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Testi
in prosa
La
roba di Giovanni Verga
La novella appartiene alla raccolta delle “Novelle
Rusticane”, pubblicate da Giovanni Verga nel 1883 e quindi
nella fase verista dello scrittore siciliano. Il testo potrebbe
essere utilizzato nell’ultima classe del triennio superiore
nell’ambito di un modulo per genere dal titolo “L’evoluzione
della narrativa moderna” che preveda l’analisi del
testo e il confronto con altre opere dello stesso autore e di
autori successivi come Svevo e Pirandello. L’obiettivo da
raggiungere attraverso la lettura di questo testo è la
comprensione delle scelte formali e stilistiche dell’autore,
in particolare della tecnica narrativa dell’impersonalità
e dell’indiretto libero che determinano una vera e propria
svolta nell’evoluzione del genere del romanzo. La vicenda
è quella di Mazzarò, un self-made man che ha accumulato
nel corso della sua vita così tanta “roba”
da divenire il più ricco proprietario terriero della zona
circostante Catania. La prima sequenza ci presenta la descrizione
delle proprietà di Mazzarò, attraverso un vero e
proprio elenco, reso efficacemente dalla congiunzione coordinante
“e”. Si nota, però, che Verga non impiega fin
dall’inizio il narratore popolare, ma si serve in questo
caso di un narratore che esprime un punto di vista più
alto, quello di un ipotetico viandante che si trovi per caso a
passare per quei territori e non conosca i suoi abitanti. Questo
espediente serve per introdurre, prima di presentarlo e descriverlo,
il protagonista come figura eccezionale e per accentuare, attraverso
la prospettiva di uno sguardo in movimento (“e cammina cammina...”),
la vastità dei suoi possedimenti. Che si tratti di uno
sguardo superiore è confermato anche dal linguaggio impiegato,
privo delle inflessioni dialettali che si rilevano nelle sequenze
successive e contrassegnato dalla presenza di termini di un certo
livello. L’impiego degli aggettivi e degli avverbi collegabili
al campo semantico della tristezza e della rassegnazione (tristamente,
tristezza, adagio adagio, lentamente, scura) fa emergere chiaramente
lo sguardo pessimistico dell’autore implicito. Senza ricorrere
alle diciture di autore e lettore implicito, chiarite da Angelo
Marchese nell’Officina del racconto, sarà sufficiente
indicare agli studenti come anche uno scrittore come Verga, maestro
della tecnica dell’impersonalità, riesca a trasmettere
la sua posizione ideologica pur restando celato dietro i suoi
personaggi. In questo caso il suo pessimismo emerge dal punto
di vista del narratore còlto iniziale, nei Malavoglia,
ad esempio, dallo svolgersi stesso degli avvenimenti. Tornando
alla nostra novella si può notare che, dopo la sequenza
iniziale, improvvisamente, attraverso il discorso indiretto libero,
fa la sua comparsa il narratore popolare che ci presenta, con
un’efficace descrizione, il personaggio di Mazzarò.
Il discorso indiretto libero è il supporto tecnico fondamentale
dell’impersonalità del Verga, in quanto eliminando
il verbo dichiarativo che introduce, nel discorso diretto e in
quello indiretto, le parole del personaggio, elimina qualunque
intromissione del narratore mettendo le parole direttamente in
bocca al personaggio che le pronuncia. Tale stile narrativo sarà
impiegato sempre più spesso nella narrativa che si evolverà,
soprattutto nel Novecento, in direzione di un occultamento sempre
maggiore della voce narrante per lasciare largo spazio ai punti
di vista, spesso molteplici, dei personaggi. Tutto ciò
parallelamente alla perdita di quelle certezze nel mondo, nella
realtà che avevano contrassegnato l’impiego del narratore
onnisciente nell’Ottocento, quello manzoniano per intenderci.
