| |
Quando
il poeta esce a guardare le stelle di
Margherita Hack
(Corriere della Sera, domenica 8 febbraio
2004)
 |
Di tutte le scienze l’astronomia
è probabilmente quella che più ha ispirato e ispira
tanto i più grandi poeti, del passato e di oggi, che gli
innumerevoli poeti dilettanti. Questo perché il cielo è
sotto gli occhi di tutti, e un cielo stellato in una notte buia
dà veramente la sensazione dell’infinito. Possiamo
immaginare la curiosità e forse la venerazione o lo spavento
che potevano provocare tutti quei puntini luminosi che comparivano
ogni notte a formare le stesse configurazioni, e che anticipavano
o ritardavano il loro apparire nel corso dell’anno. Per
molti popoli antichi le stelle erano divinità, o in qualche
modo era ad esse che venivano collegate. Oggi proviamo ancora
meraviglia nel guardare le stelle, ma è una meraviglia
completamente diversa, piena di orgoglio. Da poco più di
un secolo abbiamo imparato ad analizzarne la luce e a leggere
i messaggi che vi sono contenuti. Abbiamo capito che le stelle
sono globi gassosi formatisi sotto l’azione della gravità
e che brillano grazie alle reazioni nucleari del loro interno,
reazioni che col tempo ne modificano la struttura provocandone
l’«invecchiamento» e la «morte».
Sappiamo misurarne la distanza da noi e i moti nello spazio. In
conclusione, delle stelle sappiamo tutto o quasi, e la meraviglia
è che da quel minuscolo puntino luminoso a centinaia o
migliaia di anni luce da noi abbiamo potuto ricavare una così
grande messe di informazioni.
E’ un cielo che gli scienziati conoscono sempre meglio e
che invece la popolazione va dimenticando, perché le nostre
città superilluminate cancellano la volta celeste. Quando
il cittadino comune si ritrova in montagna, in una notte senza
luna, riscopre lo straordinario scenario offerto dalla Via Lattea
e dallo scintillio di migliaia di stelle. Le immagini della Terra
ottenute dai satelliti ci mostrano un’Europa cosparsa di
luci che ci privano dello spettacolo del cielo notturno, dichiarato
«Bene comune dell’Umanità». Un bene da
salvaguardare, lasciando almeno qualche luogo immerso nell’oscurità,
dove le nuove generazioni possano riappropriarsi di un grande
spettacolo che appartiene a tutti.
Ma quanti poeti ci hanno parlato del cielo, fin dai tempi più
remoti? Impossibile ricordarli tutti. Penso alla tristezza di
Saffo, che in una fredda notte invernale, quando le Pleiadi sono
alte nei nostri cieli mediterranei, esclama «e io giaccio
sola». Penso alla elaborata cosmogonia di Dante, che suggella
ogni cantica della Divina Commedia con la parola «stelle»:
«E quindi uscimmo a riveder le stelle»; «puro
e disposto a salire a le stelle»; «l’amor che
muove il sole e le altre stelle». Ma chi forse ne ha più
sentito il fascino è Leopardi. Appena quindicenne scrive
una Storia dell’Astronomia in cui afferma: «La più
sublime, la più nobile fra le Fisiche scienze ella è
senza dubbio l’Astronomia. L’uomo si innalza per mezzo
di essa come al disopra di se medesimo...». Una fascinazione
che si esprime poi nei suoi Canti, primo fra tutti Alla luna :
«O graziosa luna, io mi rammento / che, or volge l’anno,
sovra questo colle / io venia pien d’angoscia a rimirarti:
/ e tu pendevi allor su quella selva / siccome or fai, che tutta
la rischiari». E ancora, nel Canto notturno di un pastore
errante dell’Asia : «Che fai tu, Luna, in ciel? Dimmi,
che fai, / silenziosa Luna?». E nelle Ricordanze : «Vaghe
stelle dell’Orsa, io non credea / tornare ancor per uso
a contemplarvi / sul paterno giardino scintillanti...».
Un altro esempio di stretto connubio fra poesia e astronomia è
quello offerto da uno scrittore come Bertolt Brecht, e da uno
scienziato come Galileo. La vita di Galileo, il dramma di essere
costretto ad abiurare idee e scoperte per paura della tortura
e la disperazione per aver mancato alla propria missione, sono
profondamente sentiti da Brecht, che scrisse una prima versione
del suo Leben des Galilei nel 1943, quando il nazismo imperava
in Germania. E lo scienziato descrive le interpretazioni delle
sue osservazioni astronomiche in modo tale da renderle non soltanto
discussioni scientifiche, ma veri e propri pezzi di letteratura.
