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Testi
poetici
Il sabato del
villaggio di Giacomo Leopardi La
canzone appartiene ai cosiddetti "grandi idilli" leopardiani,
cioè a quel gruppo di liriche successive alle Operette
Morali (1824-28), che segnano una pausa tra le due grandi stagioni
poetiche del recanatese. E' suddivisa in quattro strofe di endecasillabi
e settenari di diversa lunghezza e sviluppa il tema dell'attesa
del giorno festivo come raro momento di gioia per l'uomo grazie
al senso di speranza e di illusione connaturati a tale attesa.
Nella prima strofa viene rievocata una scena quotidiana recanatese
con le tipiche figure umane che la popolano: la ragazza che torna
dai campi con il fascio di erba....., la vecchietta che...., ecc.
Le due figure femminili rappresentano la speranza della giovinezza
e la memoria, inoltre la giovinezza si collega alla primavera
(rose e viole), cui si oppone il fascio d'erba, la realtà
quotidiana con le sue fatiche, come la tela di Silvia. Tutti sono
immersi nelle attività che precedono il giorno festivo,
rese piacevoli solo dal senso di attesa che le accompagna. Alla
descrizione evocativa del paesaggio segue la riflessione del poeta,
incentrata sulla brevità e sull'inevitabile esito dell'illusione
che, con l'arrivo della domenica, sarà sostituita dalla
tristezza e dalla noia che segnano la vita dell'uomo. L'appello
al "garzoncello scherzoso" conclude la canzone con l'invito
a godere dell'attesa del giorno di festa, cioè della giovinezza,
senza lamentarsi del fatto che l'età adulta tardi ad arrivare
perché probabilmente non rappresenterà quello che
egli si aspetta. Si tratta di un topos, quello dell'invito a godere
del tempo presente, che da Orazio passa al Rinascimento (si pensi
a lorenzo il Magnifico) e che viene rivisitato alla luce della
visione materialistica. L'esame del linguaggio è fondamentale
per la comprensione della poetica di Leopardi. La poesia deve
essere un piacere sia per chi la scrive sia per chi la legge.
La ricerca della felicità è connaturata all'uomo,
ma ottenerla non significa raggiungere un oggetto concreto, quanto
riuscire a percepire l'"indefinito". La poesia deve
basarsi quindi su un linguaggio indeterminato, vago, che disattenda
le attese del lettore e produca associazioni di idee. Deve insomma
distinguersi da quello della prosa, in aperta polemica con l'uso
del francese, tanto in voga ai suoi tempi, che tende a mescolare
poesia e prosa. Nella lirica egli ottiene ciò accostando
termini della lingua familiare, soprattutto aggettivi in coppie
binarie, e termini del linguaggio aulico, ad esempio latinismi
(crine, solea, face, speme). Molti gli esempi di lingua vaga e
indeterminata, a partire dal mazzolin di rose e viole, che avrebbe
poi suscitato la polemica affermazione di Pascoli, sostenitore
di un impiego scientificamente preciso della lingua, per il fatto
che le tue tipologie di fiore non fioriscono nella stessa stagione.
Anche il progressivo giungere della sera attraverso l'immagine
delle ombre che scendono giù crea un senso di vago, inoltre
l'uso del modo indefinito del gerundio (novellando, gridando,
saltando, fischiando) che assume valenza fonosimbolica evocando
la continuità del suono, simile a quella del tempo che
scorre via.. Il complemento di luogo "dalla campagna"
suscita l'impressione di una vastità spaziale indeterminata,
come pure lo sfondo su cui è collocata la vecchierella,
"incontro là dove si perde il giorno". Anche
i suoni provengono da lontano, probabilmente li ode dal chiuso
della sua stanza: la squilla, il lieto romore dei fanciulli, il
fischiare dello zappatore, il martello e la sega del legnaiuolo.
Lo stesso senso di familiare serenità è comunicato
dai vezzeggiativi, che uniti all'anafora e all'allitterazione
riproducono l'atmosfera di grazia e dolcezza delle cantilene o
filastrocche popolari, cui rimanda anche il rimo, allegro e rasserenante.
