Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola



 

Testi in prosa

Rubé, di Antonio Giuseppe Borghese
La ragazza di Bube, di Carlo Cassola
Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino
Introduzione ai Promessi Sposi, di Alessandro Manzoni
La roba, di Giovanni Verga
Il treno ha fischiato, di Luigi Pirandello
il sentiero dei nidi di ragno

Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino

La prefazione all’edizione del 1964 del Sentiero dei nidi di ragno è sicuramente il testo che meglio fornisce dell’esperienza neorealista una definizione significativa e soddisfacente. Dice Calvino che il Neorealismo non fu una scuola, ma un fatto “esistenziale, fisiologico, collettivo” che avvicinò come mai prima di quel momento lo scrittore e la comunità, accomunati dal desiderio di raccontare le stesse storie. Per questi scrittori il problema non è stato quindi quello della materia, del contenuto, ma quello della forma, cioè del riuscire a trasferire sulla pagina lo spirito di quei momenti; mai, continua lo scrittore, vi furono formalisti più attenti di quei contenutisti che passavamo per essere, mai lirici più effusivi di quegli oggettivi che si credeva che fossimo. Per comprendere il Neorealismo bisogna partire da queste parole, al di là di quelli che furono poi gli esiti artistici, sicuramente non entusiasmanti, di una produzione che, come ha dichiarato Asor Rosa con affermazioni che suonano come una condanna definitiva, scivola spesso nel cronachismo, nel populismo, e nell’uso mimetico della lingua dialettale, tanto che M.L. Altieri Biagi parla di “calligrafismo alla rovescia”. Si potrebbe affermare che la semina fu abbondante, ma i frutti gradevoli e succosi scarseggiarono: uno di quei pochi è proprio il romanzo di Italo Calvino, pubblicato per la prima volta nel 1947 e successivamente ripreso in mano diverse volte dall’autore, che non si riconosceva più in quanto aveva scritto, per attenuare certi aspetti stilistici o per spiegare e capire, come nel caso della prefazione. Il tema è quello della Resistenza, un tema nel quale molti scrittori del Neorealismo hanno perso la battaglia ingaggiata con la scrittura, in quanto la rappresentazione di quel momento storico è scaduta fin da subito in oleografia mitizzante e, dunque, inutile e scadente dal punto di vista letterario. Ciò non avviene con Il sentiero dei nidi di ragno, come pure con i romanzi di Fenoglio o con I piccoli maestri di Meneghello, dove la retorica è bandita. Come riesce uno scrittore come Calvino, che pure aveva partecipato in prima persona alla lotta armata, riconoscendo il valore morale e politico dei partigiani, ad evitare il pericolo di incorrere in un’autocelebrazione? Ce lo dice lui stesso nella prefazione ammettendo che, per sfuggire al clima di strumentalizzazione politica cui il PCI stava assoggettando il fenomeno della Resistenza nel dopoguerra, scelse un punto di vista “basso” dal quale mostrare gli eventi: fu così che nacque Pin. Il protagonista del romanzo è un bambino, cresciuto sì in una famiglia disastrata, senza genitori e con una sorella prostituta, abituato sì a frequentare solo gli adulti e ad imitare i loro comportamenti a volte crudeli e incomprensibili, ma pur sempre un bambino. Un giorno, accettando la sfida di uno di quegli uomini “incomprensibili” con cui trascorre le giornate bevendo vino e fumando, ruba la pistola all’amante tedesco della sorella e la nasconde a ridosso di un fiume, in un luogo segreto dove “fanno il nido i ragni”; viene quindi arrestato ma fugge in maniera rocambolesca di prigione con un giovane partigiano. Inizia quindi la seconda parte del romanzo, quella che vede Pin accolto in una banda di partigiani di “seconda categoria”, costituita cioè da individui emarginati, logori e “pidocchiosi”, ma con quella forza interiore e quella moralità che spinse a combattere per la libertà anche persone non politicamente consapevoli delle idee dei partiti che li sostenevano. Persone che, nonostante i mille difetti con cui vengono descritte dal bambino, lasciano trasparire un grande bisogno di contatto umano, vuoi attraverso la relazione adulterina del Dritto e della Giglia, vuoi con l’immagine conclusiva del romanzo che rappresenta il partigiano chiamato il Cugino che stringe nella sua mano “di pane” quella del bambino. Proprio riferendosi alla rappresentazione stravolta dei partigiani Calvino parla di neoespressionismo e afferma che ciò che la letteratura italiana non era riuscita a fare nel primo dopoguerra, affiancando la contemporanea esperienza espressionistica europea, riuscì a realizzarlo in questo momento storico, quando la poesia poteva emergere solamente dai tratti esasperati e grotteschi dei personaggi. Ma il valore del romanzo non si limita a questo: innanzitutto la persona di Kim spiazza le attese del lettore che si trova di fronte un bambino con “una voce rauca da bambino vecchio”, che tracanna vino, inghiotte fumo, e assiste agli amplessi della sorella. Ma gli atteggiamenti spavaldi che lo caratterizzano vengono smentiti continuamente da una fragilità che fa tenerezza ogni volta che la solitudine fa emergere la sua vera età: ecco, dunque i pianti, gli incubi, il bisogno di una carezza e di una mano amica. Ma essere bambino significa anche poter vedere il mondo con gli occhi dell’ingenuità e della fantasia e poter vivere momenti anche drammatici, come quello in cui