Nella nostra epoca elettronica ed informatica tutti possono ammirare
su Internet le straordinarie immagini di nebulose e galassie ottenute
sia dallo spazio che da terra; immagini che ispirano tanti artisti
moderni, così come in passato il cielo aveva ispirato i
loro antenati. Sulle pareti della Cappella degli Scrovegni a Padova
è ritratta una cometa, quasi certamente quella di Halley
(il cui passaggio in prossimità della Terra era avvenuto
proprio intorno al 1301, anno in cui Giotto realizzava il suo
affresco). Un famoso quadro di Van Gogh mostra un cielo notturno
con stelle simili a grosse macchie luminose: fantasia di artista,
o forse miopia, che faceva vedere al pittore quei puntini come
sfocati. Oppure era il vento che spesso soffia sulle coste olandesi
ad aver prodotto una fortissima turbolenza, e l’oceano d’aria
perennemente agitato che ci sovrasta sfocava le immagini delle
stelle.
Gli argomenti scientifici che più ci appassionano e incuriosiscono
riguardano soprattutto due generi di domande: siamo soli nell’universo?
Esistono altre civiltà su altri pianeti, orbitanti attorno
ad altre stelle? Potremo mai incontrarli e comunicare con loro?
E ancora: l’universo è finto o infinito? Come è
cominciato, se è cominciato? Come finirà, se mai
finirà? Sono domande che ispirano famosi scrittori di fantascienza
e un incredibile numero di dilettanti. Alla prima serie hanno
tentato di rispondere filosofi, scrittori, scienziati. Talete
di Mileto pensava che gli astri fossero fatti della stessa materia
della Terra; e non sbagliava, perché oggi sappiamo che
gli stessi elementi che troviamo sul nostro pianeta sono presenti
nelle stelle, e che addirittura sono queste ultime a «costruire»
tutti gli elementi presenti nell’universo - elementi che
poi, sparpagliati nello spazio nelle fasi finali esplosive degli
astri più luminosi, formano i pianeti e i corpi dei loro
abitanti, i nostri stessi corpi. Anassagora riteneva che la Luna
fosse abitata e che i semi della vita fossero diffusi per tutto
l’universo. Epicuro credeva all’esistenza di infiniti
mondi. Giordano Bruno scrisse: «Esistono innumerevoli soli,
innumerevoli terre ruotano attorno a questi similmente a come
i sette pianeti ruotano attorno al nostro sole. Questi mondi sono
abitati da esseri viventi». Per questi pensieri eretici
Bruno fu mandato al rogo il 17 febbraio 1600.
Oggi sappiamo che la prima parte della sua affermazione è
scientificamente provata. Le stelle sono tanti soli e attorno
a molte di esse abbiamo scoperto la presenza di pianeti. E’
probabile che fra le centinaia di miliardi di stelle che popolano
la nostra Via Lattea, e fra le centinaia di miliardi di galassie
sparse nell’universo, esistano numerosi pianeti con condizioni
favorevoli allo sviluppo della vita, ed è probabile che
quanto è successo sulla Terra sia accaduto anche in molti
altri luoghi. Ma le distanze sono tali che forse mai potremo verificare
l’esistenza di altri esseri. Per il momento sarebbe già
un grande successo trovare batteri fossilizzati, o magari viventi,
sul nostro vicino pianeta Marte.
Margherita Hack (Firenze, 12 giugno1922)
E' una delle menti più brillanti della comunità
scientifica italiana e ha vissuto lavorando in grande stile alla
scienza astrofisica. Prima donna a dirigere un osservatorio astronomico
in Italia, ha svolto un'importante attività di divulgazione
e ha dato un valido contributo alla ricerca per lo studio e la
classificazione spettrale di molte categorie di stelle. Dal 1997
è in pensione, ma dirige ancora il Centro Interuniversitario
Regionale per l'Astrofisica e la Cosmologia (CIRAC) di Trieste
e si dedica a incontri e conferenze al fine di "diffondere
la conoscenza dell'Astronomia e una mentalità scientifica
e razionale".
| indietro |
 |
|
|