Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola



 

Testi in prosa

Rubè, di Antonio Giuseppe Borgese
La ragazza di Bube, di Carlo Cassola
Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino
Introduzione ai Promessi Sposi, di Alessandro Manzoni
La roba, di Giovanni Verga
Il treno ha fischiato, di Luigi Pirandello
rubè

Rubè di Giuseppe Antonio Borgese

Giuseppe Antonio Borgese non è fra gli scrittori più noti del panorama letterario italiano del Novecento e, nonostante gli apprezzamenti della critica all’uscita di “Rubè”, il romanzo non ha mai conosciuto un grosso successo di pubblico e ancora oggi non occupa, nell’area degli studi letterari ma anche nella realtà scolastica, il posto che meriterebbe. Borgese non nasce scrittore, ma fin dai primi anni del secolo acquista un ruolo di primo piano nel mondo delle riviste fiorentine fondandone una, “Hermes”, marcata dall’individualismo e dall’estetismo dannunziano e di stampo dichiaratamente interventista. La sua personalità non è certamente catalogabile unicamente in tal senso, in quanto un percorso di evoluzione ideologico lo porta prima ad occuparsi di critica letteraria di stampo realistico, poi, negli anni della formazione dello stato fascista, ad essere tra quei pochi intellettuali che ritengono di non riuscire a convivere con un regime assoluto e decidono di emigrare all’estero. Borgese se ne va in America, dove insegnerà letteratura fino al rientro in Italia, nel 1945. Il suo primo romanzo, pubblicato nel 1921, narra le vicende di un avvocato trentenne siciliano che lascia il suo paese di contadini per la capitale, dove pensa fiorirà la sua brillante carriera legale. Fin dall’inizio, però, il personaggio appare limitato dalla sua inettitudine, razionalizzata in una forma di malattia cronica di carattere chiaramente psicosomatico, che lo spinge a cercare nella guerra una sorta di rivitalizzazione, di fonte di energie positive. Nonostante si ammanti esternamente di sicurezza, di cinismo e di indifferenza, viene profondamente scosso dall’esperienza bellica e più di una volta la retorica dannunziana del bel gesto viene spazzata via dalla paura della morte. Una volta terminata la guerra, il racconto si concentra sulla vita privata del protagonista che, insoddisfatto della moglie, sposata per ripiego e che non sa offrirsi a lui con passione, attua su lei un’opera di demolizione che prima avviene solo nei suoi pensieri, che stabiliscono un confronto cinico e spietato con le altre donne, poi si materializza nell’allusione al fatto che il bambino che lei aspetta possa non essere suo, fino alla fuga vera e propria che lo conduce tra le braccia di un’altra, Celestina. Questa seconda figura femminile è chiaramente l’opposto della moglie e offre a Rubè tutta la sensualità che stava cercando: quello che sembra un vero amore viene però interrotto bruscamente dalla morte della donna, che l’amante, involontariamente, provoca. Scagionato al processo che ne segue, Rubè inizia il suo viaggio di ritorno che dovrebbe ricondurlo dalla moglie, ma che invece si conclude con la morte del protagonista ritrovatosi del tutto casualmente in uno dei tanti cortei operai del dopoguerra. La conclusione del romanzo è particolarmente significativa, in quanto il protagonista muore tenendo in una mano la bandiera rossa della sinistra e nell’altra quella nera della destra, una fine che non fa altro che iconizzare una frase che Rubè ripete spesso nel corso della narrazione: “io non so fare niente, non sono niente”. Il romanzo è chiaramente centrato sulla figura del protagonista che fin dalle prime pagine appare profondamente convinto di possedere qualità superiori rispetto agli altri, qualità che potrebbero condurlo verso una brillante carriera; nello stesso tempo, però, egli parla di una malattia dell’anima e di una salute che pensa di guadagnare attraverso l’esperienza della guerra, ma che invece non arriverà mai, in quanto la sua malattia è la malattia esistenziale dell’intellettuale del primo Novecento, la stessa che emerge dai versi della Desolazione del povero poeta sentimentale di Corazzini e da quelli delle liriche di Gozzano. Quelle che considera qualità indubbiamente superiori alla media sono all’origine dell’angoscia che lo tormenta, in quanto lo costringono a prendere coscienza della tragicità della vita umana, attuando su di essa un procedimento di analisi lucida e spietata (C’era sì, indubitabile secondo lui, una superiorità d’intelligenza. Ma che cos’era questa se non una tetra genialità nel soffrire e far soffrire?). Rubè non è lontano da Zeno nei suoi processi mentali di autoanalisi che si riempiono di accuse e di sensi di colpa verso la madre, la moglie, l’amante che è convinto di avere volutamente annegato..
