Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

L'impero romano da Ulisse di Alberto Angela 2002

1^ parte
La società
Gli acquedotti
Le strade,

Bibliografia ragionata

Spettacoli - panem et circenses

Tra le grandi passioni dei Romani c’erano le gare dei cavalli e le corse delle bighe e tutto avveniva all’interno dei circhi, ad esempio il Circo Massimo, che misurava 600m x 200m e poteva contenere fino a 385.000 persone. Ancora oggi si discute sul suo vero aspetto, ma doveva essere completamente ricoperto di marmi e travertini. Ad ogni gara di corse di carri prendevano parte quattro squadre, ognuna rappresentata da un colore. Bighe (2 cavalli) e quadrighe (4 cavalli), prima di lanciarsi nella gara, sfilavano in parata. Gli aurighi erano quasi sempre schiavi e indossavano una tunica corta, gambali e parastinchi, coperture comunque insufficienti per una gara che prevedeva ogni sorta di colpi bassi. Erano sette i giri di pista da compiere, che venivano annotati tramite uova o delfini mobili. Intanto sugli spalti il pubblico parteggiava, scommetteva, mangiava. Al vincitore veniva data una cospicua somma di denaro, un trofeo (corona) e un ramo di palma. I migliori aurighi riuscivano ad accaparrarsi ingaggi principeschi, legandosi ad una fazione. Ben pochi uomini, tuttavia, ottennero fama e ricchezza sfidandosi sulle arene degli anfiteatri. Migliaia morirono in combattimenti che oggi considereremmo troppo cruenti. Nella capitale dell’impero fu costruito il più imponente e crudele palcoscenico del mondo antico: il Colosseo.
Era bianchissimo, coperto di travertino; aveva quattro ordini di arcate, nei primi tre dei quali comparivano 80 enormi arcate con gigantesche statue. Era ellittico, non circolare, per contenere più spettatori. Quello di oggi è solo lo scheletro di un anfiteatro che, nelle pareti interne, era ricoperto di lastre di marmo bianco. Fu costruito in 10 anni con 100.000 tonnellate di travertino e 300 di ferro. Lo innalzarono fabbricando quello che sapevano fare meglio: l’arco, le cui forze si scaricavano perfettamente a terra. La pendenza delle gradinate era di 37 gradi: ciò garantiva un’ottima visuale. I posti rispecchiavano la categoria sociale: in alto il popolino con un settore separato per le donne; più si scendeva, più saliva il grado nella gerarchia sociale. In prima fila: senatori, vestali, magistrati, sacerdoti. In cima erano collocati 240 pali per sorreggere il velario, un enorme telo che proteggeva gli spettatori dal sole. Per manovrarlo erano necessari 100 marinai della flotta imperiale.
Lo spettacolo aveva un programma preciso: al mattino le belve, attraverso le quali si assisteva a cacce (venationes), lotte fra animali (elefanti/tori). C’erano anche acrobati che saltavano sugli animali senza farsi azzannare. Un mito da sfatare riguarda i cristiani: qui al Colosseo non vennero mai trucidati. Furono uccisi in massa o in altre epoche o in altri anfiteatri. Come tutti i teatri anche il Colosseo aveva delle quinte, solo che invece di averle ai lati, le aveva sotto ed è da qui che comparivano gli effetti speciali: sotto la sabbia erano collocati due piani sotterranei. Uno degli effetti più apprezzati era la comparsa di belve o gladiatori che salivano tramite ascensori o montacarichi composti di un contrappeso che li faceva salire molto velocemente: si vedono ancora molto bene i binari di risalita. A mezzogiorno comparivano i gladiatori. C’erano dei campioni con tanto di fans. Essi giungevano al Colosseo tramite un tunnel sotterraneo, collegato con la caserma in cui si allenavano (Ludus Magnus). Vivevano in piccole celle e avevano un addestramento durissimo. Erano schiavi, prigionieri di guerra, condannati a morte, spiantati in cerca di fama e soldi. Esistevano 12 tipi di gladiatori: alcuni combattevano a piedi o a cavallo o sui carri. Di solito combattevano a coppie: Reziario (munito di rete e tridente) contro Secutor dall’elmo smussato; Trace (il cui elmo era decorato con un ippogrifo) contro Murmillo o Oplomaco, i cui elmi, pesanti e con scarsa visibilità, erano ornati