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Letteratura
e storia,
di Lidia De Federicis Laterza,
1998
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Le confessioni di un italiano (1857-58,
ma uscito postumo nel 1867) di Ippolito Nievo, I Viceré
(1894) di Federico De Roberto, Piccolo mondo antico (1895) di
Antonio Fogazzaro. Il primo rievoca le vicende di un intero secolo,
dal Settecento alla metà dell’Ottocento, precisamente
il 1858, anno in cui il narratore protagonista, dopo aver narrato
la storia della sua vita dal periodo dell’infanzia, dichiara
di scrivere. In questo caso la veridicità della narrazione
storica è garantita dalla voce narrante, come l’espediente
del manoscritto lo era nel romanzo di Manzoni. Tale narratore
finisce per rappresentare lo sguardo simpatizzante con il Risorgimento
del suo autore che si accingeva ad affiancare le truppe garibaldine.
Le cose cambiano però molto presto: il romanzo di De Roberto,
infatti, guarda alla storia con sguardo pessimistico e scettico,
affiancando alla componente storica quella naturalistica dell’ereditarietà
dei vizi: abbiamo così un personaggio come Consalvo Uzeda,
ultimo rampollo di una famiglia di aristocratici siciliani che
vivono tra 1850 1880, che dimostra con i suoi comportamenti cinici
e spietati, l’impossibilità di qualunque cambiamento
positivo portato dalla storia. Infine, l’ultimo romanzo,
quello di Fogazzaro, svolge la storia conflittuale di due coniugi
lombardi fino alla vigilia dell’unità d’Italia.
Qui, come nel testo di De Roberto, la storia occupa un ruolo di
secondo piano rispetto alla vicenda sentimentale e soprattutto
rispetto allo scontro tra i due personaggi, l’uno credente,
l’altro no, ma incide sulla loro vita, in quanto il legame
dei due, messo a dura prova dalla morte della figlioletta, trova
nuova linfa nella prospettiva della guerra per l’indipendenza,
cui lui si accinge nelle ultime pagine. Dopo i Promessi sposi
di Manzoni, il romanzo storico italiano viene dunque rappresentato
da tre opere in cui si assiste allo spostamento della materia
storica verso il mondo contemporaneo dell’autore e in cui
la storia d’Italia diviene metafora di delusione e di fallimento
civile, non solo come fallimento dell’età risorgimentale,
ma come negazione del progresso e della modernità, in quanto
la storia, come dichiarato esplicitamente nel romanzo di De Roberto
non è altro che un continuo ripetersi degli stessi fatti.
Tale prospettiva continua nel Novecento con I vecchi e i giovani
di Pirandello (1913), Il Gattopardo di Lampedusa (1958), Il Quarantotto
di Sciascia (1958) e Il sorriso dell’ignoto marinaio di
Vincenzo Consolo (1967): è interessante a questo proposito
notare come questa visione della storia sia ricorrente negli scrittori
siciliani, dal momento che il Meridione è la zona del nostro
paese che meglio ha rappresentato, da sempre, il fallimento e
la rassegnazione all’immobilità. Proprio Consolo
che assieme a Sciascia vive in maniera tormentata tale posizione
negativa cercando a volte di affiancarla ad intenti e volontà
propositivi, ha visto come un passo obbligato per gli scrittori
della sua terra quello di cimentarsi almeno una volta in un romanzo
storico, su tema risorgimentale, per rappresentare non tanto quella,
ma altre delusioni, altri fallimenti civili, cioè quelli
del presente.
