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Articoli
sull'11 settembre
Mercoledì
12 Settembre 2001
Quando la storia
si presenta come un film di Alessandro Baricco (Repubblica)
E tutti ci ricorderemo dove eravamo in quel momento.
Seduti in macchina a cercar parcheggio, con la testa tra i surgelati
a cercar la paella, davanti al computer a cercare la frase giusta.
Poi uno squillo di telefonino, e l'amico, il parente, il collega
che ti staccano una storia inverosimile di aerei e grattacieli,
ma va' via, dai, lasciami perdere che oggi è già
una giornata difficile, ma lui non ride e dice: ti giuro che è
vero. Ricorderemo l'istante passato a cercare in quella voce una
qualunque sfumatura di ironia, senza trovarla. Ti giuro che è
vero. E non dimenticheremo la prima persona a cui abbiamo telefonato,
subito dopo, e nemmeno quel pensiero - immediato, sciocco ma incredibilmente
reale - "Dov'è mio figlio?", i miei figli, la
mamma, la fidanzata, domanda inutile, perfino comica, lo capisci
subito dopo, ma intanto è scattata - la Storia siamo noi,
è solo un verso di una canzone di De Gregori, ma adesso
ho capito cosa voleva dire - risvegliarsi con la Storia addosso.
Che vertigine.
Neanche sappiamo esattamente cosa è successo. Ma certo
la sensazione è precisa: molte cose non saranno mai più
come prima. E molte cose non saranno più, tout court. Invidio
l'intelligenza e la lucidità di chi è capace, qui
e adesso, di capire quali e di dircelo. Aspetto fiducioso. E intanto
non riesco a non ripensare alla frasetta che tutti pronunciano,
ossessivamente, senza paura di essere banali: è come un
film. E' ovvia, eppure tutti la ripetono, e ci deve essere qualcosa
lì dentro che vogliamo dire ma non riusciamo a capire,
qualcosa che abbiamo in mente, e che è importante, ma che
tuttavia non riusciamo a tirar fuori. Me la rigiro nella testa,
la frasetta, e arrivo a capire che c'è qualcosa, in quello
che vedo alla televisione, che non quadra, e non sono i morti,
la ferocia, la paura, è ancora qualcosa d'altro, qualcosa
di più sottile, e mentre vedo per l'ennesima volta quell'aereo
che vira e centra il totem sberluccicante nella luce del mattino,
capisco quello che mi sembra, davvero, incredibile, e anche se
mi sembra atroce dirlo, provo a dirlo: è tutto troppo bello.
C'è un'ipertrofia irragionevole di esattezza simbolica,
di purezza del gesto, di spettacolarità, di immaginazione.
Nei diciotto minuti che separano i due aerei, nello sgranarsi
degli altri veri e falsi attentati, nella invisibilità
del nemico, nell'immagine di un Presidente che se ne parte da
una scuoletta della Florida per andare a rifugiarsi nel cielo,
in tutto questo c'è troppa maestria drammaturgica, c'è
troppo Hollywood, c'è troppa fiction. La Storia non era
mai stata così. Il mondo non ha tempo di essere così.
La realtà non va a capo, non concorda i verbi, non scrive
belle frasi. Noi lo facciamo, quando raccontiamo il mondo. Ma
il mondo, di suo, è sgrammaticato, sporco, e la punteggiatura
la mette che è uno schifo. E allora perché la storia
che vedo accadere in quel televisore è così perfetta?
Perché è già perfetta prima che la raccontino,
nello stesso istante in cui accade, senza l'aiuto di nessuno?
Allora mi sembra di capire qualcosa di quella frasetta ripetuta
ossessivamente, è come un film. La ripetiamo perché
lì dentro stiamo cercando di pronunciare una paura ben
precisa, una paura inedita, mai avuta prima: non è il semplice
stupore di vedere la finzione diventare realtà: è
il terrore di vedere la realtà più seria che ci
sia accadere nei modi della finzione. Ti immagini l'uomo che ha
pensato tutto quello e puoi forse sopportare la ferocia di quello
che ha pensato, ma non puoi sopportare l'esattezza estetica con
cui l'ha pensato: come l'ha fatto è spaventoso almeno quanto
quello che ha fatto. Ne siamo terrorizzati perché è
come se qualcuno, improvvisamente e in modo così spettacolare,
ci avesse portato via la realtà: è come se ci informasse
che non ci sono più due cose, la realtà e la finzione,
ma una, la realtà, che ormai può accadere soltanto
nei modi dell'altra, la finzione: e non solo per scherzo, nelle
trasmissioni televisive in cui veri uomini diventano falsi per
far finta di essere veri, ma anche nelle curve più reali,
atroci, clamorose e solenni dell'accadere. Sembrava un gioco:
adesso non lo è più.
Non so. Chi sa mi spiegherà cos'è successo l'11
settembre 2001, e cosa è cambiato per sempre, ieri. Io
sto giusto pensando che, tra le altre cose, è anche successo
che è andato in corto circuito il raffinato meccanismo
con cui la nostra civiltà da tempo scherzava col fuoco
e drogava la realtà spingendola verso le performences che
sarebbero solo a portata della finzione. Credevamo di poter mantenere
un sufficiente dominio su quel giochetto. Ma qualcuno, da qualche
parte, ha perso il controllo. A nome di tutti. Adesso è
facile chiamarlo pazzo, ma è evidente che è pazzo
di una pazzia assai diffusa in famiglia. L'abbiamo coltivata allegramente:
adesso eccoci qui, con il televisore davanti che ci srotola quella
storia smerigliata e perfetta, eccoci qui, col vago sospetto di
essere lo show del sabato sera di qualcuno. Qui a guardarci intorno
impauriti, giusto per verificare che tutto questo è vita,
magari morte, ma non un film.
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