Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

Il modo Romanzesco
Paolo Zanotti, Laterza, 1998

Il termine “romanzo” indica due generi letterari ben distinti, ma tale distinzione è ben più chiara nella lingua inglese che nella nostra, in quanto essa impiega due termini differenti per indicare da una parte il romanzo realistico (novel) e dall’altra il romanzo fantastico, d’amore e d’avventura (romance). Il romance è stato studiato soprattutto dalla critica anglosassone, anche perché la letteratura di lingua inglese è la più ricca di opere di questo tipo: il suo rilancio critico è iniziato negli anni cinquanta, in coincidenza con la pubblicazione del Signore degli anelli di Tolkien, soprattutto a opera di N. Frye, autore di testi come Anatomia della critica (trad. it., Einaudi, Torino 1969) e La scrittura secolare (trad. it., Il Mulino, Bologna 1978).
Non si tratta di un “genere” vero e proprio, ma di un “modo”, ossia di una serie di costanti dell’immaginario che si possono ritrovare in generi diversi di diversi momenti della storia letteraria, a partire dal romanzo d’avventura, al romanzo rosa fino addirittura al romanzo realistico (il novel.), dal fumetto al cinema. In letteratura l’indicazione di “modo”, più indeterminata di quella di genere, ma non più astratta o astorica, tende ad essere espressa in forma aggettivale, per cui, ad esempio, se parlo di “romanzo comico”, il primo termine indicherà il genere, il secondo il modo.
Il romanzesco ha dei motivi ricorrenti: innanzitutto esige da parte del lettore la completa passività, l’abbandono totale alla fantasia della narrazione, pena la noia. La passività del lettore è prerogativa indispensabile per dare libero sfogo alla fantasia, per creare storie innumerevoli che si intrecciano e si ripetono continuamente; è lo stesso tipo di procedimento impiegato nelle telenovelas. Proprio per questo è sempre stato visto come un genere di serie B, adatto a fasce sociali culturalmente inferiori quali le donne romantiche o i ragazzi pieni di ideali. Si insiste sulle descrizioni di ambienti e di arredi sensuosi e lo stile, pur non essendo sublime, tende a dare l’impressione della raffinatezza e a stendersi in languide descrizioni. I personaggi non sono approfonditi psicologicamente e sono sempre divisi in buoni e cattivi, il protagonista compie un percorso di abbrutimento o di follia che lo porta alla rigenerazione e alla conclusione felice della vicenda, vengono esaltate la giovinezza e qualità come la verginità, ma anche l’innocenza, l’amore, il coraggio, la libertà. Non esistono personaggi disillusi e quando questo accade, come nel Don Chisciotte, ne consegue la morte del protagonista. L’eroe del romance è una sorta di adolescente ideale e il momento dell’incontro con l’ostacolo viene solitamente rappresentato come una perdita della memoria o dell’identità, causata da un’opera di seduzione attuata da un falso paradiso terrestre. E’ un po’ la stessa condizione del lettore affascinato dalla fantasticheria romanzesca che lascia da parte la vita di tutti i giorni. E un genere popolare nel senso che questo è spesso il suo pubblico, ma i protagonisti delle vicende sono quasi sempre aristocratici o principi. Come si conciliano questi due aspetti apparentemente contraddittori? L’eroe aristocratico rappresenta per il popolo una sorta di simbologia dell’ideale che si avvicina a quella delle fiabe; inoltre nell’opposizione netta tra bene e male e nella consapevolezza di una totale alterità rispetto ai “cattivi” delle vicende narrate, il popolo stesso ritrova la sua compattezza e il mondo aristocratico il suo orgoglio di casta. La trama avvincente, infine, attrae il lettore sprovveduto come pure quello aristocratico che vi vede riflessi il suo ideale di vita guerresco, cortese e avventuroso.

Le radici storiche del modo romanzesco sono costituite dal romanzo cortese, fiorito tra XII e XIII secolo e rappresentato soprattutto dalla figura di Chrétien de Troyes (attivo tra il 1170 e il 1190), autore di testi che narrano le avventurose peripezie di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda: in questi romanzi l’elemento avventuroso, che si sviluppa su una struttura piuttosto semplice e ripetitiva, al limite del fiabesco, crea una forte attrattiva sul lettore, che allo stesso tempo, però, viene immesso in un mondo di valori, quali il codice cavalleresco e l’amor cortese, che costituiscono la grande novità del romanzo cortese nei confronti di testi precedenti che sfruttavano gli elementi romanzeschi. I protagonisti di tali romanzi, come l’Ivano dell’omonima opera di Chrétien de Troyes, si trovano immersi in una serie di avventure che si incrociano con quelle di altri personaggi secondo la tecnica tipicamente romanzesca dell’entrelacement, e che li conducono al superamento di una serie di prove iniziatiche necessarie al recupero della situazione positiva iniziale. La felicità finale consiste nel raggiungimento di una perfezione mistica, in quanto l’eroe agisce non tanto per se stesso, quanto per riportare nel mondo un ordine violato. Proposta di valori, dunque, ma anche elemento fantastico volto ad affascinare il lettore: con il romanzo cortese nasce l’idea moderna di fruizione del testo romanzesco come lettura solitaria di giovani idealisti e donne romantiche.
