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Testi
poetici
La
vita fugge e non s'arresta un'ora di Francesco Petrarca
Il sonetto sviluppa il tema del contrasto tra l'inesorabile
trascorrere del tempo e l'attaccamento alle passioni terrene e
materiali di cui quello attesta la precarietà. Il poeta,
rendendosi conto che la morte si avvicina e che il dissidio interiore
che lo ha sempre tormentato non si allevia, si spinge a desiderare
il suicidio per liberarsene, ma sa bene che tale gesto estremo
non è consentito ai cristiani. Ripensa quindi ai momenti
di gioia della vita e comprende che il tormento interiore non
lo abbandonerà, al contrario, morta ormai Laura, neppure
la ragione o la forza morale lo sostengono più. Nel primo
verso il verbo fugge, posto in evidenza dall'accento di quarta
dell'endecasillabo a minore e dalla cesura, che coincide con la
pausa sintattica, viene ampliato dal successivo non s'arresta
e l'effetto di continuità, dello scorrere inesorabile del
tempo, viene reso attraverso le tre sinalefi. Ai due poli del
verso, vita ed hora in posizione chiastica, indicano il tempo
come totalità e come sua frazione, travolti dallo stesso
fluire. Al v. 2 l'immagine della morte, in opposizione verticale
a quella della vita del verso precedente, si impone con la stessa
idea di velocità attraverso il verbo "vien dietro",
come ad incalzare l'io lirico, che si sente oppresso dalla consapevolezza
di non aver risolto il suo dissidio interiore. Domina a livello
fonologico l'allitterazione della liquida rotata che, presente
in quasi tutti i termini, confluisce nel termine guerra del verso
4, ancora in evidenza grazie all'accento principale di quarta
e alla cesura coincidente con la pausa sintattica: l'effetto è
quello di comunicare il senso di sofferenza con cui il poeta vive
il fluire del tempo. Il polisindeto contribuisce a rendere l'effetto
del contrasto interiore che sta vivendo l'io lirico a causa della
consapevolezza che, proprio nel momento in cui la morte si avvicina,
egli si sente profondamente legato all'esperienza terrena e non
riesce a guardare con distacco alla sua vita, ma presente, passato
e futuro si accavallano generando in lui tensione e angoscia.
Il ritmo continua serrato anche nella seconda quartina, in cui
torna il polisindeto a riproporre il contrasto e la tensione interiore
che lo spingono a desiderare il suicidio. La struttura sintattica
è fondata sulla paratassi, che rende perfettamente l'affastellarsi
e il fluire delle cose verso la morte. Nella prima terzina emerge
il confronto drammatico tra passato, alla vana ricerca di un momento
di gioia, e futuro, che non lascia speranze di miglioramento;
nell'ultima strofa domina, infine, l'allegoria della nave in tempesta
che rappresenta la vita del poeta che, giunta al suo termine,
non solo non ha risolto il dissidio interiore che l'ha sempre
contrassegnata, ma, priva della luce della defunta Laura, non
ha più né la guida della ragione né quella
della forza morale. Il conflitto vissuto internamente nelle due
quartine, in cui passato, presente e futuro si inseriscono in
un drammatico moto altalenante, viene esternato nell'immagine
allegorica che ben rappresenta la desolata rassegnazione dell'io
lirico. Particolarmente significativa l'immagine dei lumi, gli
occhi della donna amata, anticipata dal veggio anaforico e continuata
dal mirar del verso conclusivo. La percezione sensoriale è,
infatti, centrale nella lirica di Petrarca, che si ricollega in
questo modo alla poesaia dello Stilnovo, con la consapevolezza
però di quanto essa sia fallace, perché induce l'uomo
a ad aggrapparsi ingannevolmente all'esperienza materiale. E'
importante per un autore come Petrarca, modello classico per eccellenza
di tutta la nostra tradizione letteraria, sottolineare i legami
con autori precedenti o successivi; per il tema della memoria
andrà evidenziato il legame con l'Infinito di Leopardi,
che emerge soprattutto a livello lessicale: il rimembrare, or
quinci or quindi, ecc. Inoltre in entrambi i poeti troviamo quella
straordinaria cifra stilistica che scaturisce dal riuscire ad
accostare sapientemente termini semplici, familiari e quotidiani
(dolce, tristo, stanco) a termini aulici e colti come i latinismi.
