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La
lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco
a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti
di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro
impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare
non è altro che scoprire sé e chiarire sé
a se stessi.
Manara Valgimigli,
La mia scuola

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La
prosa narrativa moderna ( 1700-'800-'900)
Pieter de Meijer, Achille Tartaro, Alberto Asor Rosa “La
narrativa italiana dalle Origini ai giorni nostri” a c.
di A. Asor Rosa, Einaudi, 1997

Scrittura
e tradizione orale
Modello
di narrazione orale
Modello
di narrazione scritta
La distanza tra le due situazioni comunicative, particolarmente
forte in Italia per il coesistere di una grande tradizione letteraria
e di una forte tradizione orale, viene superata in alcuni momenti
significativi, il primo dei quali si colloca tra il 1860 e il
1880.
Comincia in questo periodo il recupero scritto della
narrazione orale nella sua forma più elementare cioè
con la raccolta e la trascrizione delle fiabe popolari, cui contribuirono
studiosi come Pitré per le fiabe siciliane e Visentini
per quelle mantovane, ma anche uno scrittore come Vittorio Imbriani
che trascrive stenograficamente le fiabe. Tutti costoro riconoscevano
al narratore orale un valore autentico, non bisognoso di commenti
tanto che intellettuali borghesi si facevano portavoce di narratori
popolari.
- Lo stesso discorso vale per l’avvocato Gherardo Nerucci
che nel 1880 pubblica le Sessanta novelle popolari montalesi,
tradotte poi da Calvino nelle Fiabe italiane raccolte dalla tradizione
popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua
dai vari dialetti, Einaudi, Torino, 19748.
L’emancipazione del narratore popolare da un narratore
superiore si completa con Verga intorno al 1880: nel narratore
verghiano l’ “artificio della regressione” (Baldi,
L’artificio della regressione. Tecnica narrativa e ideologica
nel Verga verista, Liguori, Napoli, 1980) è perfezionato
a tal punto che egli può farsi non fiabista (l’amico
Capuana raccoglieva canti popolari e pubblicò una raccolta
di fiabe d’autore) ma al contrario storico di un paese di
pescatori nel romanzo I Malavoglia. Da Gianfranco Contini questo
atteggiamento narrativo del Verga è stato avvicinato a
quello di Pinocchio che in varie occasioni riassume per Geppetto
la propria storia alla maniera di un “historicus infante
e popolare”. Il raffronto è senza dubbio pertinente,
anche perché l’opera di Collodi va collocata nella
stessa tendenza di recupero della tradizione orale dei Malavoglia.
Dopo Verga (il suo romanzo ha successo solo a partire
dagli anni venti del Novecento) il primo nuovo tentativo di richiamarsi
a una maniera di narrare popolare è quello di Silone in
Fontamara (1933). Nella prefazione al romanzo l’autore cerca
di convincere il lettore ad accettare tale maniera di narrare
fingendo che i protagonisti della vicenda siano in visita presso
di lui che, mentre li ascolta, si addormenta ed è come
se le loro parole, in dialetto, continuassero a giungergli perché
facenti parte di un substrato psichico che prescinde dall’uso
del linguaggio come scrittura. Silone avverte poi il lettore che
lo stile un po’ rozzo della narrazione è proprio
dovuto alla traduzione scritta dal dialetto, ma che questo è
giustificabile alla luce dell’autenticità con la
quale viene resa la narrazione orale della sua gente.
Il libro di Silone comincia a circolare in Italia solo
dal 1947, cioè durante il Neorealismo, quando appunto domina
una narrativa letteraria ispirata ad una tradizione orale, quella
delle storie legate alla guerra partigiana; in questo breve periodo
si era creata quella comunità che secondo Benjamin è
la condizione indispensabile perché nasca il “narratore”.
L’importanza di questa ripresa nella storia del Neorealismo
è stata sottolineata da Maria Corti (Il viaggio testuale.
Le ideologie e le strutture semiotiche, Einaudi, Torino, 1978,
pp. 31-36) la quale a sua volta può basarsi sulla testimonianza
fornita da Calvino nella prefazione alla riedizione del suo primo
romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno: “Alcuni miei racconti,
alcune pagine di questo romanzo hanno all’origine questa
tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio”
Dopo la Resistenza il problema del passaggio da una narrazione
orale tradizionale alla narrazione scritta tornava a porsi e nello
stesso tempo cominciava a scomparire quella trasmissione orale
a cui anche un Silone poteva ancora richiamarsi (per un esempio
di come è ancora possibile una narrazione scritta ispirata
alla narrazione orale di una comunità tradizionale si può
pensare a Mario Rigoni Stern)
Non rimane che la narrazione scritta del romanziere,
nel senso di Benjamin.
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