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Testi
in prosa
Introduzione
ai promessi sposi di
Alessandro
Manzoni
La celebre introduzione al romanzo più noto e
studiato della nostra letteratura, edito in tre diverse edizioni
nel 1923, nel 1927 e nel 1940, potrebbe essere impiegata nell’ultima
classe del triennio del Liceo linguistico, nell’ambito di
un modulo didattico sui “Promessi Sposi” che si proponga
la lettura di una selezione di brani del romanzo tale da dare
un’idea della compiutezza dell’opera stessa. In particolare
la lettura del brano in oggetto si porrà i seguenti obiettivi:
comprendere la funzione dell’espediente del manoscritto
in rapporto alla scelta del romanzo storico come genere letterario,
definire il rapporto tra letteratura e cultura attraverso l’esame
delle posizioni linguistiche del Manzoni in rapporto al dibattito
intellettuale contemporaneo all’autore; individuare le caratteristiche
della lingua del Manzoni attraverso l’indagine formale sul
testo.
Breve introduzione tematica-------
Il prerequisito necessario alla lettura del testo è la
consapevolezza da parte dei discenti della scelta del romanzo
storico da parte del Manzoni. Alla forma del romanzo l’autore
perviene, infatti, dopo un percorso che lo vede attraversare vari
generi letterari, dai primi lavori di stampo classicheggiante
agli Inni e alle Odi, fino alle tragedie e ai saggi. Il profondo
interesse per la storia, maturato soprattutto durante il soggiorno
parigino attraverso il contatto con gli ideologi, spinge lo scrittore
a ricercare una forma che riesca a mettere in luce il funzionamento
dei rapporti umani, la drammaticità della vita dell’uomo
posto continuamente di fronte alla scelta tra bene e male in un
contesto “vero”, reale. Già con la tragedia
aveva cercato di unire Il vero storico al vero poetico, come si
legge nella Lettera a M. Chauvet..., ma tale forma classica si
era rivelata limitante sia per il fatto che costringeva, nonostante
gli scarti attuati dal Manzoni, al rispetto di certe regole come
quello del livello sociale alto dei protagonisti o dell’obbligo
di relegare le osservazioni personali dell’autore al “cantuccio”
del coro. Il romanzo, genere nuovo e non sottostante a regole
fisse, offriva allo scrittore la possibilità di realizzare
in un sol colpo tutte le caratteristiche che, come scriveva nella
Lettera sul Romanticismo, deve avere un’opera d’arte:
come oggetto il vero, come scopo l’utile e come mezzo l’interessante.
La scelta del “modo” di tale romanzo diviene fondante
per comprendere il brano in questione: Manzoni, cioè, non
può scrivere se non un romanzo storico, perché solo
la storia può dimostrare la verità del dramma morale
che quotidianamente l’uomo si trova a vivere. “L’eroica
fatica” che introduce il brano è sì riferita
al lavoro di trascrizione del manoscritto ma adombra anche l’eroica
fatica dei protagonisti del romanzo che in quel contesto storico
dovranno affrontare le loro disavventure. E, se volessimo motivare
fin dall’inizio gli studenti, potremmo aggiungere che eroica
fatica sarà anche la loro, perché leggere non è
mai semplice, ma è sempre faticoso, è come, e si
potrebbe efficacemente impiegare una celebre matafora di Nabokov,
scalare una montagna ripida e impervia; sembra impossibile ma
alla fine si è ripagati di tale fatica perché in
cima alla montagna l’autore e il lettore si incontrano e
gioiscono insieme perché insieme hanno dialogato. Nel romanzo
storico il dato comprovante l’attendibilità dei fatti,
il documento, diviene dunque fondamentale: Manzoni utilizza fonti
storiche vere e proprie, come le grida dei bravi, ma per conferire
una dignità storica ineccepibile al suo lavoro, inventa
l’espediente del manoscritto che riporta nella sua parte
iniziale, confermando poi più avanti la volontà
di dissipare ogni dubbio su di esso attraverso indagini e ricerche
che ne confermassero le affermazioni. Per far comprendere meglio
ai ragazzi la funzione di tale espediente si potrebbe indurli
a menzionare un esempio di impiego simile in un romanzo storico
contemporaneo come il Nome della rosa di Umberto Eco, sottolineando
però che, accanto al manoscritto, il noto semiologo impiega
anche la tecnica del narratore testimone dei fatti, riprendendo
da questo punto di vista il modello fornito da Nievo Nelle Confessioni
di un italiano. In questo modo la questione si apre anche all’analisi
del discorso, in particolare alla questione della voce narrante:
si farà notare dunque la duplicità del piano narrativo
nel romanzo, realizzata attraverso un narratore di primo grado,
quello del manoscritto, e un narratore di secondo grado , quello
del suo traduttore: in questo modo appare evidente la seconda
funzione dell’espediente del manoscritto, quella cioè
di permettere al narratore di intervenire a commentare le affermazioni
di volta in volta espresse dalla voce narrante di primo grado.
Nell’introduzione le osservazioni del traduttore riguardano
un aspetto importantissimo dell’opera manzoniana, cioè
quello della lingua: lo scrittore critica lo stile e la lingua
del secentista, polemizzando contro ...(riferimento al testo).
E’ doveroso introdurre il dibattito sulla lingua alla fine
del Settecento: gli afflussi di francesismi iniziati già
nella prima metà del secolo nei settori del lessico di
costume e continuata poi nella seconda metà con il lessico
intellettuale, in particolare giuridico, filosofico ed economico;
la polemica generatasi in Italia tra i soliti puristi, difensori
della tradizione boccaccesca, toscana e cruscante e i cosiddetti
libertini, fautori della contaminazione linguistica all’insegna
degli apporti delle lingue straniere, il francese appunto, ma
anche l’inglese, che dopo Newton si apprestava a fornire
il modello linguistico alternativo al latino per la comunicazione
scientifica. Manzoni, cresciuto a stretto contatto con la cultura
illuministica, non poteva essere insensibile alle posizioni più
moderne in campo linguistico, da qui la sua volontà di
creare una lingua che fosse non solo comprensibile a i più,
ma riuscisse anche a superare la secolare barriera esistente in
Italia tra lingua scritta e lingua dell’uso, cioè
dialetto. Non bisogna neppure dimenticare la funzione di organi
propulsori di cultura “interdisciplinare” rappresentata
dalla Accademie, come quella dei Lincei, che uniscono interessi
scientifici suscitati dalla scoperte galileiane a studi filosofici
di stampo razionalistico. Come pure non è da tralasciare
la nascita del giornalismo che fin dal secolo precedente contribuiva
ala diffondersi di uno stile di scrittura più fluido e
sintatticamente semplificato. Manzoni non ignora tutto questo
, sia dal punto di vista stilistico, sia da quello della consapevolezza
di trovarsi di fronte un lettore moderno (riferimento al testo),
sia infine quando pensiamo allo spazio che gli studi scientifici
hanno nel romanzo, alla preminenza che viene data alla percezione
visiva intesa come mezzo per razionalizzare il reale.
Necessità della retorica ma coscienza della lontananza
dal lettore moderno per lo stile.
Lo stile e la lingua: volontà di creare uno stile medio,
sacrifica la varietà alla affidabilità sociolinguistica
dei termini che possono vincere la battaglia nella lotta per la
sopravvivenza nel parlato; funzione della ripetizione dell’aggettivo:
creare la mimesi col parlato e creare un rapporto di vicinanza
e di confidenza con il lettore. La funzione dell'aggettivo in
Manzoni: Altieri Biagi
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