Il narratore del romanzo storico può essere rappresentato
palesemente, come nel caso della testimonianza diretta (memorialistica),
dell’espediente del manoscritto per cui narratore e autore
coincidono (Manzoni), o della narrazione in mano a un personaggio
(Carlo Altoviti di Nievo); Eco nel Nome della rosa usa i due ultimi
espedienti assieme: si presenta come autore del romanzo nell’introduzione,
parlando di un manoscritto ritrovato, ma poi la storia viene narrata
da un monaco; in alternativa vi può essere un narratore
impersonale, esterno e onnisciente, che fa parlare direttamente
i personaggi e fa emergere il loro punto di vista, magari riflettendosi
a volte in alcuni di essi (De Roberto), oppure può decidere,
sempre nell’ambito della stessa soluzione, di far sentire
solo a volte la propria voce (Fogazzaro); infine, la narrazione
può essere frantumata in un insieme di materiali eterogenei
(documenti, citazioni ironiche, voce dell’autore); naturalmente
ciò avviene nei testi più vicini a noi, ad esempio
nel romanzo di Consolo e proprio per l’intenzione di spezzare
l’organicità del romanzo storico e con essa la pretesa
dell’autore di governarne e spiegarne l’intreccio
(cioè la realtà, la storia).
In Italia la memorialistica di guerra costituisce un filone a
parte che, nonostante si collochi tra cronaca e letteratura, annovera
testi eccellenti, considerati veri classici del Novecento: Un
anno sull’altipiano (1938) di Lussu, 16 ottobre 1943 (1944)
di G. De Benedetti, Cristo si è fermato a Eboli (1945)
di Carlo Levi, La guerra dei poveri (1962) di Nuto Revelli, I
piccoli maestri (1964, poi ristampato, con notevoli modifiche,
nel 1976) di Meneghello e i libri di Primo Levi. I testi di Meneghello
e di Levi sono quelli in cui la cronaca è maggiormente
asservita alle strategie narrative e ai codici del romanzo. Lo
scrittore vicentino racconta la sua esperienza di partigiano vissuta
insieme a un gruppo di giovani amici intellettuali e conclusasi
con un rastrellamento tedesco al quale lo scrittore riuscì
a sfuggire. Il suo obiettivo era quello di descrivere il rapporto
umano vissuto dal gruppo di amici, ma anche di tracciare un quadro
della Resistenza veneta descrivendola dall’interno. Lo schema
non è però quello della cronaca, ma piuttosto quello
del romanzo di formazione con influssi di Salinger e di Twain,
il tempo non è lineare, ma vi sono anticipazioni e differimenti,
infine non mancano elementi simbolici come il buco, la crepa nel
terreno che rappresenta la salvezza dell’autore durante
il rastrellamento e nella quale egli si calerà dopo la
fine della guerra; il romanzo inizia proprio con questo episodio,
quasi per chiudere il cerchio di quell’esperienza. Il fatto
che il testo sia stato scritto nel 1963 e poi riveduto più
volte prima della pubblicazione, conferisce allo stile un tono
equilibrato e vigile sulle emozioni. Particolarmente significativa
la pagina in cui l’autore-protagonista e due suoi amici
si imbattono, non visti, in due soldati tedeschi: uno dei due
compagni necessita di scarpe nuove e, in un primo momento, tutti
pensano che potrebbero sottrarle ai nemici dopo averli uccisi.
Ma nessuno riesce a compiere il gesto a sangue freddo, anzi l’episodio
diventa l’occasione per riflettere sulla drammaticità
di eventi legati alla violenza della guerra. Ecco allora che i
due soldati tedeschi non sembrano tanto nemici, quanto contadinotti,
carrettieri, mugnai, gente che ne ha le tasche piene di quanto
sta avvenendo e loro, i giovani partigiani, non sono altro che
ragazzi sconvolti dall’idea di dover uccidere a sangue freddo
un’altra persona, perché uccidere significa “perdere
quella radice che chiami te stesso”. Ed è per questo
che ogni oleografica rappresentazione della Resistenza è
accantonata, a partire dal impiego dei pronomi personali, usati
sempre nella forma del plurale “noi” o in quella impersonale
del “tu”, bandendo la prima persona, come a respingere
l’aura eroica che circonda il pronome “io”.
Quello che lo stesso Meneghello sottolinea nella Nota introduttiva
all’edizione del 1976 è proprio la volontà
di rappresentare un antieroe e di fornire una visione antiretorica
di quel momento storico. Proprio per questo non sono rari i momenti
in cui la narrazione diviene leggera e divertente. Essere un antieroe
non significa comunque essere una persona normale: nella sua autorappresentazione
lo scrittore vuole evidenziare “la fede nell’autonomia
assoluta della coscienza individuale” e l’intensità
morale che lo indusse, insieme agli altri, a quell’esperienza
e poi alla stesura del libro, che quei momenti rievoca con passione,
leggerezza e verità. Visione del film.
