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Testi
in prosa
Rubè
di Giuseppe Antonio Borghese
Giuseppe Antonio Borgese non è fra gli scrittori
più noti del panorama letterario italiano del Novecento
e, nonostante gli apprezzamenti della critica all’uscita
di “Rubè”, il romanzo non ha mai conosciuto
un grosso successo di pubblico e ancora oggi non occupa, nell’area
degli studi letterari ma anche nella realtà scolastica,
il posto che meriterebbe. Borgese non nasce scrittore, ma fin
dai primi anni del secolo acquista un ruolo di primo piano nel
mondo delle riviste fiorentine fondandone una, “Hermes”,
marcata dall’individualismo e dall’estetismo dannunziano
e di stampo dichiaratamente interventista. La sua personalità
non è certamente catalogabile unicamente in tal senso,
in quanto un percorso di evoluzione ideologico lo porta prima
ad occuparsi di critica letteraria di stampo realistico, poi,
negli anni della formazione dello stato fascista, ad essere tra
quei pochi intellettuali che ritengono di non riuscire a convivere
con un regime assoluto e decidono di emigrare all’estero.
Borgese se ne va in America, dove insegnerà letteratura
fino al rientro in Italia, nel 1945. Il suo primo romanzo, pubblicato
nel 1921, narra le vicende di un avvocato trentenne siciliano
che lascia il suo paese di contadini per la capitale, dove pensa
fiorirà la sua brillante carriera legale. Fin dall’inizio,
però, il personaggio appare limitato dalla sua inettitudine,
razionalizzata in una forma di malattia cronica di carattere chiaramente
psicosomatico, che lo spinge a cercare nella guerra una sorta
di rivitalizzazione, di fonte di energie positive. Nonostante
si ammanti esternamente di sicurezza, di cinismo e di indifferenza,
viene profondamente scosso dall’esperienza bellica e più
di una volta la retorica dannunziana del bel gesto viene spazzata
via dalla paura della morte. Una volta terminata la guerra, il
racconto si concentra sulla vita privata del protagonista che,
insoddisfatto della moglie, sposata per ripiego e che non sa offrirsi
a lui con passione, attua su lei un’opera di demolizione
che prima avviene solo nei suoi pensieri, che stabiliscono un
confronto cinico e spietato con le altre donne, poi si materializza
nell’allusione al fatto che il bambino che lei aspetta possa
non essere suo, fino alla fuga vera e propria che lo conduce tra
le braccia di un’altra, Celestina. Questa seconda figura
femminile è chiaramente l’opposto della moglie e
offre a Rubè tutta la sensualità che stava cercando:
quello che sembra un vero amore viene però interrotto bruscamente
dalla morte della donna, che l’amante, involontariamente,
provoca. Scagionato al processo che ne segue, Rubè inizia
il suo viaggio di ritorno che dovrebbe ricondurlo dalla moglie,
ma che invece si conclude con la morte del protagonista ritrovatosi
del tutto casualmente in uno dei tanti cortei operai del dopoguerra.
La conclusione del romanzo è particolarmente significativa,
in quanto il protagonista muore tenendo in una mano la bandiera
rossa della sinistra e nell’altra quella nera della destra,
una fine che non fa altro che iconizzare una frase che Rubè
ripete spesso nel corso della narrazione: “io non so fare
niente, non sono niente”. Il romanzo è chiaramente
centrato sulla figura del protagonista che fin dalle prime pagine
appare profondamente convinto di possedere qualità superiori
rispetto agli altri, qualità che potrebbero condurlo verso
una brillante carriera; nello stesso tempo, però, egli
parla di una malattia dell’anima e di una salute che pensa
di guadagnare attraverso l’esperienza della guerra, ma che
invece non arriverà mai, in quanto la sua malattia è
la malattia esistenziale dell’intellettuale del primo Novecento,
la stessa che emerge dai versi della Desolazione del povero poeta
sentimentale di Corazzini e da quelli delle liriche di Gozzano.
Quelle che considera qualità indubbiamente superiori alla
media sono all’origine dell’angoscia che lo tormenta,
in quanto lo costringono a prendere coscienza della tragicità
della vita umana, attuando su di essa un procedimento di analisi
lucida e spietata (C’era sì, indubitabile secondo
lui, una superiorità d’intelligenza. Ma che cos’era
questa se non una tetra genialità nel soffrire e far soffrire?).
Rubè non è lontano da Zeno nei suoi processi mentali
di autoanalisi che si riempiono di accuse e di sensi di colpa
verso la madre, la moglie, l’amante che è convinto
di avere volutamente annegato..
Il narratore è esterno ma il punto di vita è quello
del protagonista che riflette la sua personale visione del mondo
e dell’ambiente circostante. La cosiddetta “narrativa
liberata” ha messo da parte il narratore onnisciente dell’Ottocento,
che commentava le azioni dei personaggi proponendo una visione
chiara e moralmente corretta del mondo; a partire dal verismo
il narratore diventa impersonale e non commenta i fatti, non dà
verità anche se, ad esempio, nei romanzi di Verga l’autore
implicito emerge attraverso lo sviluppo della storia o le caratteristiche
dei personaggi. Il romanzo del Novecento continua in questa direzione
ma le certezze si sfaldano e le vicende narrate non solo non vengono
commentate, ma sono presentate sotto molteplici punti di vista,
tutti ugualmente attendibili come nei romanzi di Pirandello, o
da uno solo, come in questo caso, e quasi mai sono punti di vista
moralmente corretti. La narrativa liberata si concede dunque anche
ai “mostri”, e se non nel vero senso della parola,
sicuramente ai mostri di cinismo come Rubè. Il lettore
assiste al processo di disintegrazione di un uomo che pure aveva
qualità per essere un vincente e vede il mondo dal punto
di vista torbido di quest’uomo. L’inferiorità
di Alfonso Nitti, di Pietro, protagonista di “Con gli occhi
chiusi” di Tozzi e di Rubè viene da una loro inesperienza
della vita, da uno stato per così dire adolescenziale.
