Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola



 

Testi in prosa

Rubé, di Antonio Giuseppe Borghese
La ragazza di Bube, di Carlo Cassola
Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino
Introduzione ai Promessi Sposi, di Alessandro Manzoni
La roba, di Giovanni Verga
Il treno ha fischiato, di Luigi Pirandello
la roba

La roba di Giovanni Verga

La novella appartiene alla raccolta delle “Novelle Rusticane”, pubblicate da Giovanni Verga nel 1883 e quindi nella fase verista dello scrittore siciliano. Il testo potrebbe essere utilizzato nell’ultima classe del triennio superiore nell’ambito di un modulo per genere dal titolo “L’evoluzione della narrativa moderna” che preveda l’analisi del testo e il confronto con altre opere dello stesso autore e di autori successivi come Svevo e Pirandello. L’obiettivo da raggiungere attraverso la lettura di questo testo è la comprensione delle scelte formali e stilistiche dell’autore, in particolare della tecnica narrativa dell’impersonalità e dell’indiretto libero che determinano una vera e propria svolta nell’evoluzione del genere del romanzo. La vicenda è quella di Mazzarò, un self-made man che ha accumulato nel corso della sua vita così tanta “roba” da divenire il più ricco proprietario terriero della zona circostante Catania. La prima sequenza ci presenta la descrizione delle proprietà di Mazzarò, attraverso un vero e proprio elenco, reso efficacemente dalla congiunzione coordinante “e”. Si nota, però, che Verga non impiega fin dall’inizio il narratore popolare, ma si serve in questo caso di un narratore che esprime un punto di vista più alto, quello di un ipotetico viandante che si trovi per caso a passare per quei territori e non conosca i suoi abitanti. Questo espediente serve per introdurre, prima di presentarlo e descriverlo, il protagonista come figura eccezionale e per accentuare, attraverso la prospettiva di uno sguardo in movimento (“e cammina cammina...”), la vastità dei suoi possedimenti. Che si tratti di uno sguardo superiore è confermato anche dal linguaggio impiegato, privo delle inflessioni dialettali che si rilevano nelle sequenze successive e contrassegnato dalla presenza di termini di un certo livello. L’impiego degli aggettivi e degli avverbi collegabili al campo semantico della tristezza e della rassegnazione (tristamente, tristezza, adagio adagio, lentamente, scura) fa emergere chiaramente lo sguardo pessimistico dell’autore implicito. Senza ricorrere alle diciture di autore e lettore implicito, chiarite da Angelo Marchese nell’Officina del racconto, sarà sufficiente indicare agli studenti come anche uno scrittore come Verga, maestro della tecnica dell’impersonalità, riesca a trasmettere la sua posizione ideologica pur restando celato dietro i suoi personaggi. In questo caso il suo pessimismo emerge dal punto di vista del narratore còlto iniziale, nei Malavoglia, ad esempio, dallo svolgersi stesso degli avvenimenti. Tornando alla nostra novella si può notare che, dopo la sequenza iniziale, improvvisamente, attraverso il discorso indiretto libero, fa la sua comparsa il narratore popolare che ci presenta, con un’efficace descrizione, il personaggio di Mazzarò. Il discorso indiretto libero è il supporto tecnico fondamentale dell’impersonalità del Verga, in quanto eliminando il verbo dichiarativo che introduce, nel discorso diretto e in quello indiretto, le parole del personaggio, elimina qualunque intromissione del narratore mettendo le parole direttamente in bocca al personaggio che le pronuncia. Tale stile narrativo sarà impiegato sempre più spesso nella narrativa che si evolverà, soprattutto nel Novecento, in direzione di un occultamento sempre maggiore della voce narrante per lasciare largo spazio ai punti di vista, spesso molteplici, dei personaggi. Tutto ciò parallelamente alla perdita di quelle certezze nel mondo, nella realtà che avevano contrassegnato l’impiego del narratore onnisciente nell’Ottocento, quello manzoniano per intenderci. Il narratore popolare appartiene allo stesso mondo di Mazzarò e lo descrive lasciando trasparire molta ammirazione per questo uomo che dal nulla si è trasformato nel maggior proprietario terriero della zona: ne sottolinea gli enormi sacrifici fatti per arrivare dove