Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

La prosa narrativa moderna ( 1700-'800-'900)
Pieter de Meijer, Achille Tartaro, Alberto Asor Rosa “La narrativa italiana dalle Origini ai giorni nostri” a c. di A. Asor Rosa, Einaudi, 1997

La narrazione romanzesca
Una narrativa "octroyéè"
Il narratore onnisciente
La narrativa liberata
Il narratore impersonale

L'Io narrante
Narrazione autoriflessiva

Una narrativa "octroyéè"

I primi romanzi italiani si riallacciano al filone che dal romanzo barocco risale al romanzo greco, quale è stato descritto da Bachtin, caratterizzato, cioè, dall’avventura, dalla prevalenza del caso e dall’astrattezza del tempo e dello spazio.
Non sembra illecito indicare nei romanzi di Chiari [La filosofessa italiana (1753), La giuocatrice di Lotto o sia Memorie di Madame Tolot (1757), La viaggiatrice (1761)]e di Piazza [I deliri dell’anime amanti (1773); non si conosce la fortuna di tali romanzi presso il pubblico, mentre la ricezione da parte della critica fu negativa] l’inizio della narrativa d’appendice in Italia.
Umberto Eco ha indicato la non-problematicità come il tratto caratterizzante di questo tipo di narrativa (Il Superuomo di massa. Studi sul romanzo popolare, Bompiani, Milano, 1978, pp. 12-13), parlando anche di “narratività degradata” che procura piacere per la “storia ben congegnata”, e non dedica molta attenzione alla funzione del narratore. In tal caso, anzi, sembra che proprio la banalità del ruolo del narratore, molto sicuro e sempre pronto a dichiarare cose condivisibili dal lettore, costituisca il fascino di tale narrativa.
I romanzi di Chiari e di Piazza si collocano a metà strada fra il “romanzesco” e il “realismo formale”: ciò comporta in Chiari l’adozione della modalità narrativa della lettera o delle memorie, mentre Piazza ricorre alla stessa modalità delle lettere e si prova anche nel discorso storiografico nel romanzo Amor tra l’armi, che può essere considerato un’anticipazione del romanzo storico ottocentesco.
Nella letteratura italiana dell’epoca il romanzo e le stesse modalità narrative usate da Chiari e da Piazza vengono adottati piuttosto per rappresentare esperienze altamente esemplari, più conformi alla tradizione letteraria:

Abaritte. Storia verissima di Ippolito Pindemonte (1790), romanzo caratterizzato da tre modalità narrative fondamentali del romanzo settecentesco: il diario per l’elemento autobiografico, la dissertazione per la continua analisi condotta sulla vita pubblica, e il romanzesco vero e proprio per la cornice fantastica e qualche ingrediente idillico-sentimentale (l’equilibrio si sposta comunque verso la dissertazione).

Platone in Italia di Vincenzo Cuoco (1804-1806), romanzo “filosofico” che si presenta come un manoscritto tradotto dal greco e che non ha più nulla di “romanzesco” (l’equilibrio è quasi totalmente spostato verso il commento sulla vita pubblica); l’opera sfrutta il modello del romanzo solo per la libertà formale che esso consente (alternanza di lettere e discorsi) e per la finzione che consente di mettere in bocca a Platone certi discorsi.

Notti romane di Alessandro Verri (1792-1804) ha un carattere più “romanzesco” con le figure della storia romana che appaiono come in sogno alla voce narrante. Anche qui, però, a dominare è la voce pubblica, anche se quella del passato, che assorbe la coscienza individuale, soggettiva, privata. In questi testi la lezione morale espressa dal commento occupa un posto fondamentale.

L’inizio di una prosa narrativa più moderna è rappresentato dalle Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802): il discorso narrativo appare complesso e problematico in quanto il curatore del manoscritto di Jacopo, Lorenzo Alderani, è anche il destinatario delle lettere, quindi è il narratore di primo grado e il narratario della narrazione di secondo grado, quella condotta da Jacopo nelle sue lettere. L’io narrante di Jacopo, conscio della problematicità del narrare, ha una dimensione pubblica e una dimensione privata, che riguarda il rapporto con la madre ma soprattutto il romance rovesciato, la storia d’amore che finisce col suicidio. Il romanzo diventa così l’anello di congiunzione fra la tradizione letteraria e la prosa narrativa moderna: se infatti il romanzo si conforma in generale al “realismo formale” concentrandosi sull’esperienza individuale, la superiorità culturale di Jacopo fa sì che la narrazione sia lontana dal rompere con la tradizione della prosa eloquente. Il tipo di narrazione condotta da un io-narrante protagonista si realizza dunque a un livello alto in quanto fin dall’inizio il protagonista narratore è definito come un essere superiore al lettore e alla sua storia viene attribuito un carattere di esempio. In questo senso anche il romanzo di Foscolo appartiene a quella “letteratura octroyée”, a quella lett. del “dover essere”, che secondo Giacomo Debenedetti è caratteristica del romanzo italiano fino all’Unità.

I promessi sposi di Manzoni presentano una certa corrispondenza strutturale con il romanzo di Foscolo in quanto vi è la finzione del manoscritto, ma vi sono più importanti differenze dovute al carattere della finzione di primo e di secondo grado: 1) il narratore storico che si rivolge ai “venticinque lettori” attua un lavoro di vera e propria traduzione (arricchita di commenti) dall’italiano aulico sul presunto manoscritto secentesco, conducendo dunque la narrazione su un piano colloquiale in diretta polemica con un tipo di narrazione tradizionale, eloquente, che viene rappresentato e smascherato nello stesso tempo (per questo aspetto Manzoni si inserisce nella grande tradizione di Don Chisciotte : “Questa autocritica della parola è una peculiarità essenziale del genere romanzesco” dice Bachtin, p. 220); 2) la narrazione di secondo grado, quella del manoscritto, si perde speso nella traduzione in cui narratore di primo e di secondo grado sono indissociabili, tanto che la voce narrante è qui davvero una voce dialogica nel senso bachtiniano; 3) il discorso narrativo nell’insieme rappresenta nella rigorosa fedeltà ai fatti storici, sia sul piano dell’esperienza individuale e privata sia su quello dell’esperienza collettiva e pubblica, un massimo di realismo formale rispetto ai romanzi storici di W. Scott; 4) oltre la modalità storiografica, non bisogna trascurare altre modalità narrative minori sfruttate dal M., cui dedica particolare attenzione E. Raimondi, Il romanzo senza idillio: Saggio sui “Promessi sposi”, Einaudi, Torino 1974, pp. 191 ss.; 5) la modalità storiografica poi non elimina il romance: il romanzo barocco Historia del Cavalier perduto di Pace Pasini viene individuato da Getto come il manoscritto dell’Anonimo (Echi di un romanzo barocco nei Promessi sposi, in “Lettere italiane”, XII (1960), 2, pp. 141-67), inoltre sembra applicabile facilmente alla vicenda di Renzo e Lucia lo schema proposto da Bachtin (p.234) per il romanzo ellenistico. Solo l’elemento romanzesco, infine, cui Manzoni era tanto contrario, poteva dare al narratore la possibilità di penetrare nelle menti dei personaggi. La storia è narrata, infatti, da un io storico ma anche da un narratore onnisciente, duplice dunque e superiore: una superiorità non eroica come quella di Ortis, ma basata sul moralismo acuto di uno storico che si voleva guidato da quel Dio cui egli, in quanto narratore onnisciente, rassomigliava.

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