947) di Vasco Pratolini e in Teorema (1968) di Pasolini.

Una cornice un po’ più articolata si ha quando un io testimone riferisce il racconto di un altro, che a sua volta può essere protagonista narrante o meno: esempi di questo procedimento sono i romanzi scapigliati di Verga Eva e Tigre reale: nel primo l’io narrante è il confidente del protagonista che racconta gran parte della propria storia come un vero narratore secondario, nel secondo si verifica lo stesso rapporto di confidenza tra l’io narrante e il protagonista che però non diviene mai narratore a sua volta. Il procedimento può considerarsi l’equivalente della finzione dell’edizione di un manoscritto con la differenza che da testo base funziona una comunicazione orale. Una versione novecentesca di tale variante è l’intervista fra l’io e Desideria in La vita interiore (1978) di Moravia.

Nella forma “autobiografica” delle memorie, invece, si può cogliere una cornice nella distanza fra il discorso dell’io narrante, collocato nel presente, e l’io narrato, collocato nel passato: così in Fosca (1869) di Tarchetti l’io narrante fin dall’inizio prende le distanze dall’io narrato che ha vissuto l’esperienza raccontata. Nel Novecento il procedimento si ritrova nel Fu Mattia Pascal (1904) di Pirandello: il narratore introduce il racconto con due premesse, nelle quali allude a un valore di exemplum della storia e giustifica la stesura delle memorie con una richiesta esplicita fatta dal reverendo amico. La differenza con l’io narrante di Fosca è che il protagonista di Pirandello non scrive dal punto di vista di una raggiunta normalità, ma da quello eccentrico di un morto vivo. L’intesa col lettore che il narratore cerca di stabilire all’inizio, non può basarsi qui su una comune visione del mondo. Si regge parzialmente sulla struttura delle memorie La coscienza di Zeno (1923) di Svevo: il testo si presenta con una prima cornice esterna nella prefazione dello psicanalista, il dottor S., che avverte il lettore sulla inattendibilità del protagonista, e una seconda cornice interna nel discorso al presente di Zeno che commenta la stesura e le varie vicende. Questa seconda cornice prende poi l’aspetto del diario che conclude il romanzo e in cui il protagonista si dichiara sano e mette a sua volta in guardia il medico narratario e il lettore contro tutto quanto ha scritto. Mentre in Tarchetti e anche in Pirandello la cornice deve rendere ancora più verosimile la storia incorniciata, in Svevo essa rende altamente ambiguo l’insieme. Il romanzo di Svevo è stato studiato come esempio del roman-mémoire moderno, costituito dalla rottura col tipo nella sua forma tradizionale, di cui pure la parte centrale mantiene la struttura. La rottura avviene grazie all’adozione del modello di un altro genere naturale, quello del diario intimo, tanto che diviene difficile distinguere tra diario e lettera al confidente, visto che anche le note diaristiche di Zeno sono destinate al dottor S. Il diario intimo presuppone comunque un destinatario, non fosse altro che il diarista stesso e qui sta la sua vicinanza alla corrispondenza con un amico intimo (vedi anche Storia di una capinera di Verga dove le lettere all’amica si trasformano in pagine di diario da consegnare postume e Cuore di De Amicis dove le pagine del piccolo protagonista vengono lette e commentate dalla famiglia). D’altra parte, rispetto alle altre forme autobiografiche, il diario è quella dove la distanza tra il narratore e le vicende narrate si fa minima, la narrazione diviene registrazione e non si verifica più un rapporto di cornice fra narrazione e storia principale. Che però fra narrazione e registrazione esiste sempre una certa distanza lo dimostra I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1926) di Pirandello che si avvicina alla struttura del diario anche se mancano le date. Il personaggio principale è un operatore cinematografico che gira la manovella e filma ogni scena, anche la più drammatica. Parallelamente alla sua automatica attività professionale, Serafino scrive anche le sue note, sottolineando come la registrazione della macchina da presa non restituisce dell’anima e della vita nient’altro che “pezzetti e bocconcini”; questa visione può essere interpretata come una condanna di ogni modo di vedere il mondo che si limita alla pura percezione, senza introdurre la distanza della narrazione che crea un ordine. Se questo è vero il romanzo sarebbe interpretabile come una condanna anticipata di opere future limitate alla pura registrazione.

L’ultima variante è quella del narratore che parla senza chiarire lo statuto del suo discorso: Uno, nessuno e centomila di Pirandello ha ancora l’aria di un memoriale in quanto la narrazione avviene a posteriori della crisi che porta alla disintegrazione dell’io narrante protagonista, ma manca l’esplicito richiamo a un modello e la narrazione inizia con l’inizio della crisi. Il modello del memoriale non sarebbe poi l’unico visto che il narratore, richiamandosi continuamente al giudizio del narratario, crea una cornice che sta tra il monologo e il dialogo o fra “soliloquio” e dialogo se si accetta la proposta di M. Guglielminetti di considerare il soliloquio come il modulo narrativo che caratterizza in genere l’io narrante di Pirandello (Struttura e sintasssi nel romanzo italiano del primo Novecento, Silva, Milano 1964, pp.112-3). Un altro esempio di io narrante che non si giustifica è il narratore di La luna e falò (1950) di Pavese, dove inoltre non c’è la minima traccia di un appello al lettore. Poiché la storia del romanzo è fra l’altro una ricerca del tempo perduto dell’infanzia, si capisce come anche questo romanzo sia stato esaminato dalla critica come un campione del roman-mémoire moderno, ma si potrebbe anche interpretarlo come romanzo-diario che incornicia le memorie. E’ chiaro comunque che le memorie non costituiscono la storia incorniciante, ma che questa si forma nella storia del ritorno del protagonista al proprio paese e degli incontri che lo riportano al passato. La libertà del narratore non facilita di certo l’individuazione di eventuali modelli naturali. Ciò vale anche per romanzi come il Compagno (1947) e Tra donne sole (1949) dello stesso Pavese e il Garofano rosso (1948) di Vittorini e per molti altri romanzi del 900, visto che tale variante tipologica è reperibile soprattutto nella narrativa più moderna. Con il “romanzo sperimentale” si registra un abbassamento totale del punto di vista, una rinuncia totale a qualunque controllo della narrazione. Un esempio è l’io onirico di Capriccio italiano (1963) di Sanguineti. Se nel primo 800 la distanza fra l’io pubblico dell’autore e l’io narrante dei suoi romanzi non era molto grande, nel 900 lo è sempre di più: l’autore cerca sempre di più una maschera inferiore per narrare e per nulla simile alla sua maschera pubblica. Inferiorità rispetto ai valori ufficiali del senso comune, intesa come un nuovo modo di concepire la forza centrifuga che secondo Bachtin il romanzo rappresenta rispetto all’ideologia dominante.

Appendice contemporanea
IL PUNTO DI VISTA

Andrea De Carlo: Macno (1984)

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