Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La verità della vita è dove ci portano le nostre emozioni.

Giuseppe Conte, poeta

 
La promesse
Regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne – 1996
Con Jeremie Renier (Igor), Olivier Gourmet (Roger), Assita Ouedrao-go (Assita), Rasmané Ouedraogo (Hamidou)
Durata: 90 minuti




Vicenda: In Belgio Igor, 15 anni, non va a scuola, lavora ufficialmente in un’officina, ma in realtà passa la giornata ad aiutare il padre Roger nei suoi traffici illegali di manodopera clandestina. Roger affitta le misere stanze di un palazzo semidiroccato a uomini e famiglie di extracomunitari che non hanno il permesso di soggiorno, offre loro lavoro come muratori, dando paghe occasionali e pretendendo affitti e pagamenti per qualunque richiesta (acqua corrente, riscaldamento, luce...). Il giovane Igor partecipa con incoscienza a queste losche attività, trovando ogni tanto il tempo per giocare con alcuni coetanei. Un giorno, però, l'africano Hamidou cade accidentalmente da un'impalcatura e, prima di morire, strappa a Igor la promessa di occuparsi della moglie Assita e del figlioletto Seydou. Igor promette e, da quel momento, sente crescere dentro di sé un sentimento misto di rabbia e di paura per l'attività del padre. Capisce che Roger vuole spedire Assita in Germania per venderla come prostituta e allora fugge con lei, la aiuta a curare il figlioletto malato, la convince a raggiungere alcuni parenti in Italia. Ma una volta giunti alla stazione, Igor avverte che è il momento di dirle la verità sulla morte del marito. I due si guardano in silenzio: un futuro difficile ma più consapevole aspetta entrambi.

Punti di discussione:
1) Le tappe del percorso attraverso il quale Igor compie la sua scelta affermando la propria identità e liberandosi dall'influenza deviante del padre.
2) 2. La promessa come svolta morale del protagonista: promettere significa scegliere.
3) La ribellione all’autorità paterna: il rifiuto di un mondo di adulti corrotto e senza valori.
4) La riconquista della propria dignità e autostima.
5) Lo sfruttamento dei lavoratori stranieri e la miseria morale degli sfruttatori.

Da considerare:
La scelta stilistica all'insegna del massimo di essenzialità e oggettività, che vincola la regia ad un ruolo di distaccata osservazione degli eventi, che devono essere inseguiti perché non sfuggano alla registrazione. Di qui l'uso insistito della macchina a mano e del campo medio, tipici dell'improvvisazione e dell'emergenza di tanti servizi telegiornalistici: quando la macchina si ferma alla stazione e i personaggi proseguono per la loro strada, il film è finito, il suo compito di ricavare qualche verità morale dal pezzo di realtà analizzato cessa con la confessione di Igor.

La normalità come dimensione narrativa del film. La macchina da presa tende a dar l’idea che non ci sia affatto un racconto, ma solo una riproduzione oggettiva d’accadimenti. Per aumentare questo “effetto di realtà”, i registi scelgono la tecnica del piano sequenza. Invece di montare inquadrature brevi, ognuna con un diverso punto di vista, muovono la macchina da presa modificandone il punto di vista all’interno d’inquadrature lunghe, senza interruzioni, come farebbe il nostro occhio. Ci pare così di seguire senza mediazione cinematografica la vita di Roger e di Igor. Il nostro sguardo si sovrappone al loro.

La colonna sonora fatta di rumori e canzoni cantate dal vivo piuttosto che di un accompagnamento musicale di commento. Ciò conferma la riproduzione fortemente realistica della pellicola.

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