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La
prosa narrativa moderna ( 1700-'800-'900)
Pieter de Meijer, Achille Tartaro, Alberto Asor Rosa “La
narrativa italiana dalle Origini ai giorni nostri” a c.
di A. Asor Rosa, Einaudi, 1997

La
storia romanzesca come finzione
Nel romanzo del ‘700 la presenza della finzione nella forma
del “romanzesco” è chiarissima. Si pensi ad
Abaritte. Storia verissima di Pindemonte: il protagonista, desideroso
di istruirsi, parte per un viaggio lasciando Ema, la promessa
sposa che non ha ancora visto. Nel primo paese che visita incontra
Indatira, una donna dotata di tutte le qualità possibili
e immaginabili. L’incontro si ripete anche negli altri due
paesi visitati, il giovane si innamora ed è infelice al
momento di tornare in patria, dove tutto però si risolve
al meglio visto che le due donne risultano essere la stessa persona.
Per i Promessi
sposi si può risalire oltre i rapporti con il romanzo greco,
ad una vera e propria sceneggiatura fiabesca. Non a caso ben due
volte, per descrivere un viaggio di Renzo, Manzoni ricorre alla
formula “cammina, cammina”: come ha osservato E. Raimondi
(Il romanzo senza idillio, p.175) all’eroe manzoniano ben
si addicono i paradigmi proppiani di un “protagonista vittima
e cercatore”, il protagonista per eccellenza della fiaba.
Ciò significa che anche in opere modellate secondo schemi
di verosimiglianza esterna può sussistere, nella complessità
delle sceneggiature in cui consiste una storia romanzesca, una
traccia della finzione.
Anche alla
fine dell’800 sono reperibili tracce di romanzesco o di
fiabesco in opere apparentemente lontanissime da ogni omaggio
alla pura finzione come i Malavoglia di Verga o Una vita di Svevo.
Non manca nemmeno una spia diretta del rapporto con la fiaba nella
formula con cui il narratore di Fantasticheria riassume il nodo
del dramma dei Malavoglia (quando parla del mondo pesce vorace
che ingoia chi osa staccarsi dal gruppo). Nel romanzo di Svevo
le tracce del fiabesco sono più scoperte. Quando Alfonso
per la prima volta va a fare visita al padrone Maller ed è
sorpreso dal lusso dell’ingresso, salendo al scale egli
crede di “essere l’eroe di qualche racconto di fate”.
E quando poi Annetta, la figlia di Maller, gli propone di scrivere
insieme un romanzo, l’incipit riassume la storia del giovane
in un’allusione fiabesca: “C’era una volta un
giovinetto che venne da un villaggio in una città...”:
ciò mostra nel romanzo dell’800 la spia di una finzione
in una forma ancora più elementare del “romanzesco”,
nonostante questo aspetto sia poco studiato dalla critica che
tende piuttosto ad indagare i valori realistici.
Giacomo
Debenedetti distingue il romanzo dell’800 da quello del
Novecento parlando di “epica della realtà”
contrapposta all’“epica dell’esistenza”
(Personaggi e destino. La metamorfosi del romanzo contemporaneo,
p.112). Questo non significa che dal romanzo del ‘900 non
possano essere recuperate forme apparentemente superate e che
anche per esso non possa essere fruttuosa un’indagine intorno
alla persistenza, ad esempio, del “romanzesco” e del
fiabesco. Il nucleo narrativo del Fu Mattia Pascal è stato
caratterizzato da Nino Borsellino come “un topos romanzesco
sorprendente, inverosimile, favolistico al limite e perciò
popolare: il racconto di un morto-vivo (Ritratto di Pirandello,
Laterza, Bari 1983, p.37). Che poi questo racconto sia derivato
da un romanzo feuilleton, Redivivo, di Emilio De Marchi, come
è stato pure rilevato da Borsellino, è circostanza
che non può che rinforzare l’idea della rilevanza
di uno studio delle forme elementari della narrativa per l’analisi
di storie che si presentano con ben altre pretese.
