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La
prosa narrativa moderna ( 1700-'800-'900)
Pieter de Meijer, Achille Tartaro, Alberto Asor Rosa “La
narrativa italiana dalle Origini ai giorni nostri” a c.
di A. Asor Rosa, Einaudi, 1997

La
narrazione autoriflessiva (dal commento
sul narrare romanzesco alla metastoria)
Il procedimento fa parte della storia del narrare
europeo e si trova già in Tristram Shandy di Sterne.
Un primo
esempio del filone in Italia è fornito dal Buco nel muro
(1862) di Francesco Domenico Guerrazzi, romanzo che secondo Folco
Portinari (Le parabole del reale, p.103) fa parte della famiglia
apparentata a Sterne tramite Foscolo Didimeo. Il quarto capitolo
è dedicato a Vita e miracoli del romanzo e ne traccia una
storia breve ma complessa.
La variante
è esemplificata più efficaciemente nei romanzi di
Carlo Dossi, dall’Altrieri (1868) alla Vita di Alberto Pisani
(1870) e alla Desinenza in “A” (1878): nel primo si
tratta di un continuo gioco con i ricorsi personificati, nel secondo
della scrittura di un libro nel suo divenire da parte di uno scrittore,
nel terzo di un gioco metaforico col teatro, con la presentazione
della narrazione come se fosse una rappresentazione teatrale,
tanto che la struttura è in atti, scene, intermezzi e finali
invece che in capitoli. Qui è dunque in causa il carattere
finzionale della creazione letteraria in genere. Dove il gioco
autoriflessivo riguarda la scrittura è nella Vita di Alberto
Pisani e anche la conclusione con il suicidio del protagonista
sul cadavere della donna amata può essere letta come una
parodia di certi romanzi ottocenteschi.
Più
radicale il procedimento attuato da Mario Carli in Retroscena
(1915), dove prevale sulla storia il commento metanarrativo.
Più
di recente il procedimento compare nell’Anonimo lombardo
(1959) di Alberto Arbasino, una specie di enciclopedia di problemi
del romanzo in forma epistolare.
La versione
più complessa si trova in Se una notte d’inverno
un viaggiatore (1979) di Calvino. In esso il gioco del romanzo
non si limita ad un unico romanzo, ma riguarda il romanzo contemporaneo
in generale e coinvolge in una continua riflessione non solo la
narrazione di una storia specifica ma il narrare tout court. Nella
cornice, poi, dominano il lettore e la lettrice anziché
il narratore e nel primo capitolo del romanzo, che contiene dieci
inizi di romanzi narrati tutti da un io protagonista, non figura
nemmeno una volta il pronome personale “io”. Cesare
Segre, osservando che negli ultimi anni il romanzo del romanzo
è diventato quasi un genere letterario, ha scritto che
Calvino ad esso ha sostituito “il meno diffuso romanzo metaromanzato”,
o, forse più esattamente, “il romanzo della teoria
del romanzo”. Nella perfetta struttura “romanzesca”,
che si chiude, come si deve, con un matrimonio, ma fra il lettore
e la lettrice, si sviluppa un commento sulla narrazione romanzesca
come la forma moderna del narrare, in rapporto però con
le forme antiche, con le storie di sempre e di tutti. Il “malanno
del narrare oggi” viene dominato da Calvino in una forma
perfettamente narrativa, senza che ciò implichi una tranquilla
fiducia nella narrabilità dei fatti perché una storia
presuppone sempre qualcosa di precedente che fa parte del vissuto
di cui essa può rappresentare solo una parte. E questo
è poi uno dei problemi tipologici della narrativa che,
in quanto isolamento di un “pezzo vissuto”, è
sempre un artificio, un taglio in un intreccio continuo.
Davanti
a tale artificio le soluzioni sono, come visto, diverse ma per
l’epoca recente la tendenza è quella dell’abbassamento
della posizione del narratore.
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