In tal senso gli eroi di Svevo, di Tozzi e di Borgese possono
considerarsi i precursori di alcuni adolescenti della narrativa
degli anni trenta del Novecento che, come ha sottolineato Romano
Luperini, privilegia il tema dell’infanzia e dell’adolescenza,
età che risentono in modo particolare di un’ottica
“estraniata”; si pensi all’Agostino dell’omonimo
romanzo breve di Moravia. Lo stile è particolarmente curato
e riflettendo il punto di vista di un intellettuale è contrassegnato
da termini elevati e continue similitudini dal tono spesso poetico.
Si avverte come una sorta di contraddizione tra il cinismo spietato
dei pensieri di Rubè, soprattutto nei confronti della moglie,
e la poeticità dei suoi stessi pensieri quando, ad esempio,
si trova ad ammirare un paesaggio da uno dei tanti mezzi di locomozione
su cui trova. Il motivo del viaggio occupa un ruolo fondamentale
nel romanzo: Rubè si sposta continuamente da una città
all’altra come alla ricerca di qualcosa che forse troverà,
per un attimo, solo nei pochi giorni trascorsi con Celestina che,
grazie alla sua sensualità, riuscirà a distoglierlo
da un intellettualismo freddo e senza via d’uscita. Il suo
viaggio, iniziato con l’allontanamento dal paese natio,
si concluderà con la morte, dopo un ultimo ritorno alla
terra d’origine senza però rivedere la madre, verso
la quale ha sempre nutrito sensi di colpa per il denaro più
o meno esplicitamente preteso per mantenere la sua inattività.
Un mancato ritorno alla madre e alla moglie che sancisce definitivamente
la sua inettitudine e ci fa pensare al protagonista di “Una
vita” di Svevo, a quell’Alfonso Nitti che conclude
col suicidio un percorso che altro non è stato che una
fuga da tutto. Gli ultimi capitoli del romanzo sono contrassegnati
non casualmente da continui riferimenti alla morte, che si collega
a qualunque oggetto visto dal protagonista. Lo spostamento del
personaggio nello spazio, anche quando si tratta di andare soltanto
“girelloni per il paese” come nel caso di ‘Ntoni
Malavoglia, non è mai trascurabile se tali spostamenti
sono visti, come afferma B. Basile, come continuo e vano ripetersi
del confronto tra “carcere” e “fuga”.
Nota è anche la tesi di Lotman, per cui la rappresentazione
dello spazio esprime la visione del mondo, sempre diviso in almeno
due campi, e l’eroe è colui che passa la frontiera
tra questi due campi: si pensi alla storia di Renzo, di ‘Ntoni,
di Silvestro in Conversazione in Sicilia, di Anguilla in La luna
e i falò. Il romanzo presenta un quadro storico ben preciso
nel quale vengono convogliati momenti fondamentali dei primi anni
del secolo, dall’interventismo, alla prima guerra mondiale
al drammatico dopoguerra, è un quadro completo della società
del tempo. Non ci troviamo, infatti, di fronte al soggettivismo
esasperato di Un uomo inutile di Papini, né al tono diaristico
delle pagine migliori scritte sul periodo della guerra, quelle
di Con me e con gli alpini di Jahier o di Un anno sull’altipiano
di Lussu: qui non ci sono elementi autobiografici, c’è
la biografia di una generazione. L’altro elemento che mi
sembra fondamentale è poi la demolizione lucida e sistematica
che viene fatta del superuomo dannunziano, di cui emergono, attraverso
il protagonista, tutti gli eccessi, dall’acceso interventismo,
alla retorica del bel gesto, al mito della vita inimitabile, che
di fronte alla guerra vera, però, si sgretolano miseramente
in una sola parola, semplice ma ripetuta più volte lasciando
un segno forte nel lettore, “paura”. Parallelamente
alla demolizione di quel tipo di personaggio, avviene la costruzione
di una nuova tipologia di eroe, che sarà quella tipica
dei romanzi del Novecento: Rubè è un inetto, un
estraneo alla vita, uno straniero nel suo stesso mondo, oppresso
perennemente dall’angoscia esistenziale. In tal senso appare
chiara l’importanza di un romanzo che va inserito in quel
filone letterario che comprende i romanzi di Tozzi, La coscienza
di Zeno di Svevo, Gli indifferenti di Moravia e molti testi degli
Ossi di Seppia di Montale: un filone rappresentativo della migliore
produzione letteraria italiana, ma che sicuramente si apre anche
alla corrente europea. Utilizzo didattico: inserimento in un modulo
tematico sulla figura dell’inetto nella produzione letteraria
del Novecento.
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