Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola



 

Testi poetici

La vita fugge e non s'arresta un'ora, di Francesco Petrarca
Dei Sepolcri, di Ugo Foscolo (in collegamento: schema riassunto del testo)
A se stesso, di Giacomo Leopardi
Il sabato del villaggio, di Giacomo Leopardi
canti
Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi

La canzone appartiene ai cosiddetti "grandi idilli" leopardiani, cioè a quel gruppo di liriche successive alle Operette Morali (1824-28), che segnano una pausa tra le due grandi stagioni poetiche del recanatese. E' suddivisa in quattro strofe di endecasillabi e settenari di diversa lunghezza e sviluppa il tema dell'attesa del giorno festivo come raro momento di gioia per l'uomo grazie al senso di speranza e di illusione connaturati a tale attesa. Nella prima strofa viene rievocata una scena quotidiana recanatese con le tipiche figure umane che la popolano: la ragazza che torna dai campi con il fascio di erba....., la vecchietta che...., ecc. Le due figure femminili rappresentano la speranza della giovinezza e la memoria, inoltre la giovinezza si collega alla primavera (rose e viole), cui si oppone il fascio d'erba, la realtà quotidiana con le sue fatiche, come la tela di Silvia. Tutti sono immersi nelle attività che precedono il giorno festivo, rese piacevoli solo dal senso di attesa che le accompagna. Alla descrizione evocativa del paesaggio segue la riflessione del poeta, incentrata sulla brevità e sull'inevitabile esito dell'illusione che, con l'arrivo della domenica, sarà sostituita dalla tristezza e dalla noia che segnano la vita dell'uomo. L'appello al "garzoncello scherzoso" conclude la canzone con l'invito a godere dell'attesa del giorno di festa, cioè della giovinezza, senza lamentarsi del fatto che l'età adulta tardi ad arrivare perché probabilmente non rappresenterà quello che egli si aspetta. Si tratta di un topos, quello dell'invito a godere del tempo presente, che da Orazio passa al Rinascimento (si pensi a lorenzo il Magnifico) e che viene rivisitato alla luce della visione materialistica. L'esame del linguaggio è fondamentale per la comprensione della poetica di Leopardi. La poesia deve essere un piacere sia per chi la scrive sia per chi la legge. La ricerca della felicità è connaturata all'uomo, ma ottenerla non significa raggiungere un oggetto concreto, quanto riuscire a percepire l'"indefinito". La poesia deve basarsi quindi su un linguaggio indeterminato, vago, che disattenda le attese del lettore e produca associazioni di idee. Deve insomma distinguersi da quello della prosa, in aperta polemica con l'uso del francese, tanto in voga ai suoi tempi, che tende a mescolare poesia e prosa. Nella lirica egli ottiene ciò accostando termini della lingua familiare, soprattutto aggettivi in coppie binarie, e termini del linguaggio aulico, ad esempio latinismi (crine, solea, face, speme). Molti gli esempi di lingua vaga e indeterminata, a partire dal mazzolin di rose e viole, che avrebbe poi suscitato la polemica affermazione di Pascoli, sostenitore di un impiego scientificamente preciso della lingua, per il fatto che le tue tipologie di fiore non fioriscono nella stessa stagione. Anche il progressivo giungere della sera attraverso l'immagine delle ombre che scendono giù crea un senso di vago, inoltre l'uso del modo indefinito del gerundio (novellando, gridando, saltando, fischiando) che assume valenza fonosimbolica evocando la continuità del suono, simile a quella del tempo che scorre via.. Il complemento di luogo "dalla campagna" suscita l'impressione di una vastità spaziale indeterminata, come pure lo sfondo su cui è collocata la vecchierella, "incontro là dove si perde il giorno". Anche i suoni provengono da lontano, probabilmente li ode dal chiuso della sua stanza: la squilla, il lieto romore dei fanciulli, il fischiare dello zappatore, il martello e la sega del legnaiuolo. Lo stesso senso di familiare serenità è comunicato dai