Un altro modello di romanzesco è fornito anche dal romanzo ellenistico (II-III sec. d.C.) i cui più illustri rappresentanti sono le Etiopiche di Eliodoro e Dafni e Cloe di Longo Sofista: le vicende sviluppate sono di solito quelle di due innamorati che, solo dopo una serie di disavventure cui non sono estranei pirati e naufragi, riescono a far trionfare il loro amore. A differenza del romanzo cortese, però, questo tipo di narrazione romanzesca, sempre a lieto fine, si ispira più che alla fiaba o alla tradizione folclorica, alla commedia e ciò comporta una maggior rilievo concesso all’aspetto collettivo e sociale della vicenda, soprattutto nell’opposizione tra vecchi e giovani, rispetto a quello individualistico messo in luce dal romanzo cortese.
Dopo il romanzo cortese è interessante notare come nei vari periodi storici la letteratura ufficiale si sia confrontata con il modo romanzesco, spesso criticato per la sua tendenza all’individualismo e per una forma che troppo concede alla letteratura di consumo. Così Tasso, scrivendo la Gerusalemme Liberata, cerca di conciliare l’aspetto epico con quello romanzesco, mentre tra Settecento e Ottocento, con il fiorire della grande tradizione del novel, il romanzesco viene convogliato all’interno del romanzo realistico oppure tende a scadere, nella sua forma pura, a letteratura di consumo. Nel nostro secolo si è assistito ad una serie di riattualizzazioni che conducono direttamente al romanzo di fantascienza dei nostri giorni, partendo dal Signore degli anelli, in cui Tolkien fa rivivere il mondo medievale, passando attraverso tutta una serie di testi che oggi inseriamo nel genere cosiddetto fantasy, per arrivare ad opere che recuperano le complicate trame romanzesche in chiave quasi ironica e giocosa, come il romanzo di Stefano Benni, La compagnia dei Celestini (1992).
Continuando in una sorta di percorso storico del romanzesco, si possono prendere in considerazione alcuni tra gli ultimi drammi di Shakespeare, soprattutto La tempesta.
Don Chisciotte (1605 e 1615) di Cervantes
Robinson Crusoe (1719) di Daniel Defoe
Il castello di Otranto (1764) di O. Walpole è il primo esempio di un nuovo genere , il romanzo gotico, che con i suoi eroi satanici, le fanciulle perseguitate e i castelli misteriosi e labirintici, avrebbe avuto larga fortuna tra i due secoli. Questo romanzo, in realtà piuttosto sconclusionato, rappresenta, secondo quanto affermava già W. Scott, la fusione tra il romance e le nuove tecniche del novel come l’analisi realistica delle passioni e il contorno quotidiano ai fatti sovrannaturali. Il dibattito critico su novel e romance inizia in Inghilterra proprio nella seconda metà del Settecento e il primo testo importante è The Progress of Romance (1785) di Clara Reeve .
Partito dai romanzi di Scott anche Manzoni ambienta nel passato i Promessi sposi (1840/42), sulla base di un’accurata indagine storica. La storia serve a limitare gli eccessi del romanzesco, che emerge comunque in momenti fondamentali della storia: dall’iniziale immagine dell’Innominato, che ricorda da vicino le caratteristiche del protagonista del romanzo gotico di Walpole, Il castello di Otranto, alla figura di Fra Cristoforo, simile a fra Jerome dello stesso testo, per non parlare della vicenda dei due innamorati, tanto presente fin dal romanzo greco e più volte matrice delle trame romanzesche di Shakespeare. Lucia, se da un lato è la fanciulla perseguitata del romanzo gotico, dall’altro è la fanciulla che rinnova il mondo dei romances di Shakespeare. Questo si vede soprattutto nell’episodio dell’Innominato, dove tra l’altro spicca il voto di verginità fatto dalla ragazza. Non a caso quello della giovinezza come forza rinnovatrice e della verginità, sono motivi tipici del romance: è come se fossero in azione forze magiche, proprie di una religiosità arcaica.
Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas (1802-70) è un vero e proprio romanzo d’appendice, uscito a puntate tra il 1844 e il 1846.
