Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola



 

Testi poetici

La vita fugge e non s'arresta un'ora, di Francesco Petrarca
Dei Sepolcri, di Ugo Foscolo (in collegamento: schema riassunto del testo)
A se stesso, di Giacomo Leopardi
Il sabato del villaggio, di Giacomo Leopardi
canzoniere

La vita fugge e non s'arresta un'ora di Francesco Petrarca

Il sonetto sviluppa il tema del contrasto tra l'inesorabile trascorrere del tempo e l'attaccamento alle passioni terrene e materiali di cui quello attesta la precarietà. Il poeta, rendendosi conto che la morte si avvicina e che il dissidio interiore che lo ha sempre tormentato non si allevia, si spinge a desiderare il suicidio per liberarsene, ma sa bene che tale gesto estremo non è consentito ai cristiani. Ripensa quindi ai momenti di gioia della vita e comprende che il tormento interiore non lo abbandonerà, al contrario, morta ormai Laura, neppure la ragione o la forza morale lo sostengono più. Nel primo verso il verbo fugge, posto in evidenza dall'accento di quarta dell'endecasillabo a minore e dalla cesura, che coincide con la pausa sintattica, viene ampliato dal successivo non s'arresta e l'effetto di continuità, dello scorrere inesorabile del tempo, viene reso attraverso le tre sinalefi. Ai due poli del verso, vita ed hora in posizione chiastica, indicano il tempo come totalità e come sua frazione, travolti dallo stesso fluire. Al v. 2 l'immagine della morte, in opposizione verticale a quella della vita del verso precedente, si impone con la stessa idea di velocità attraverso il verbo "vien dietro", come ad incalzare l'io lirico, che si sente oppresso dalla consapevolezza di non aver risolto il suo dissidio interiore. Domina a livello fonologico l'allitterazione della liquida rotata che, presente in quasi tutti i termini, confluisce nel termine guerra del verso 4, ancora in evidenza grazie all'accento principale di quarta e alla cesura coincidente con la pausa sintattica: l'effetto è quello di comunicare il senso di sofferenza con cui il poeta vive il fluire del tempo. Il polisindeto contribuisce a rendere l'effetto del contrasto interiore che sta vivendo l'io lirico a causa della consapevolezza che, proprio nel momento in cui la morte si avvicina, egli si sente profondamente legato all'esperienza terrena e non riesce a guardare con distacco alla sua vita, ma presente, passato e futuro si accavallano generando in lui tensione e angoscia. Il ritmo continua serrato anche nella seconda quartina, in cui torna il polisindeto a riproporre il contrasto e la tensione interiore che lo spingono a desiderare il suicidio. La struttura sintattica è fondata sulla paratassi, che rende perfettamente l'affastellarsi e il fluire delle cose verso la morte. Nella prima terzina emerge il confronto drammatico tra passato, alla vana ricerca di un momento di gioia, e futuro, che non lascia speranze di miglioramento; nell'ultima strofa domina, infine, l'allegoria della nave in tempesta che rappresenta la vita del poeta che, giunta al suo termine, non solo non ha risolto il dissidio interiore che l'ha sempre contrassegnata, ma, priva della luce della defunta Laura, non ha più né la guida della ragione né quella della forza morale. Il conflitto vissuto internamente nelle due quartine, in cui passato, presente e futuro si inseriscono in un drammatico moto altalenante, viene esternato nell'immagine allegorica che ben rappresenta la desolata rassegnazione dell'io lirico. Particolarmente significativa l'immagine dei lumi, gli occhi della donna amata, anticipata dal veggio anaforico e continuata dal mirar del verso conclusivo. La percezione sensoriale è, infatti, centrale nella lirica di Petrarca, che si ricollega in questo modo alla poesaia dello Stilnovo, con la consapevolezza però di quanto essa sia fallace, perché induce l'uomo a ad aggrapparsi ingannevolmente all'esperienza materiale. E' importante per un autore come Petrarca, modello classico per eccellenza di tutta la nostra tradizione letteraria, sottolineare i legami con autori precedenti o successivi; per il tema della memoria andrà evidenziato il legame con l'Infinito di Leopardi, che emerge soprattutto a livello lessicale: il rimembrare, or quinci or quindi, ecc. Inoltre in entrambi i poeti troviamo quella straordinaria cifra stilistica che scaturisce dal riuscire ad accostare sapientemente termini semplici, familiari e quotidiani (dolce, tristo, stanco) a termini aulici e colti come i latinismi. Per quanto riguarda poi il motivo del fluire inarrestabile della vita si potrebbe attuare un confronto con Orazio, mettendo in luce come il poeta del carpe diem lo viva con un atteggiamento di serenità e distacco che non è possibile intravedere in Petrarca. Infine, il topos dell'allegoria della nave in tempesta, comporterà il riferimento ad Alceo, Dante, Leopardi e all'Ulisse di Saba. Questa lirica si presta bene anche ad una riflessione sulla modernità di questo poeta: è infatti la testimonianza di una crisi e di un disagio che il Petrarca ha in comune sia con l'uomo classico e medievale, sia soprattutto con l'uomo moderno e contemporaneo che vive le sue stesse angosce, incertezze e aspirazioni. Per conoscer più a fondo l'uomo, si potrebbe invitare gli studenti alla lettura della Vita del Petrarca di Wilkins, in cui la vita del poeta è ricostruita attraverso le sue lettere.