Il narratore popolare appartiene allo stesso mondo di Mazzarò
e lo descrive lasciando trasparire molta ammirazione per questo
uomo che dal nulla si è trasformato nel maggior proprietario
terriero della zona: ne sottolinea gli enormi sacrifici fatti
per arrivare dove si trova ora e giustifica i comportamenti crudeli
nei confronti dei contadini che lavorano per lui. Delineare i
rapporti sociali che si disegnano tra Mazzarò e i contadini
e tra Mazzarò e il barone. Nei Malavoglia il punto di vista
del narratore popolare non coincide con quello della famiglia
protagonista del romanzo, creando così quell’effetto
di straniamento codificato dai formalisti russi (Tomasevskji),
per cui ogni comportamento viene stravolto e interpretato secondo
la logica dell’interesse economico. Qui il punto di vista
del narratore coincide perfettamente con quello di Mazzarò
e ciò crea quell’effetto di esaltazione che ritroveremo
poi anche nel Mastro Don Gesualdo. Ecco dunque uno stile dominato
dall’anafora che sottolinea come la condizione attuale del
protagonista sia stata ottenuta a prezzo di grandi fatiche e sacrifici,
ecco un linguaggio con inflessioni dialettali, espressioni gergali
e di tono proverbiale, costruzioni sintattiche popolari, discorsi
indiretti liberi. Nell’ultima sequenza, però, la
coincidenza tra i due punti di vista crolla improvvisamente: il
comportamento di Mazzarò che, resosi conto di essere vicino
alla morte e constatando di non riuscire a portare via con sé
la sua “roba”, si mette a picchiare con un bastone
le sue galline, risulta del tutto incomprensibile agli occhi del
narratore, perché non obbedisce ad alcuna logica economica;
ecco dunque la trasformazione del self-made man in uomo ridicolo,
che non riesce a comprendere il suo fallimento. Mazzarò
ha molti aspetti in comune con il protagonista del secondo romanzo
del ciclo dei Vinti, quel Mastro Don Gesualdo cultore come il
suo precedente della “religione della roba”; anche
lui viene dal niente, anche lui è riuscito con enormi sacrifici
ad arricchirsi e ad accumulare una immensa ricchezza e anche lui
muore in solitudine, con la differenza, però, che Mastro
Don Gesualdo muore con la piena consapevolezza di essere un vinto,
di aver cioè sacrificato il proprio benessere interiore
e la possibilità di avere dei rapporti umani che lo arricchissero
alla “roba”.
Utilizzo didattico: la lettura della novella di Verga necessita
che i discenti posseggano, come prerequisito, la capacità
di collegare il testo al suo autore e al contesto storico e culturale
nel quale egli si colloca: in particolare è necessaria
la consapevolezza del rapporto esistente tra positivismo e naturalismo
da un lato e tra naturalismo e verismo dall’altro, la conoscenza
dell’atteggiamento degli intellettuali di fronte alla società
nel periodo successivo all’unità d’Italia,
i problemi sociali ed economici del Meridione in quel momento
storico. Il lavoro in classe procederà come raffronto tra
questo testo, un brano estratto dai Malavoglia e uno dal mastro
Don Gesualdo. L’obiettivo è quello di esaminare la
tecnica narrativa e solo un confronto tra le diverse opere dell’autore
può bene evidenziarlo. Tale metodo interpretativo, basato
quindi sul raffronto tra testo, repertorio e poetica dell’autore,
supportato dalla lettura di alcune posizioni della critica stilistica
e della moderna narratologia, prima fra tutti quella del Luperini,
porrà gli studenti in grado di portare avanti una interpretazione
che unisca analisi degli elementi formali allo sfondo storico
e ideologico sottesi al testo. Parallelamente si richiamerà
la figura del narratore manzoniano e si proporrà l’individuazione
della differenza con quello verghiano. Il passo successivo prevederà
poi l’esame della figura del narratore in Pirandello e in
Svevo per mostrare come nella narrativa del Novecento il narratore
da etedrodiegetico passa a omodiegetico, ma può esprimere
sia il punto di vista del narratore che quello del personaggio.
Il confronto con Pirandello è importante per mostrare come
dall’indagine sulla realtà si passi alla crisi della
realtà. Parallelamente si procederà ad un lavoro
di scrittura che, per il terzo anno, prevede scritti di studio,
di comunicazione e di interpretazione.
La valutazione avverrà tramite l’esame del testo
in classe, la correzione degli scritti elaborati a casa, e l’interrogazione
vera e propria che dovrà accertare la comprensione del
problema, il rapporto tra i vari generi letterari, ecc.
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