Ormai da tempo il romance è stato inglobato, per l’innocenza che accomuna i due mondi, nella letteratura per l’infanzia, quasi per conferire dignità ad un genere comunque catalogato di serie B. Non sono rari i casi di testi per l’infanzia recuperati e “santificati” dai lettori adulti, basti pensare alle Avventure di Pinocchio (esce a puntate tra il 1881 e il 1883) di Collodi, più amato forse dagli adulti che dai bambini, che, proprio per il suo carattere fantastico, ha subito, alla stregua di un mito, una serie di interpretazioni arbitrarie attraverso letture religiose, psicoanalitiche, filosofiche, simbolico-archetipiche, ecc. In realtà la fiaba e qualsiasi altra storia romanzesca a carattere più realistico sono molto vicine perché tutto in esse è già prestabilito e il mondo non oppone alcuna resistenza: in questa ottica la magia della fiaba diventa quasi un modo per razionalizzare questa mancata resistenza del mondo esterno al già dato dello schema romanzesco, in cui i fanciulli hanno comunque una superiorità rispetto agli adulti, in quanto incorrotti. Dunque nella storia di Pinocchio si rintraccia l’elemento tipico della letteratura per l’infanzia che è quello della ricerca dei genitori, il motivo mitico della discesa nel mondo sotterraneo (ventre della balena), e quello della rigenerazione dell’eroe, attraverso l’abbrutimento e l’acquisizione di una nuova identità.
Il barone rampante (1957) di Italo Calvino non è semplicemente un romanzo filosofico, ma si riallaccia all tradizione romanzesca attraverso il richiamo a certi elementi del romanzo cortese e soprattutto alla letteratura per l’infanzia dell’800: il protagonista, Cosimo Rondò, un bel giorno dell’anno 1767 si rifiuta di mangiare un piatto di lumache e sale per protesta sugli alberi. Non scenderà più, anche per una sorta di sfida lanciatagli da Viola, che diverrà poi la donna della sua vita. Il richiamo al romanzo cortese scaturisce proprio da questo lanciarsi verso un’impresa impossibile imposta da una dama. Ancora più evidente il richiamo ai toni robinsoniani di Stevenson, un autore che tra l’altro Calvino amava particolarmente, nell’immagine del bambino che sale sull’albero. I luoghi selvosi divengono la base di tutte le avventure di stampo romanzesco che Cosimo vive, compresa la storia d’amore con la sua Viola. Nella letteratura per l’infanzia , il rifugio sugli alberi ha un valore utopico e in questo romanzo la fiducia illuministica nella possibilità di un mondo migliore traspare nell’ideazione di uno stato perfetto sugli alberi, un’utopia che nasconde un riutilizzo in chiave psicologico-individuale del senso e dell’ordine che caratterizzavano il perduto mondo illuministico.
La compagnia dei Celestini (1992) di Stefano Benni
La storia si svolge nell’immaginario paese di Gladonia, allegoria dell’Emilia-Romagna attuale, post-moderna e gaudente. In un convento piuttosto tetro, a metà tra gli orfanotrofi delle storie per l’infanzia ottocentesche e il castello gotico alla Walpole, vivono in condizioni precarie un gruppo di orfani. Un giorno essi, capitanati da Memorino, scappano attraverso gli innumerevoli sotterranei dell’edificio per partecipare al campionato mondiale di Pallastrada, organizzato dal protettore degli orfani, il magico Grande Bastardo. Prima di andare sul posto stabilito, i ragazzi si mettono in cerca dei fratelli Finezza, abilissimi nel gioco del calcio, accompagnati da Celeste, una bambina bionda incontrata nei sotterranei che si dice discendente della Celeste cui è intitolato il convento. Ovviamente non manca il momento dell’agnizione quando alcuni dei Celestini incontrano per caso i loro genitori e abbandonano l’avventura. Il luogo del convegno si rivela un’area industriale che all’arrivo dei bambini si rigenera, manifestando una sorta di rigenerazione. Dopo l’arrivo dei veri Finezza, che smascherano i precedenti, rivelatisi impostori, il campionato ha finalmente inizio. Le forze di Mussolardi, il potere televisivo, scoprono il luogo del raduno segreto e ciò dà origine ad un inseguimento che, attraverso fughe e stragi di bambini, si conclude in una stanza del convento dove dovrebbe svolgersi la finale. Dopo l’ultima sparatoria gli unici bambini rimasti sono celeste e Memorino che però muore svelando il suo amore alla bambina, che si rivela essere il fantasma della antica Celeste e scompare dopo aver profetizzato che la morte dell’ultimo bambino rappresenterà la morte del mondo. In questo romanzo i bambini rappresentano dunque una magica forza rinnovatrice, anche se qui il mondo non ha più scampo. Il romance ha bisogno di valori ben definiti e qui è evidente che il Bene sta dalla parte dei bambini e il Male da quella degli adulti, il cui mondo ha i connotati del mondo consumistico postmoderno (spiagge, discoteche, fast-food dove si dice si mangi carne umana), mentre quello dei bambini ha le sue radicate tradizioni. Si fa continuo riferimento ai giochi e ai linguaggi infantili, che insieme ai linguaggi giovanili, al latino maccheronico, prendono più o meno il posto che le lingue nordiche ricreate avevano in Tolkien.

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