Primo Levi, torinese con laurea in chimica, scrive il suo primo
romanzo Se questo è un uomo, nel 1947 e in esso trasporta
tutto l’orrore del campo di concentramento di Auschwitz,
nel quale era rimasto per quasi un anno, tra il 1943 e il 1944;
la sua seconda prova letteraria è La tregua (1963), ancora
un romanzo testimonianza sul lungo e travagliato ritorno a casa
da Auschwitz: siamo di fronte a testi letterari o a esempi particolrmente
riusciti di memorialistica? La risposta, a favore della prima
ipotesi, viene dall’esame della lingua e dello stile di
Levi: gli studi scientifici dello scrittore hanno lasciato il
segno nel carattere preciso, puntuale della sua scrittura che
vuole andare a fondo nella descrizione scientifica di quanto è
avvenuto per capire il perché di tanto abbrutimento degli
uomini.
La descrizione dell’arrivo della pattuglia russa nel campo
di concentramento avviene con una lingua come sempre ordinata
e con tratti un po’ desueti e aulici di lessico e di sintassi,
qui con punte di registro alto quando si parla di neve corrotta,
di astri spenti, di colpa commessa da altrui, di vergogna che
il giusto prova. P.V. Mengaldo l’ha definita “straordinario
impasto di precisione di pathos”, dove le figure retoriche,
le gradazioni, le sinonimie, le coppie, fanno da veicolo al carico
emotivo. Nella composizione della scena gli elementi contrastivi
danno risalto all’angoscia dentro la libertà: il
basso dei prigionieri e l’alto dei soldati russi, il solido
nulla pieno di morte e il solido corporeo, pace e armi, vivi e
morti, grandi figure a cavallo e facce di bambini “rozze
e puerili”. La trasposizione cinematografica del romanzo
(1997), ad opera di Francesco Rosi, presenta delle differenze
rispetto al testo che sono legate alla grande distanza temporale
che separa le due forme artistiche, distanza che presuppone una
rimeditazione, che non significa revisionismo, sull’Olocausto.
Scrivere per capire e far capire, per raccontare e forse per educare:
questa è la funzione della scrittura come testimonianza
ed è per questo che deve essere una scrittura limpida,
con un rapporto chiaro con la realtà. Una scrittura che
venne accusata dai teorici della nuova avanguardia e che portò
Levi a polemizzare con Manganelli che, negli anni in cui Calvino
scriveva la Giornata di uno scrutatore e Sciascia il Consiglio
d’Egitto, pubblicò La letteratura come menzogna,
raccolta di saggi in cui definiva una visione della letteratura
come puro laboratorio linguistico ed esercizio formale, senza
alcun legame con la realtà.