Il narratore è esterno ma il punto di vita è quello del protagonista che riflette la sua personale visione del mondo e dell’ambiente circostante. La cosiddetta “narrativa liberata” ha messo da parte il narratore onnisciente dell’Ottocento, che commentava le azioni dei personaggi proponendo una visione chiara e moralmente corretta del mondo; a partire dal verismo il narratore diventa impersonale e non commenta i fatti, non dà verità anche se, ad esempio, nei romanzi di Verga l’autore implicito emerge attraverso lo sviluppo della storia o le caratteristiche dei personaggi. Il romanzo del Novecento continua in questa direzione ma le certezze si sfaldano e le vicende narrate non solo non vengono commentate, ma sono presentate sotto molteplici punti di vista, tutti ugualmente attendibili come nei romanzi di Pirandello, o da uno solo, come in questo caso, e quasi mai sono punti di vista moralmente corretti. La narrativa liberata si concede dunque anche ai “mostri”, e se non nel vero senso della parola, sicuramente ai mostri di cinismo come Rubè. Il lettore assiste al processo di disintegrazione di un uomo che pure aveva qualità per essere un vincente e vede il mondo dal punto di vista torbido di quest’uomo. L’inferiorità di Alfonso Nitti, di Pietro, protagonista di “Con gli occhi chiusi” di Tozzi e di Rubè viene da una loro inesperienza della vita, da uno stato per così dire adolescenziale. In tal senso gli eroi di Svevo, di Tozzi e di Borgese possono considerarsi i precursori di alcuni adolescenti della narrativa degli anni trenta del Novecento che, come ha sottolineato Romano Luperini, privilegia il tema dell’infanzia e dell’adolescenza, età che risentono in modo particolare di un’ottica “estraniata”; si pensi all’Agostino dell’omonimo romanzo breve di Moravia. Lo stile è particolarmente curato e riflettendo il punto di vista di un intellettuale è contrassegnato da termini elevati e continue similitudini dal tono spesso poetico. Si avverte come una sorta di contraddizione tra il cinismo spietato dei pensieri di Rubè, soprattutto nei confronti della moglie, e la poeticità dei suoi stessi pensieri quando, ad esempio, si trova ad ammirare un paesaggio da uno dei tanti mezzi di locomozione su cui trova. Il motivo del viaggio occupa un ruolo fondamentale nel romanzo: Rubè si sposta continuamente da una città all’altra come alla ricerca di qualcosa che forse troverà, per un attimo, solo nei pochi giorni trascorsi con Celestina che, grazie alla sua sensualità, riuscirà a distoglierlo da un intellettualismo freddo e senza via d’uscita. Il suo viaggio, iniziato con l’allontanamento dal paese natio, si concluderà con la morte, dopo un ultimo ritorno alla terra d’origine senza però rivedere la madre, verso la quale ha sempre nutrito sensi di colpa per il denaro più o meno esplicitamente preteso per mantenere la sua inattività. Un mancato ritorno alla madre e alla moglie che sancisce definitivamente la sua inettitudine e ci fa pensare al protagonista di “Una vita” di Svevo, a quell’Alfonso Nitti che conclude col suicidio un percorso che altro non è stato che una fuga da tutto. Gli ultimi capitoli del romanzo sono contrassegnati non casualmente da continui riferimenti alla morte, che si collega a qualunque oggetto visto dal protagonista. Lo spostamento del personaggio nello spazio, anche quando si tratta di andare soltanto “girelloni per il paese” come nel caso di ‘Ntoni Malavoglia, non è mai trascurabile se tali spostamenti sono visti, come afferma B. Basile, come continuo e vano ripetersi del confronto tra “carcere” e “fuga”. Nota è anche la tesi di Lotman, per cui la rappresentazione dello spazio esprime la visione del mondo, sempre diviso in almeno due campi, e l’eroe è colui che passa la frontiera tra questi due campi: si pensi alla storia di Renzo, di ‘Ntoni, di Silvestro in Conversazione in Sicilia, di Anguilla in La luna e i falò. Il romanzo presenta un quadro storico ben preciso nel quale vengono convogliati momenti fondamentali dei primi anni del secolo, dall’interventismo, alla prima guerra mondiale al drammatico dopoguerra, è un quadro completo della società del tempo. Non ci troviamo, infatti, di fronte al soggettivismo esasperato di Un uomo inutile di Papini, né al tono diaristico delle pagine migliori scritte sul periodo della guerra, quelle di Con me e con gli alpini di Jahier o di Un anno sull’altipiano di Lussu: qui non ci sono elementi autobiografici, c’è la biografia di una generazione. L’altro elemento che mi sembra fondamentale è poi la demolizione lucida e sistematica che viene fatta del superuomo dannunziano, di cui emergono, attraverso il protagonista, tutti gli eccessi, dall’acceso interventismo, alla retorica del bel gesto, al mito della vita inimitabile, che di fronte alla guerra vera, però, si sgretolano miseramente in una sola parola, semplice ma ripetuta più volte lasciando un segno forte nel lettore, “paura”. Parallelamente alla demolizione di quel tipo di personaggio, avviene la costruzione di una nuova tipologia di eroe, che sarà quella tipica dei romanzi del Novecento: Rubè è un inetto, un estraneo alla vita, uno straniero nel suo stesso mondo, oppresso perennemente dall’angoscia esistenziale. In tal senso appare chiara l’importanza di un romanzo che va inserito in quel filone letterario che comprende i romanzi di Tozzi, La coscienza di Zeno di Svevo, Gli indifferenti di Moravia e molti testi degli Ossi di Seppia di Montale: un filone rappresentativo della migliore produzione letteraria italiana, ma che sicuramente si apre anche alla corrente europea. Utilizzo didattico: inserimento in un modulo tematico sulla figura dell’inetto nella produzione letteraria del Novecento.

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