a bassorilievi con piume e penne. Gli sconfitti venivano portati via attraverso la porta dei morti da alcuni inservienti travestiti da Caronte, muniti di uno stiletto per dare il colpo di grazia. Il sangue dei gladiatori era molto ricercato: si credeva che curasse dall’epilessia e si raccomandava ai malati di berlo o strofinarlo sul corpo. Molti si arricchivano con questo macabro commercio. Il Colosseo cadde in disuso nel VI d.C.: l’impero romano era tramontato e la città svuotata. Nei secoli l’anfiteatro ospitò artigiani, bottegai, ospedali, cimiteri, confraternite, eremiti. I papi lo usarono come cava di marmo per costruire i palazzi Romani e S. Pietro.
In epoca romana gli animali non erano di allevamento, ma venivano presi in natura. Gli animali avevano fatto una lunga strada, avevano attraversato mari e percorso centinaia di km, per andare a morire di fronte all’imperatore e a migliaia di cittadini entusiasti. Dall’Asia interna (Ircania) e dall’India veniva la tigre; trasportata via mare in gabbie lungo rotte che sfruttavano i monsoni per vie carovaniere, fino ai porti del Mediterraneo e poi a Roma. Dalla Cilicia e dalla Caria (Asia Minore) veniva la pantera, già rara nel 50 a.C. Ma era soprattutto l’Africa a privarsi dei suoi animali, per rifornire i giochi nell’arena: elefanti e rinoceronti, antilopi, struzzi, leoni e gazzelle, giraffe, coccodrilli, ippopotami, iene, sciacalli. Di questi, solo pochi finivano nello zoo dell’imperatore. Gli altri venivano crudelmente uccisi nell’arena. Qui le belve affrontavano i bestiari, uomini specializzati nel combattimento con gli animali, oppure lottavano tra loro (venationes). A volte animali della savana si trovavano davanti animali del Nord Europa: alci, uri (tori selvatici), renne, cervi. Per non parlare dei lupi europei che popolavano le foreste della Gallia e dell’Italia. Il mercato degli animali divenne un’industria fiorente. Nel IV d.C. un esemplare di orso poteva costare l’equivalente di 1000€; un leopardo 4000€; un leone 6000€, mentre lo stipendio mensile di un maestro era 25 volte inferiore (240€). I mercanti arrivarono ad accumulare ingenti ricchezze, in parte giustificate dai rischi di trasporto.
I Romani catturavano un numero elevatissimo di animali, più di quanto si riproducessero in natura. Molte specie si sono completamente estinte da alcune aree. Eppure dell’impatto ambientale romano se ne parla molto poco. Pompeo uccise 500 leoni in 5 giorni; Cesare 400 in un giorno solo (46 a.C.); Augusto organizzava spettacoli grandiosi in cui venivano massacrate anche 3500 belve africane; Traiano, nel 107 d.C., dopo il trionfo sui Daci, fece esibire 10.000 gladiatori e 11.000 belve (questo rimase un record). Anche le province avevano i loro anfiteatri costruiti dai Romani. I notabili del luogo acquistavano prestigio e l’impero popolarità. Anche le specie vegetali subirono le conseguenze dell’incontrollato uso delle risorse naturali da parte dei Romani. Il silfio, pianta della Cirenaica, che veniva utilizzata in cucina ed in medicina, si estinse completamente nel V d.C. a seguito dell’uso smodato, che fecero i Romani del suo succo. Ma il cambiamento più significativo che i Romani impressero alla natura di allora fu la scomparsa di centinaia di ettari di bosco, conseguenza di una sistematica deforestazione. Il taglio degli alberi era dovuto non tanto agli usi comuni del legname (costruzione di case, navi, mobilio), ma al riscaldamento delle terme. Le terme di Caracalla, ad esempio, consumavano 10 tonnellate di legna al giorno per la produzione di aria calda fino a 60°C. I depositi sotterranei contenevano 2000 tonnellate di legna sufficienti per 7 mesi. Ed era solo uno degli 11 complessi termali, a cui vanno aggiunti 800 complessi balneari. Navi con carico di legname solcavano senza sosta il Mediterraneo: un immenso patrimonio boschivo sacrificato per il benessere dei cittadini dell’impero. Ma a quel tempo nessuno se ne preoccupava. La natura era vista come qualcosa di vasto, di inesauribile.

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