Utilizzo didattico: inserimento nel modulo “IL MITO DELLA LETTURA DA PETRARCA AL RINASCIMENTO”
L'epistolario di Petrarca: I libri sono per Petrarca una vera passione ed hanno la meglio sui moniti, rivolti a lui e a Boccaccio, da un predicatore perché se ne distacchino per dedicarsi solo alla vita spirituale. L'amore per la lettura ha la meglio sulle previsioni infernali e Petrarca scrive all'amico per rasserenarlo, per esortarlo a non abbandonare il conforto delle lettere: l'avidità per i libri è un peccato a cui non si rinuncia. Il mito della lettura si intreccia col mito dell'amicizia: prima di incontrarsi di persona i due si erano scritti e per Petrarca era come aver visto, prima del corpo del suo amico, la sua anima ì, perché secondo lui il testo rende visibile ciò che si nasconde nell'interiorità. La lettura diventa allora un incontro fra persone, perché le parole che si leggono permettono di evocare l'altro, di vedere con gli occhi della mente i lineamenti della sua anima Ma l'idea della lettura come incontro personale, come dialogo o come scontro, non conosce limiti di spazio e di tempo. Così Petrarca tratta gli antichi scrittori come suoi contemporanei, e se è il caso discute, e litiga con loro; così scrive a Cicerone per rimproverargli il tono eccessivamente lamentoso delle sue lettere e così scrive a Virgilio, a Seneca, a Varrone. E gli autori latini sono lì, idealmente presenti nella sua stanza, proprio come gli amici cui dedica le sue lettere. Egli vuole dai suoi lettori una dedizione totale e il tempo della lettura deve essere integralmente libero: la magia della lettura ha dunque leggi sue proprie: richide una specifica fatica, che corrisponde a quella dello scrittore, e la compensa; richide nello stesso tempo libertà e disponibilità mentale: il piacere della lettura non si può comprare, e neppure i papi e i re possono trovare scorciatoie. La lettera di Machiavelli a Francesco Vettori: si parla con molta autoironia delle occupazioni campagnole di M., che litiga con il vetturino e gioca a carte all'osteria. Il momento della lettura serale è descritto come un rito, che introduce in un mondo altro. Il rituale magico della lettura, la sua forza di incantamento, i piaceri che essa dà, sono descritti con forza straordinaria. Nel chiuso del suo studio M. Compie una vera evocazione: gli autori antichi sono presenti, vivi, parlano e discutono con lui, e da questo dialogo, egli dice, nasce il Principe. E intanto l'angoscia, la noia, il timore della morte sono esorcizzati per un momento dal cerchio magico che la lettura crea. Un patto vitale lega dunque lo scrittore e il lettore. Al Rinascimento giunge, sempre da Petrarca, il topos del testo come specchio dell'anima (catalogato da Curtius): puntare al rapporto diretto tra anima e testo, fra persona e parola è insieme una mistificazione e una scommessa di autenticità: lo sapeva bene Erasmo da Rotterdam: parlando della diffusa tendenza di alcuni letterati italiani ad imitare lo stile di Cicerone egli afferma che imitare anche un grande scrittore fino a diventarne schiavi vuol dire rinnegare se stessi. La stessa natura si ribella a ciò perché essa vuole che il testo sia lo specchio dell'animo; e proprio quello che più piace al lettore è il conoscere dallo stile gli affetti, l'indole il talento dell'autore; da qui nascono gusti tanto diversi di fronte a scrittori di libri più diversi. Se lo scrittore dunque si maschera troppo, viene meno il meccanismo vitale della lettura, si appanna quello specchio che permette non solo di vedere l'autore, ma anche di vedere noi stessi, di riconoscere, attraverso le parole e le immagini dell'altro, qualcosa del nostro animo. E dunque vero che non bisogna confondere autore e narratore, o autore ed io-lirico, come vuole lo strutturalismo, ma è anche vero, ce lo insegna un autore come Petrarca, che la presenza quasi fisica dell'autore è indispensabile al compimento del rito della lettura, se leggere vuol dire incontrarsi con l'autore.

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