Illustra
bene questa rilevanza, sui due versanti del romanzesco e del fiabesco,
La luna e i falò di Pavese. La storia di Anguilla è
la storia di un trovatello, di un bastardo, ed è stata
ravvicnata perciò a una storia mitica (F. Jesi, Letteratura
e mito, Einaudi, Torino 1968³, p.154). Ma senza negare l’importanza
del mito per la creazione romanzesca di Pavese, bisogna osservare
che per questo aspetto l’autore poteva anche ispirarsi a
quelle forme degradate del mito che sono il romanzo d’appendice
e la fiabe, e alla tradizione romanzesca dell’800 e del
‘900. L’essere orfano, infatti, caratterizza anche
Renzo e Carlo Altoviti, per esempio, e non parliamo degli orfani
di padre che sono Jacopo Ortis, ‘Ntoni Malavoglia, Alfonso
Nitti e Mattia Pascal. La storia di Anguilla, inoltre, si riallaccia
alle sceneggiature dell’immaginario anche per l’allusione
alla fiaba contenuta nell’interpretazione che dà
la gente della sua carriera, quando racconta che “prima
di partire aveva trovato una pentola d’oro sotto la pila
del ponte”. Inoltre è Anguilla stesso a stabilire
un rapporto tra racconto d’appendice e fiaba, quando comincia
a leggere i romanzi preferiti delle figlie del padrone e ne riconosce
subito le storie (p.116). Si può leggere il passo come
un omaggio del romanziere colto a forme narrative meno raffinate,
ma sempre efficaci nella creazione letteraria. O forse anche come
un omaggio a Calvino, autore del romanzo Il sentiero dei nidi
di ragno, in cui lo stesso Pavese aveva scoperto un tono fiabesco,
e che a sua volta contiene un omaggio al romanzo d’avventure,
se nel comporlo Calvino s’ispirava a Hemingway, ma nel contempo
all’Isola del tesoro di Stevenson (vedi la prefazione dello
stesso Calvino).
Che alla
base della storia di Silvestro, protagonista di Conversazione
in Sicilia di Vittorini, si trovi la struttura della fiaba iniziatica
è stato diffusamente dimostrato con il preciso rimando
alle funzioni proppiane da Bianconi Bernardi (Parola e mito in
Conversazione in Sicilia, in “Lingua e stile”, I (1966),
2, pp. 161-190). Ma l’incontro fra il fiabesco e le altre
sceneggiature (il termine “sceneggiatura” viene usato
da Eco in Lector in fabula, p. 82-3 e corrisponde al cronotopo
di Bachtin) non è più incontro con elementi in qualche
modo storicamente o psicologicamente realistici, opposti al romanzesco:
qui la finzione si dichiara in modo scoperto. Si capisce quindi
che un critico americano abbia potuto avvicinarlo al romance piuttosto
che al novel, e si capisce come negli anni ‘60 Edoardo Sanguineti
vi abbia potuto scoprire l’inizio di “sentieri possibili”
che seguiti fino in fondo, avrebbero portato “alle porte
della nuova avanguardia” (vedi l’introduzione di Sanguineti
al romanzo di Vittorini, p. VIII); infatti, nel rifiuto di servirsi
esclusivamente di moduli realistici il romance e la nuova avanguardia
possono trovarsi più vicini di quanto non sembri. L’opera
di Vittorini si colloca dunque in un filone a metà tra
l’incontro della finzione con vari moduli realistici e la
dichiarazione della finzione stessa come finzione pura, utopia,
fantasia o allegoria. Questa possibilità veniva sfruttata
a pieno nel ‘700 per rimanere una virtualità nell’800,
fino all’esplosione della narrativa per bambini, in quel
romanzo fiabesco che sono Le avventure di Pinocchio.
Nel ‘900
sono soprattutto le avanguardie a presentare storie dichiaratamente
immaginarie. Il futurismo rompe anche sul piano della narrazione
romanzesca con la narrativa precedente e contemporanea (Luciano
De Maria, Per conoscere Marinetti e il futurismo, introduzione,
Mondadori, Milano 1973, p. XXIX, parla di tendenza all’antirealismo,
all’allegorismo e all’esoterismo) e produce storie
senza preoccupazioni di verosimigliaanza esterna, ma al massimo
allegoriche: leggere, “aeree”, come nel Codice di
Perelà di Palazzeschi, romanzo futurista, o pesanti come
in Mafarka il futurista e Gli indomabili di Marinetti. Il filone
continua nel “realismo magico” di Bontempelli, ma
è soprattutto con l’avanguardia degli anni ‘60
che trionfa la finzionalità dichiarata. Così in
Capriccio italiano di Sanguineti la storia si presenta come una
“fabula onirica” attraverso la quale si tenta “à
rebours la filogenesi del romanzo...procedendo dal sogno alla
fiaba e dalla fiaba al mito”. E’ da sottolineare che
Sanguineti spiega l’interesse per le storie narrate nel
romanzo con la persistenza di sceneggiature mitiche e fiabesche
nella mente del lettore che evitano il degrado totale del romanzo
inteso solo come mimesi naturalistica dell’esistenza. Un
ritorno alle origini, dunque, che si ispira non solo alla fiaba
e al mito, ma anche al romanzo antico, dal momento che Sanguineti
cita Apuleio e imita il Satyricon di Petronio. Che Sanguineti
non sia poi l’unico a tentare simili ritorni lo dimostra
un romanzo come Partite di Antonio Porta, che in copertina si
richiama con insistenza ai moduli di un romanzo alessandrino e
al Satyricon.
Gli sviluppi
futuri del romanzo sembrano dunque andare nella direzione della
finzione che si dichiara tale anche al livello della storia.
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