si trova ora e giustifica i comportamenti crudeli nei confronti dei contadini che lavorano per lui. Delineare i rapporti sociali che si disegnano tra Mazzarò e i contadini e tra Mazzarò e il barone. Nei Malavoglia il punto di vista del narratore popolare non coincide con quello della famiglia protagonista del romanzo, creando così quell’effetto di straniamento codificato dai formalisti russi (Tomasevskji), per cui ogni comportamento viene stravolto e interpretato secondo la logica dell’interesse economico. Qui il punto di vista del narratore coincide perfettamente con quello di Mazzarò e ciò crea quell’effetto di esaltazione che ritroveremo poi anche nel Mastro Don Gesualdo. Ecco dunque uno stile dominato dall’anafora che sottolinea come la condizione attuale del protagonista sia stata ottenuta a prezzo di grandi fatiche e sacrifici, ecco un linguaggio con inflessioni dialettali, espressioni gergali e di tono proverbiale, costruzioni sintattiche popolari, discorsi indiretti liberi. Nell’ultima sequenza, però, la coincidenza tra i due punti di vista crolla improvvisamente: il comportamento di Mazzarò che, resosi conto di essere vicino alla morte e constatando di non riuscire a portare via con sé la sua “roba”, si mette a picchiare con un bastone le sue galline, risulta del tutto incomprensibile agli occhi del narratore, perché non obbedisce ad alcuna logica economica; ecco dunque la trasformazione del self-made man in uomo ridicolo, che non riesce a comprendere il suo fallimento. Mazzarò ha molti aspetti in comune con il protagonista del secondo romanzo del ciclo dei Vinti, quel Mastro Don Gesualdo cultore come il suo precedente della “religione della roba”; anche lui viene dal niente, anche lui è riuscito con enormi sacrifici ad arricchirsi e ad accumulare una immensa ricchezza e anche lui muore in solitudine, con la differenza, però, che Mastro Don Gesualdo muore con la piena consapevolezza di essere un vinto, di aver cioè sacrificato il proprio benessere interiore e la possibilità di avere dei rapporti umani che lo arricchissero alla “roba”.
Utilizzo didattico: la lettura della novella di Verga necessita che i discenti posseggano, come prerequisito, la capacità di collegare il testo al suo autore e al contesto storico e culturale nel quale egli si colloca: in particolare è necessaria la consapevolezza del rapporto esistente tra positivismo e naturalismo da un lato e tra naturalismo e verismo dall’altro, la conoscenza dell’atteggiamento degli intellettuali di fronte alla società nel periodo successivo all’unità d’Italia, i problemi sociali ed economici del Meridione in quel momento storico. Il lavoro in classe procederà come raffronto tra questo testo, un brano estratto dai Malavoglia e uno dal mastro Don Gesualdo. L’obiettivo è quello di esaminare la tecnica narrativa e solo un confronto tra le diverse opere dell’autore può bene evidenziarlo. Tale metodo interpretativo, basato quindi sul raffronto tra testo, repertorio e poetica dell’autore, supportato dalla lettura di alcune posizioni della critica stilistica e della moderna narratologia, prima fra tutti quella del Luperini, porrà gli studenti in grado di portare avanti una interpretazione che unisca analisi degli elementi formali allo sfondo storico e ideologico sottesi al testo. Parallelamente si richiamerà la figura del narratore manzoniano e si proporrà l’individuazione della differenza con quello verghiano. Il passo successivo prevederà poi l’esame della figura del narratore in Pirandello e in Svevo per mostrare come nella narrativa del Novecento il narratore da etedrodiegetico passa a omodiegetico, ma può esprimere sia il punto di vista del narratore che quello del personaggio. Il confronto con Pirandello è importante per mostrare come dall’indagine sulla realtà si passi alla crisi della realtà. Parallelamente si procederà ad un lavoro di scrittura che, per il terzo anno, prevede scritti di studio, di comunicazione e di interpretazione.
La valutazione avverrà tramite l’esame del testo in classe, la correzione degli scritti elaborati a casa, e l’interrogazione vera e propria che dovrà accertare la comprensione del problema, il rapporto tra i vari generi letterari, ecc.

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