Particolarmente musicale il v. 45. In questa lirica il poeta preferisce
non parlare degli aspetti negativi della natura, infatti la lirica
culmina al v. 50 con la preterizione "altro dirti non vo'".
Non c'è dunque la separazione netta tra le due partii che
si nota solitamente nei grandi idilli, ma anche nella seconda
continua ad emergere il linguaggio del caro immaginar. La descrizione
non è realistica, piuttosto evocativa, e nei grandi idilli
diviene funzionale alla riflessione filosofica che segue: il microcosmo
del romanzo non fa altro che riflettere il funzionamento universale
delle leggi dell'esistenza. Ecco dunque che quella che Croce escludeva
come non poesia, cioè la riflessione filosofica, diviene
funzionale alla parte descrittiva, che potremo quasi definire
suo correlativo-oggettivo: utopia e disincanto convivono nella
poesia dei grandi idilli.
Nuclei tematici: similitudine del giorno= una fase della vita
dell'uomo, richiama il Cantico del gallo silvestre. La rimembranza,
che si ricollega alla poetica dell'indefinito. La noia (Orazio-Baudelaire).
Utilizzo didattico: la lirica andrebbe inserita in un modulo per
autore che preveda tre passaggi fondamentali: innanzitutto l’analisi
del rapporto uomo-natura, prima nella poesia dei piccoli idilli,
con la lettura dell’Infinito, per dimostrare la funzione
della poesia come piacere che viene dal suono delle parole e dal
loro potere evocativo (poetica dell’immaginazione o dell’indefinito);
poi nei grandi idilli come A Silvia, evidenziando l’emergere
della poetica dell’immaginazione come “rimembranza”
accanto alla poetica del vero. L’esame di tali liriche dovrà
porre in evidenza l’impiego originalissimo e moderno che
Leopardi fa delle forme classiche della lirica italiana, cioè
dell’idillio, invenzione personalissima del poeta mediando
tra idillio teocriteo, reimpiego latino e ripresa settecentesca,
ma soprattutto della canzone petrarchesca, non più simmetrica,
ma con libera distribuzione di settenari e endecasillabi e uso
altrettanto libero delle rime, cui vengono preferite rime interne,
assonanze, allitterazioni.; il secondo passaggio è quello
sulle leggi universali dell’esistenza nella lirica leopardiana,
che permetterebbe di parlare del passaggio da pessimismo storico
a pessimismo cosmico, del rapporto tra microcosmo e macrocosmo
attraverso la lettura di liriche quali La quiete dopo la tempesta
e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia; infine
un ultimo passaggio sarebbe dedicato alla fase finale della poesia
leopardiana con l’elaborazione di una nuova etica laica
e di una nuova forma poetica: qui andrebbero inserite liriche
come Il pensiero dominante, un’Operetta morale come Il dialogo
di Tristano e di un amico, e la lirica qui esaminata A se stesso,
da confrontare con l’Infinito per far emergere l’evoluzione
della forma poetica, sottolineando come la modernità del
recanatese non abbia lasciato indifferenti i poeti dell’avanguardia
del Novecento. Utile il richiamo alla poesia crepuscolare con
agganci e confronti a La signorina Felicita di Gozzano per l’aspetto
tematico, o al Povero poeta sentimentale di Corazzini e A Cesena
di Moretti per il modo spezzato di costruire il ritmo.
Per i collegamenti interdisciplinari il pessimismo leopardiano
potrebbe essere esaminato in relazione a quello di filosofi quali
Shopenauer, Kierkegaard e Sartre.
Un tema da esaminare in questa chiave sarebbe poi quello del “male
oscuro”, la noia: il confronto avverrebbe tra la strenua
inertia, il veternus di Orazio, la “noia” leopardiana,
lo spleen baudeleriano, prendendo in esame anche altre forme di
espressione artistica quali la pittura, attraverso il dipinto
“L’urlo” di Munch o le canzoni contemporanee
(Masini).
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