Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili. D’altronde, non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella.

J.D. Salinger, Il giovane Holden

 


Appunti sul mito di Prometeo in Esiodo: seconda parte

Il mito di Prometeo in Esiodo: interpretazione socio-culturale

La frode di Prometeo, che sancisce la separazione degli uomini e degli dèi, ha come conseguenze il fuoco (rubato), la donna e il matrimonio (che implicano la nascita per generazione e la morte), l’agricoltura cerealicola e il lavoro. Questi diversi elementi costituiscono, in seno al mito, un insieme indissociabile, definendo la condizione umana nei suoi tratti distintivi, lontani sia dal mondo degli dèi sia da quello degli animali.
Osservazioni
1) Il cibo sacrificale: gli uomini non mangiano una carne qualsiasi, soprattutto non la carne umana, e la mangiano cotta.
2) Il fuoco che Prometeo ruba per darlo agli uomini strappa l’umanità alla bestialità primitiva più di quanto non scavi una distanza fra il cielo e la terra. (Il fuoco ha rappresentato un passaggio importante per l’uomo. Si può affermare che prima della sua scoperta non solo non si poteva parlare di civiltà umana, ma forse nemmeno di umanità. Con il fuoco l’uomo ha potuto cuocere i cibi, scaldarsi, difendersi dagli animali, rischiarare la notte, di fatto è diventato uomo. Il mito di Prometeo ricorda questo importante passaggio. Tramite la cottura dei cibi e specialmente della carne, l’uomo non ha avuto più bisogno di una forte mascella e di una robusta dentatura, che col tempo si sono ridotte a favore della crescita della scatola cranica. Rischiarare la notte ha significato per l’uomo essere diverso dagli altri animali, permettendogli di restare sveglio quando l’oscurità impediva di svolgere ogni tipo di attività manuale, dandogli la spinta a comunicare con i suoi i simili e a riflettere su problemi che esulavano dalla quotidianità materiale. Si considerino i graffiti dipinti nelle grotte e come siano stati possibili grazie alla scoperta del fuoco. In alcune versioni del mito, Prometeo è il creatore del genere umano, perché prima del fuoco non si può parlare di uomo). 3) Il matrimonio traccia una linea di demarcazione netta fra l’uomo e gli animali che si uniscono senza regole.
4) Nel personaggio di Pandora vengono a iscriversi tutte le tensioni, tutte le ambivalenze che caratterizzano lo statuto dell’uomo, tra bestie e dèi. Col fascino della sua apparenza esterna, simile alle dee immortali, Pandora riflette lo splendore divino. Con l’oscenità del suo spirito e del suo temperamento interni è in contatto con la bestialità. Parla il linguaggio dell’uomo, che può dunque dialogare con lei, ma la parola articolata che Zeus ha conferito a lei come agli uomini, non le serve per dire ciò che è, per trasmettere agli altri il vero, ma per nascondere il vero nel falso, per meglio ingannare la mente dei suoi partner maschili.
5) All’ambiguità di Pandora corrisponde l’ambiguità di Elpìs (Speranza) che rimane sola, con la donna, a casa, chiusa nel ventre della giara, quando tutti i mali si sono sparsi in mezzo agli uomini. Essendo i mali inestricabilmente mescolati ai beni, noi speriamo senza posa. Per chi è immortale, come gli dèi, non c’è alcun bisogno di Elpìs. Non c’è bisogno di Elpìs nemmeno per chi, come le bestie, non sa di essere mortale. Se l’uomo, mortale come le bestie, prevedesse come gli dèi in anticipo tutto il futuro, non avrebbe più la forza di vivere, poiché non potrebbe guardare la propria morte in faccia. Ma, stretto fra la lucida previdenza di Prometeo e l’accecamento impulsivo di Epimeteo, oscillando fra l’uno e l’altro senza poterli mai disgiungere, sa in anticipo che le sofferenze, le malattie, la morte sono il suo destino inevitabile, e, ignorando al forma che prenderà la sua sventura, la riconosce solo troppo tardi, quando è già stato colpito. Solo Elpìs gli permette di vivere questa esistenza ambigua, sdoppiata.
Conclusione
Tutto ha ormai il suo rovescio: più nessun contatto con gli dèi che non sia anche, attraverso il sacrificio, sanzione di una barriera insormontabile fra mortali e immortali, più nessuna felicità senza sventura, nascita senza morte, abbondanza senza fatica, Prometeo senza Epimeteo, in breve più nessun Uomo senza Pandora.



 
   

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