Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola



 

Testi in prosa

Rubé, di Antonio Giuseppe Borghese
La ragazza di Bube, di Carlo Cassola
Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino
Introduzione ai Promessi Sposi, di Alessandro Manzoni
La roba, di Giovanni Verga
Il treno ha fischiato, di Luigi Pirandello
i promessi sposi

Introduzione ai promessi sposi di Alessandro Manzoni

La celebre introduzione al romanzo più noto e studiato della nostra letteratura, edito in tre diverse edizioni nel 1923, nel 1927 e nel 1940, potrebbe essere impiegata nell’ultima classe del triennio del Liceo linguistico, nell’ambito di un modulo didattico sui “Promessi Sposi” che si proponga la lettura di una selezione di brani del romanzo tale da dare un’idea della compiutezza dell’opera stessa. In particolare la lettura del brano in oggetto si porrà i seguenti obiettivi: comprendere la funzione dell’espediente del manoscritto in rapporto alla scelta del romanzo storico come genere letterario, definire il rapporto tra letteratura e cultura attraverso l’esame delle posizioni linguistiche del Manzoni in rapporto al dibattito intellettuale contemporaneo all’autore; individuare le caratteristiche della lingua del Manzoni attraverso l’indagine formale sul testo.
Breve introduzione tematica-------
Il prerequisito necessario alla lettura del testo è la consapevolezza da parte dei discenti della scelta del romanzo storico da parte del Manzoni. Alla forma del romanzo l’autore perviene, infatti, dopo un percorso che lo vede attraversare vari generi letterari, dai primi lavori di stampo classicheggiante agli Inni e alle Odi, fino alle tragedie e ai saggi. Il profondo interesse per la storia, maturato soprattutto durante il soggiorno parigino attraverso il contatto con gli ideologi, spinge lo scrittore a ricercare una forma che riesca a mettere in luce il funzionamento dei rapporti umani, la drammaticità della vita dell’uomo posto continuamente di fronte alla scelta tra bene e male in un contesto “vero”, reale. Già con la tragedia aveva cercato di unire Il vero storico al vero poetico, come si legge nella Lettera a M. Chauvet..., ma tale forma classica si era rivelata limitante sia per il fatto che costringeva, nonostante gli scarti attuati dal Manzoni, al rispetto di certe regole come quello del livello sociale alto dei protagonisti o dell’obbligo di relegare le osservazioni personali dell’autore al “cantuccio” del coro. Il romanzo, genere nuovo e non sottostante a regole fisse, offriva allo scrittore la possibilità di realizzare in un sol colpo tutte le caratteristiche che, come scriveva nella Lettera sul Romanticismo, deve avere un’opera d’arte: come oggetto il vero, come scopo l’utile e come mezzo l’interessante. La scelta del “modo” di tale romanzo diviene fondante per comprendere il brano in questione: Manzoni, cioè, non può scrivere se non un romanzo storico, perché solo la storia può dimostrare la verità del dramma morale che quotidianamente l’uomo si trova a vivere. “L’eroica fatica” che introduce il brano è sì riferita al lavoro di trascrizione del manoscritto ma adombra anche l’eroica fatica dei protagonisti del romanzo che in quel contesto storico dovranno affrontare le loro disavventure. E, se volessimo motivare fin dall’inizio gli studenti, potremmo aggiungere che eroica fatica sarà anche la loro, perché leggere non è mai semplice, ma è sempre faticoso, è come, e si potrebbe efficacemente impiegare una celebre matafora di Nabokov, scalare una montagna ripida e impervia; sembra impossibile ma alla fine si è ripagati di tale fatica perché in cima alla montagna l’autore e il lettore si incontrano e gioiscono insieme perché insieme hanno dialogato. Nel romanzo storico il dato comprovante l’attendibilità dei fatti, il documento, diviene dunque fondamentale: Manzoni utilizza fonti storiche vere e proprie, come le grida dei bravi, ma per conferire una dignità storica ineccepibile al suo lavoro, inventa l’espediente del manoscritto che riporta nella sua parte iniziale, confermando poi più avanti la volontà di dissipare ogni dubbio su di esso attraverso indagini e ricerche che ne confermassero le affermazioni. Per far comprendere meglio ai ragazzi la funzione di tale espediente si potrebbe indurli a menzionare un esempio di impiego simile in un romanzo storico contemporaneo come il Nome della rosa di Umberto Eco, sottolineando però che, accanto al manoscritto, il noto semiologo impiega anche la tecnica del narratore testimone dei fatti, riprendendo da questo punto di vista il modello fornito da Nievo Nelle Confessioni di un italiano. In questo modo la questione si apre anche all’analisi del discorso, in particolare alla questione della voce narrante: si farà notare dunque la duplicità del piano narrativo nel romanzo, realizzata attraverso un narratore di primo grado, quello del manoscritto, e un narratore di secondo grado , quello del suo traduttore: in questo modo appare evidente la seconda funzione dell’espediente del manoscritto, quella cioè di permettere al narratore di intervenire a commentare le affermazioni di volta in volta espresse dalla voce narrante di primo grado. Nell’introduzione le osservazioni del traduttore riguardano un aspetto importantissimo dell’opera manzoniana, cioè quello della lingua: lo scrittore critica lo stile e la lingua del secentista, polemizzando contro ...(riferimento al testo). E’ doveroso introdurre il dibattito sulla lingua alla fine del Settecento: gli afflussi di francesismi iniziati già nella prima metà del secolo nei settori del lessico di costume e continuata poi nella seconda metà con il lessico intellettuale, in particolare giuridico, filosofico ed economico; la polemica generatasi in Italia tra i soliti puristi, difensori della tradizione boccaccesca, toscana e cruscante e i cosiddetti libertini, fautori della contaminazione linguistica all’insegna degli apporti delle lingue straniere, il francese appunto, ma anche l’inglese, che dopo Newton si apprestava a fornire il modello linguistico alternativo al latino per la comunicazione scientifica. Manzoni, cresciuto a stretto contatto con la cultura illuministica, non poteva essere insensibile alle posizioni più moderne in campo linguistico, da qui la sua volontà di creare una lingua che fosse non solo comprensibile a i più, ma riuscisse anche a superare la secolare barriera esistente in Italia tra lingua scritta e lingua dell’uso, cioè dialetto. Non bisogna neppure dimenticare la funzione di organi propulsori di cultura “interdisciplinare” rappresentata dalla Accademie, come quella dei Lincei, che uniscono interessi scientifici suscitati dalla scoperte galileiane a studi filosofici di stampo razionalistico. Come pure non è da tralasciare la nascita del giornalismo che fin dal secolo precedente contribuiva ala diffondersi di uno stile di scrittura più fluido e sintatticamente semplificato. Manzoni non ignora tutto questo , sia dal punto di vista stilistico, sia da quello della consapevolezza di trovarsi di fronte un lettore moderno (riferimento al testo), sia infine quando pensiamo allo spazio che gli studi scientifici hanno nel romanzo, alla preminenza che viene data alla percezione visiva intesa come mezzo per razionalizzare il reale.
Necessità della retorica ma coscienza della lontananza dal lettore moderno per lo stile.
Lo stile e la lingua: volontà di creare uno stile medio, sacrifica la varietà alla affidabilità sociolinguistica dei termini che possono vincere la battaglia nella lotta per la sopravvivenza nel parlato; funzione della ripetizione dell’aggettivo: creare la mimesi col parlato e creare un rapporto di vicinanza e di confidenza con il lettore. La funzione dell'aggettivo in Manzoni: Altieri Biagi

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