Il barone rampante di Calvino (1957) non vuole essere, nelle intenzioni
esplicitamente dichiarate dall’autore, un romanzo storico,
piuttosto un misto fra racconto filosofico, romanzo d’avventura
e fiaba. Ciononostante la narrazione finisce per trovare nella
materia storica, o meglio nella storia della modernità,
una caratterizzazione fondante. I modelli di Calvino sono da un
lato il Candido di Voltaire, di cui riprende la velocità
del ritmo e il tono morale, Le confessioni di un italiano di Fogazzaro,
da cui alcuni scenari e personaggi come il castello di fratta
e la Pisana, dall’altro la fiaba, cui risale la mancata
caratterizzazione psicologica dei personaggi e il susseguirsi
di vicende romanzesche sugli alberi, con un evidente richiamo
a Stevenson. Al momento della pubblicazione del romanzo si volle
vedere nella storia di Cosimo Rondò, che pur vivendo sugli
alberi conduce una vita normale, anzi molto propositiva e costruttiva
dal punto di vista sociale, politico e culturale, un’allegoria
dell’intellettuale moderno. Tuttavia gli anni della pubblicazione
sono quelli che vedono il distacco dell’autore dal PCI e
ciò ha portato a chiedersi se in realtà Calvino
non volesse proporre piuttosto una sorta di invito al disimpegno
politico dell’intellettuale, oppure un impegno portato avanti
comunque, ma in maniera illuministica e autonoma rispetto agli
organi ufficiali. La risposta a questo quesito può forse
venire proprio dalla parte storica del romanzo: riferimenti storici
ben precisi emergono continuamente, dalla provenienza livornese
dell’enciclopedia di Diderot all’ incontro del protagonista
con Napoleone, ed essi contribuiscono a fare del testo un’opera
sul Settecento, secolo di cui vengono riproposti gli ideali razionalistici
e progressisti; ma la rievocazione storica si conclude negativamente
con il fallimento napoleonico e ciò comporta un giudizio
negativo sulla Storia, sicuramente legato al momento che sta vivendo
l’autore. M aciò che gli interessa veramente è
tutt’altro: Calvino non attualizza il passato, per non fare
un’inutile parodia, ma sceglie un’età di passaggio,
come quella che lui sta vivendo e la attualizza con la stilizzazione
atemporale della fiaba e dell’allegoria, creando una scrittura
leggibile a diversi livelli: la favola per i ragazzi, ma per gli
storici e i letterati molte citazioni e allusioni a figure, temi,
scenari come il giardino di Candido di Voltaire, il giardino di
Giulia di Rousseau, il castello di Fratta e la Pisana di Nievo;
i gesuiti e i giansenisti, gli abati e i turchi; la natura e la
ragione, la razionalità e la passionalità. Il suo
Settecento non vuole essere una rievocazione di eventi, ma è
il Settecento che nasce dalla lettura e dalla letteratura.
Il Gattopardo (1958), La storia (1974) e Il nome della rosa (1980)
dimostrano come il romanzo storico, genere trasversale, nella
seconda metà del nostro secolo riesca ad attrarre un pubblico
molto variegato di lettori, come un romanzo storico di successo
vada contro la linea letteraria ufficiale compiendo un’azione
di disturbo e suscitando accese polemiche e come, infine, un buon
romanzo storico dia forma ad una attualizzazione della storia
che coinvolge emotivamente i lettori.
La pubblicazione del romanzo di Tomasi di Lampedusa attesta, assieme
a La ragazza di Bube di Cassola e al Giardino dei Finzi-Contini
di Bassani, l’esaurirsi del filone neorelistico, sostituito
da una serie di romanzi nei quali l’elemento lirico-intimistico
diviene primario e che danno vita a quel fenomeno editoriale del
romanzo di massa di alta qualità letteraria sul quale avrebbero
puntato d’ora in avanti le case editrici. Il grande successo
di pubblico di tali opere non si accompagna, però, ad un
uguale apprezzamento da parte della critica, in un momento come
quello che vede la diffusione negli ambienti intellettuali del
nouveau roman francese e in cui si fa strada la neo-avanguardia
del gruppo ’63. Il Gattopardo, dopo essere stato rifiutato
da Vittorini, viene pubblicato grazie a Bassani, dalla Feltrinelli;
è la storia di una famiglia siciliana al tempo dell’unità
d’Italia, vista attraverso lo sguardo autoritario e autorevole
del capofamiglia Don Fabrizio, che sancisce in un famoso dialogo
con un rappresentate del nuovo stato italiano, il sostanziale
immobilismo della società siciliana nonostante il grande
momento storico che si sta vivendo. I modelli sono quelli della
grande narrativa dell’Ottocento, De Roberto e Verga in primis,
con l’apporto delle moderne produzioni francesi, in uno
stile fluido e di ampio respiro. Ciò che venne subito rimproverato
fu la sua gradevolezza eccessiva, una vena di facile descrittivismo,
che ha poi indotto alla trasposizione cinematografica L. Visconti,
e soprattutto quella tendenza al disfattismo, quell’ombra