vezzeggiativi, che uniti all'anafora e all'allitterazione riproducono l'atmosfera di grazia e dolcezza delle cantilene o filastrocche popolari, cui rimanda anche il rimo, allegro e rasserenante. Particolarmente musicale il v. 45. In questa lirica il poeta preferisce non parlare degli aspetti negativi della natura, infatti la lirica culmina al v. 50 con la preterizione "altro dirti non vo'". Non c'è dunque la separazione netta tra le due partii che si nota solitamente nei grandi idilli, ma anche nella seconda continua ad emergere il linguaggio del caro immaginar. La descrizione non è realistica, piuttosto evocativa, e nei grandi idilli diviene funzionale alla riflessione filosofica che segue: il microcosmo del romanzo non fa altro che riflettere il funzionamento universale delle leggi dell'esistenza. Ecco dunque che quella che Croce escludeva come non poesia, cioè la riflessione filosofica, diviene funzionale alla parte descrittiva, che potremo quasi definire suo correlativo-oggettivo: utopia e disincanto convivono nella poesia dei grandi idilli.
Nuclei tematici: similitudine del giorno= una fase della vita dell'uomo, richiama il Cantico del gallo silvestre. La rimembranza, che si ricollega alla poetica dell'indefinito. La noia (Orazio-Baudelaire).
Utilizzo didattico: la lirica andrebbe inserita in un modulo per autore che preveda tre passaggi fondamentali: innanzitutto l’analisi del rapporto uomo-natura, prima nella poesia dei piccoli idilli, con la lettura dell’Infinito, per dimostrare la funzione della poesia come piacere che viene dal suono delle parole e dal loro potere evocativo (poetica dell’immaginazione o dell’indefinito); poi nei grandi idilli come A Silvia, evidenziando l’emergere della poetica dell’immaginazione come “rimembranza” accanto alla poetica del vero. L’esame di tali liriche dovrà porre in evidenza l’impiego originalissimo e moderno che Leopardi fa delle forme classiche della lirica italiana, cioè dell’idillio, invenzione personalissima del poeta mediando tra idillio teocriteo, reimpiego latino e ripresa settecentesca, ma soprattutto della canzone petrarchesca, non più simmetrica, ma con libera distribuzione di settenari e endecasillabi e uso altrettanto libero delle rime, cui vengono preferite rime interne, assonanze, allitterazioni.; il secondo passaggio è quello sulle leggi universali dell’esistenza nella lirica leopardiana, che permetterebbe di parlare del passaggio da pessimismo storico a pessimismo cosmico, del rapporto tra microcosmo e macrocosmo attraverso la lettura di liriche quali La quiete dopo la tempesta e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia; infine un ultimo passaggio sarebbe dedicato alla fase finale della poesia leopardiana con l’elaborazione di una nuova etica laica e di una nuova forma poetica: qui andrebbero inserite liriche come Il pensiero dominante, un’Operetta morale come Il dialogo di Tristano e di un amico, e la lirica qui esaminata A se stesso, da confrontare con l’Infinito per far emergere l’evoluzione della forma poetica, sottolineando come la modernità del recanatese non abbia lasciato indifferenti i poeti dell’avanguardia del Novecento. Utile il richiamo alla poesia crepuscolare con agganci e confronti a La signorina Felicita di Gozzano per l’aspetto tematico, o al Povero poeta sentimentale di Corazzini e A Cesena di Moretti per il modo spezzato di costruire il ritmo.
Per i collegamenti interdisciplinari il pessimismo leopardiano potrebbe essere esaminato in relazione a quello di filosofi quali Shopenauer, Kierkegaard e Sartre.
Un tema da esaminare in questa chiave sarebbe poi quello del “male oscuro”, la noia: il confronto avverrebbe tra la strenua inertia, il veternus di Orazio, la “noia” leopardiana, lo spleen baudeleriano, prendendo in esame anche altre forme di espressione artistica quali la pittura, attraverso il dipinto “L’urlo” di Munch o le canzoni contemporanee (Masini).

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