si trova a maneggiare la pistola o quello dell’arresto, con quella leggerezza avventurosa che solo i bambini sono in grado di mettere in atto. In questi momenti è il romanzesco puro a prendere il sopravvento e non a caso Pavese fu il primo a notare la propensione favolistica di Calvino: anche lo scrittore piemontese aveva creato in Anguilla un orfano, e aveva forse omaggiato lo stesso Calvino inserendo nel suo romanzo La luna e i falò riferimenti al romanzesco puro. D’altra parte anche Il sentiero dei nidi di ragno contiene un omaggio al romanzo d’avventure, se nel comporlo Calvino s’ispirava a Hemingway, ma nel contempo all’Isola del tesoro di Stevenson. Anche la visione della Resistenza è subordinata all’età anagrafica del protagonista e ci appare attraverso i suoi occhi che sono quelli della fantasia e del sogno: ecco allora che i termini politici, come “gap” o “troskista” si caricano di un alone misterioso e suggestivo, come pure i comportamenti degli uomini che pensano solo alle armi e ad intrecciarsi con le donne tra i rododendri. L’età adolescenziale dei protagonisti assume, secondo quanto afferma R. Luperini un ruolo preponderante nella narrativa italiana del Novecento, sia quando siamo di fronte a personaggi adulti ma non cresciuti internamente come Rubè di Borgese o Alfonso Nitti di Svevo, sia quando si parla di ragazzini nel senso vero del termine, come nel caso di Agostino di Moravia: il punto di vista adolescenziale non solo è “basso”, come nel caso di Pin, ma è soprattutto “estraniato” e riflette di conseguenza il disagio dello scrittore del Novecento di fronte alla società che non offre più valori o punti di riferimento, al di là della guerra. Dietro Pin si nasconde lo stesso Calvino che nella prefazione ammette di aver connotato il protagonista con il carattere dell’isolamento per riflettere il senso di estraneità vissuto da lui borghese durante l’esperienza partigiana, e con il carattere della spregiudicatezza e della soddisfazione nel sentirsi vicino al mondo della malavita per evidenziare il modo intellettuale di essere sempre “all’altezza della situazione, di non meravigliarsi, di difendersi dalle emozioni...” La descrizione dello spazio è fondamentale: si assiste allo spostamento tra la città, simbolo di degrado e di violenza e la campagna e il bosco, che rappresentano il mondo della fantasia, del sogno, dove anche una pistola può rappresentare un momento di tenerezza, può acquisire altri valori oltre quello della violenza. Lo studio del rapporto tra personaggio e spazio molto ci dice sul personaggio stesso: Lotman ne La struttura del testo poetico sostiene, infatti, che la rappresentazione dello spazio esprime la visione del mondo ed è sempre diviso in almeno due campi; l’eroe è colui che passa la frontiera tra questi due campi. Per quanto concerne lo stile bisogna sottolinare l’impiego di similitudini che rendono bene la fantasia immaginativa del bambino, impiego di espressioni gergali che poi lo scrittore rigetterà, nello stesso tempo lingua estremamente precisa e concreta, che riesce a dare emozione. Il narratore è esterno ma il punto di vista è quello del bambino (“è una mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane”; “E’ un omino col giubbotto da marinaio e con un cappuccio di pelo di coniglio sul cranio calvo; Pin pensa che sia uno gnomo che abita in quella casetta in mezzo al bosco”); tuttavia, a volte lo stile si innalza e diviene quasi poetico, come nella descrizione metaforica di uno dei momenti in cui Pin scoppia a piangere: “ma il pianto già lo raggiunge, e annuvola le pupille e inzuppa le vele delle palpebre; prima pioviggina silenzioso, poi scroscia dirotto con un martellare di singhiozzi su per la gola”. Tra la posizione del narratore e il punto di vista di Pin si crea uno scarto che emerge non solo dalla diversa qualità stilistica della scrittura, ma anche dai momenti in cui la visione di Pin delle cose e degli eventi che lo circondano nasconde stimoli per il lettore, chiamato a individuare la cruda realtà dietro la visione fantastica del bambino. Sono momenti di grande suggestione, più di quelli in cui il narratore, e con esso l’autore implicito, emerge chiaramente con il tentativo di dare una motivazione ideologica e politica all'azione dei partigiani. Calvino afferma di aver pensato, su consiglio dei primi lettori, di eliminare il capitolo in cui parla l’intellettuale Kim, ma di aver poi cambiato idea e di aver lasciato il testo così come era nato.
Utilizzo didattico: modulo storico-culturale sulla visione della Resistenza nella letteratura e nella memorialistica. Qui va fatto tutto il discorso sul Revisionismo, con gli opportuni riferimenti a Pavone, ad Amendola, al dibattito politico-cultuarale del secondo dopoguerra: il Politecnico di Vittorini, la funzione delle riviste (Comunità), i saggi di Bobbio, la funzione dei Gramsci.
L’impiego didattico potrebbe andare anche in direzione di un discorso sul rapporto tra lingua e dialetto nella lett. italiana esaminando gli scrittori che utilizzano il dialetto a scopi espressivi (individuati da Contini, dalla scapigliatura piemontese, Dossi e Faldella; massima manifestazione in Gadda) quelli a scopo mimetico (Nievo, Verga; Pasolini; Pavese). Dibattito politico-culturale sulla lingua nel dopoguerra con Don Milani, Pasolini (Segre), Calvino, etc.

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