di morte e di disfacimento che aleggia in tutto il romanzo e che
poteva indurre, secondo la critica marxista che aveva in mano
le redini del giudizio letterario, al conservatorismo. Il romanzo
della Morante nacque, fin dagli accordi con la casa editrice,
come romanzo di massa e lo scopo fu proprio quello di mettere
in luce i contrasti tra Storia e storia, tra i grandi avvenimenti
della seconda guerra mondiale e la vita misera di coloro che di
tali eventi furono vittime ignorate. Le critiche negative furono
molte contro un testo accusato di anarco-populismo per i suoi
grandi quadri di massa, per gli innumerevoli personaggi, per la
forte carica emotiva: lo stesso Calvino, critico molto misurato,
affermò che il romanzo mirava erroneamente a suscitare
il pianto e confondeva la realtà e la finzione. Fu molto
amato dal pubblico, soprattutto giovanile e deluso dalla politica,
che era alla ricerca dei valori semplici e dimenticati. Il romanzo
di Eco inaugura il concetto di post-moderno che ne diventa la
chiave interpretativa: romanzo giallo, pastiche di stili e registri
linguistici, lo stesso autore nella prefazione mette in guardia
sui diversi livelli di lettura possibili: quello del lettore ingenuo
che gusterà il giallo, quello del lettore istruito che
avrebbe assaporerà il gusto della citazione, infine quello
di chi avrebbe saputo cogliere i riferimenti all’attualità:
terrorismo e violenza diffusa, utopie che si rovesciavano in massacri,
come nella storia di Fra Dolcino e dei fratelli eretici.
Il romanzo storico negli ultimi vent’anni è rappresentato
da opere che mescolano, sulla linea del concetto postmoderno di
pastiche, diversi generi letterari, molteplici registri linguistici
e soprattutto forniscono una visione ambigua del vero, scardinando
la linearità del tempo storico. Testi rappresentativi sono
quelli di Guido Morselli, che offre un panorama storico di disgregazione,
come quando immagina una prima guerra mondiale conclusasi con
la vittoria dell’Austria, Il sorriso dell’ignoto marinaio
(1976) di Vincenzo Consolo che interessa soprattutto per il laboratorio
linguistico: plurilinguismo e pluristilismo non fanno altro che
riflettere la molteplicità dei punti di vista, danno voce
agli emarginati e mostrano la perdita di un’immagine centrale,
univoca, di storia. Romanzo di grande successo è Sostiene
Pereira (1994) di Tabucchi che, assieme al rapporto narratore-autore
che prende le distanze dal narratore-personaggio (il segno linguistico
del titolo viene ripetuto costantemente) e alla rievocazione particolarmente
riuscita della Lisbona e del clima culturale degli anni 30, si
segnala per il tema dell’impegno dello scrittore, affrontando
un tema come quello della responsabilità etica del giornalista
e della cultura, molto vivo nell’attualità e che
per questo ha suscitato dibattiti e discussioni.
[Lo stile di Antonio Tabucchi (questo approfondimento
non fa parte del testo di Lidia De Federicis). In Sostiene Pereira
il discorso del narratore si distingue nettamente da quello del
protagonista perché il primo si dichiara interprete del
secondo e, all’inizio e alla fine di ogni capitolo, il discorso
indiretto è ritmato dall’intercalare della frase
tematica “sostiene Pereira”. Il romanzo comincia così:
“Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate.
Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata,
e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non
sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo
di metter su la pagina culturale, e l’avevano affidata a
lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte”.
Nelle prime parole compare un pronome, riferito a un personaggio
di sesso maschile: chi è questo personaggio che Pereira
sostiene di avere conosciuto? Lo si saprà verso la fine
del capitolo, quando verrà materializzandosi pian piano
la figura di un neo laureato in filosofia, autore di una tesi
sulla morte, il deuteragonista, Monteiro Rossi. Non sappiamo niente
di lui ma la sua ombra campeggia fortissima fin dall’inizio
proprio grazie alla posizione del pronome. Subito dopo veniamo
a conoscenza dello spazio e del tempo: ci accoglie un sole abbagliante,
un profumo di mare e di vento, una città incantata. Pereira
sta al chiuso, in redazione, diviso tra il dovere professionale
e le sue riflessioni personali sulla morte: come si può
escludere, leggendo queste poche righe, che il personaggio non
sia in preda alla disperazione, che non pensi al suicidio? Ce
lo dice il ritmo della scrittura. Ogni immagine viene sgranata
con perfetto equilibrio di frasi lunghe e brevi. Le pagine appaiono
fitte, quasi prive di capoversi e le pause, i momenti di riflessione,
non sono segnati da spazi vuoti ma penetrano nel discorso attraverso
le piccole pause dei punti, delle virgole e delle congiunzioni.
