Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

Il Neorealismo (per il triennio).
Si tratta di un modulo storico-culturale che presenta il quadro generale di un’epoca, attraverso una campionatura di testi significativi, sia letterari, sia di altri settori culturali, sia documentari e storici, nonché eventualmente di opere artistiche non letterarie (discipline coinvolte: italiano, storia e latino).

ladri di biciclette

Unità didattica 1: Definizione del termine e individuazione delle caratteristiche principali. (1 ora)

Il lavoro in classe avrà inizio con la lettura di alcuni passi della Prefazione all’edizione del 1964 de Il sentiero dei nidi di ragno di I. Calvino. Il commento collettivo permetterà di mettere a fuoco i seguenti punti: la definizione di neorealismo e il recupero della tradizione orale da esso compiuto, la concezione del rapporto forma-contenuto, la differenza con il verismo, il ruolo del dialetto. Riporto qui di seguito i passi che trattano tali questioni.

Definizione di neorealismo

"Il "neorealismo" non fu una scuola.........L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, bruciati, ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria.

Il recupero della tradizione orale

"Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali. L’essere usciti da un’esperienza che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci strappava la parola di bocca. (...) Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale. (...) Alcuni miei racconti, alcune pagine di questo romanzo hanno all’origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio."

La concezione del rapporto forma-contenuto

"Eppure il segreto non era in questa universalità di contenuti, bensì nella carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore desideroso di ESPRIMERE. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo (...) Sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si videro formalisti così accaniti come quei contenutisti che eravamo, mai lirici così effusivi come quegli oggettivi che passavamo per essere.
Il "neorealismo" per noi che cominciammo di lì fu quello; e delle sue qualità e difetti questo libro costituisce un catalogo rappresentativo, nato com’è da quella acerba volontà di far letteratura che era proprio della "scuola". Perché chi oggi ricorda in "neorealismo" soprattutto come una contaminazione o coartazione subita dalla letteratura da parte di ragioni extraletterarie, sposta i termini della questione: in realtà gli elementi extraletterari stavano lì tanto massicci e indiscutibili che parevano un dato di natura; tutto il problema ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che era per noi il mondo."

Così Calvino definisce la differenza dal verismo:

"La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità ad una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo. (...) Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo.
Il mio paesaggio era qualcosa di gelosamente mio (...) Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos’altro: a delle persone, a delle storie. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone."

Il tema lingua-dialetto:

"L'altro grande tema futuro di discussione critica, il tema lingua-dialetto, è presente qui nella sua fase ingenua: dialetto aggrumato in macchie di colore (mentre nelle narrazioni che scriverò in seguito cercherò di assorbirlo tutto nella lingua, come un plasma vitale ma nascosto); scrittura ineguale che ora quasi s'impreziosisce ora corre giù come vien viene badando solo alla resa immediata; un repertorio documentaristico (modi di dire popolari, canzoni) che arriva quasi al folklore....
E poi ..., il modo di figurare la persona umana: tratti esasperati e grotteschi, smorfie contorte, oscuri drammi visceral-collettivi. L'appuntamento con l'espressionismo che la cultura letteraria e figurativa italiana aveva mancato nel Primo Dopoguerra, ebbe il suo grande momento nel Secondo. Forse il vero nome per quella stagione italiana, più che "neorealismo" dovrebbe essere "neoespressionismo".

In relazione a quest'ultimo aspetto andranno almeno accennate alcune posizioni relative al dibattito politico-culturale su lingua e dialetto nel secondo dopoguerra: Gramsci (al centro del pensiero gramsciano in materia è la questione dell'unità linguistica italiana, compromessa per lui dall'umanesimo e dal successivo e cronico cosmopolitismo dei nostri intellettuali. Il suo progetto di italianizzazione delle masse lo induce ad un attacco frontale ai dialetti in quanto limitati, antiunitari e regressivi), Don Milani (ancor più che in Gramsci il problema linguistico è visto in esclusiva funzione di un problema umano e politico), Pasolini (opposizione tra lingua dell'espressione, il dialetto, e lingua della comunicazione, quella nazionale creata dalla cultura industriale. Questa posizione ha suscitato un acceso dibattito e ha fatto parlare di paleo-marxismo di Pasolini, che, secondo Segre, attribuiva all'industria ciò che semmai si doveva attribuire ai mass-media), Calvino (nega l'esistenza di una lingua della comunicazione a causa del carattere astratto, generico e burocratico dell'italiano, che può salvarsi solo diventando una lingua "strumentalmente moderna", fatta di parole concrete e traducibili. Si oppone all'uso del dialetto, giudicandolo fiacco e stantio).

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