Nell’andamento delle frasi prende corpo l’inflessione
naturale di una voce pacata, di un racconto orale. Prima le informazioni
essenziali, dov’è Pereira e cosa fa: il personaggio
si rende conto del contrasto tra il clima esterno e la sua volontaria
reclusione in ufficio, ma è abituato a simili contrasti
e non commenta la cosa, il suo pensiero procede semplicemente
per constatazioni. La soddisfazione con la quale ha accolto l’incarico
di dirigere una pagina culturale è pudicamente posposta
a quella di vedere il giornale aumentato di una pagina culturale:
“...metter su una pagina culturale, e l’avevano affidata
a lui”. Il pronome personale è spinto alla fine della
frase, con una sfumatura di entusiasmo e di modestia. Lo ritroviamo
all’inizio della frase seguente: “E lui, Pereira,
rifletteva sulla morte”: dopo il primo contrasto splendida
giornata/lavoro in redazione, se ne crea un altro, quello tra
il lavoro desiderato e l’impossibilità di uscire
dalle riflessioni personali; la vicinanza dei due pronomi esprime
proprio l’irritazione del protagonista].
Il romanzo storico negli ultimi anni è
divenuto uno strumento per rievocare momenti “sepolti”
del passato, che però nello stesso tempo permettono una
riflessione su temi sempre attuali: è il caso del racconto
inchiesta di Sciascia La strega e il capitano (1986) che ricostruisce
alla maniera della Storia della colonna infame del Manzoni le
vicende processuali che nel 1600 portarono alla condanna a morte
per stregoneria di una serva, accusata di aver avvelenato il suo
padrone. Il tema è quello della giustizia e della sua “terrificante
amministrazione”, frequente in Sciascia, come pure le immagini
del processo, del giudice, del boia, della solitudine del carcere
e della carne sofferente, metafore della condizione umana ricorrenti
in tutta la letteratura del Novecento.
La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990) è il romanzo
di Dacia Maraini che racconta la vicenda di una sordomuta appartenente
ad una famiglia dell’aristocrazia siciliana del Settecento.
Ne emerge il quadro della società del tempo, ma soprattutto
un punto di vista prettamente femminile, tutto filtrato attraverso
la fisicità, la descrizione dei corpi, che esprimono la
scelta intellettuale o ideologica della scrittrice, protesa al
fare e al pensare, e avversa al consumo improduttivo (le mani
grasse delle aristocratiche denotano inattività e sono
quindi guardate con disprezzo da Marianna).
Il racconto La sosta (1996) di Giovanni Ferrara, professore di
storia antica, rievoca una battaglia di antichi romani: il protagonista
narratore, dal momento che il treno su cui viaggia si blocca per
un guasto, si lascia andare a riflessioni erudite e rievoca questo
episodio così lontano nel tempo. Non casualmente si tratta
però di un contesto bellico, considerato che la guerra
è il tema del nostro secolo; inoltre altro elemento importante
è l’occhio ironico e insieme dissacratorio con cui
lo scrittore, specialista della materia storica rievocata, guarda
alla sua stessa attività di studioso.
Un fenomeno continuativo, soprattutto in questi ultimi anni, è
il romanzo di materia antica, specie nella forma della biografia
(forse per effetto dei grandi modelli come La morte di Virgilio
(1945) di Broch e Le memorie di Adriano (1951) della Yourcenar):
L. Canali, Nei pleniluni sereni. Autobiografia immaginaria di
Tito Lucrezio Caro (1995) e Diario segreto di Giulio Cesare (1994);
il racconto sceneggiato di Fruttero e Lucentini, La morte di Cicerone
(1995).
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