Per quanto riguarda poi il motivo del fluire inarrestabile della
vita si potrebbe attuare un confronto con Orazio, mettendo in
luce come il poeta del carpe diem lo viva con un atteggiamento
di serenità e distacco che non è possibile intravedere
in Petrarca. Infine, il topos dell'allegoria della nave in tempesta,
comporterà il riferimento ad Alceo, Dante, Leopardi e all'Ulisse
di Saba. Questa lirica si presta bene anche ad una riflessione
sulla modernità di questo poeta: è infatti la testimonianza
di una crisi e di un disagio che il Petrarca ha in comune sia
con l'uomo classico e medievale, sia soprattutto con l'uomo moderno
e contemporaneo che vive le sue stesse angosce, incertezze e aspirazioni.
Per conoscer più a fondo l'uomo, si potrebbe invitare gli
studenti alla lettura della Vita del Petrarca di Wilkins, in cui
la vita del poeta è ricostruita attraverso le sue lettere.
Utilizzo didattico: inserimento nel modulo “IL MITO DELLA
LETTURA DA PETRARCA AL RINASCIMENTO”
L'epistolario di Petrarca: I libri sono per Petrarca una vera
passione ed hanno la meglio sui moniti, rivolti a lui e a Boccaccio,
da un predicatore perché se ne distacchino per dedicarsi
solo alla vita spirituale. L'amore per la lettura ha la meglio
sulle previsioni infernali e Petrarca scrive all'amico per rasserenarlo,
per esortarlo a non abbandonare il conforto delle lettere: l'avidità
per i libri è un peccato a cui non si rinuncia. Il mito
della lettura si intreccia col mito dell'amicizia: prima di incontrarsi
di persona i due si erano scritti e per Petrarca era come aver
visto, prima del corpo del suo amico, la sua anima ì, perché
secondo lui il testo rende visibile ciò che si nasconde
nell'interiorità. La lettura diventa allora un incontro
fra persone, perché le parole che si leggono permettono
di evocare l'altro, di vedere con gli occhi della mente i lineamenti
della sua anima Ma l'idea della lettura come incontro personale,
come dialogo o come scontro, non conosce limiti di spazio e di
tempo. Così Petrarca tratta gli antichi scrittori come
suoi contemporanei, e se è il caso discute, e litiga con
loro; così scrive a Cicerone per rimproverargli il tono
eccessivamente lamentoso delle sue lettere e così scrive
a Virgilio, a Seneca, a Varrone. E gli autori latini sono lì,
idealmente presenti nella sua stanza, proprio come gli amici cui
dedica le sue lettere. Egli vuole dai suoi lettori una dedizione
totale e il tempo della lettura deve essere integralmente libero:
la magia della lettura ha dunque leggi sue proprie: richide una
specifica fatica, che corrisponde a quella dello scrittore, e
la compensa; richide nello stesso tempo libertà e disponibilità
mentale: il piacere della lettura non si può comprare,
e neppure i papi e i re possono trovare scorciatoie. La lettera
di Machiavelli a Francesco Vettori: si parla con molta autoironia
delle occupazioni campagnole di M., che litiga con il vetturino
e gioca a carte all'osteria. Il momento della lettura serale è
descritto come un rito, che introduce in un mondo altro. Il rituale
magico della lettura, la sua forza di incantamento, i piaceri
che essa dà, sono descritti con forza straordinaria. Nel
chiuso del suo studio M. Compie una vera evocazione: gli autori
antichi sono presenti, vivi, parlano e discutono con lui, e da
questo dialogo, egli dice, nasce il Principe. E intanto l'angoscia,
la noia, il timore della morte sono esorcizzati per un momento
dal cerchio magico che la lettura crea. Un patto vitale lega dunque
lo scrittore e il lettore. Al Rinascimento giunge, sempre da Petrarca,
il topos del testo come specchio dell'anima (catalogato da Curtius):
puntare al rapporto diretto tra anima e testo, fra persona e parola
è insieme una mistificazione e una scommessa di autenticità:
lo sapeva bene Erasmo da Rotterdam: parlando della diffusa tendenza
di alcuni letterati italiani ad imitare lo stile di Cicerone egli
afferma che imitare anche un grande scrittore fino a diventarne
schiavi vuol dire rinnegare se stessi. La stessa natura si ribella
a ciò perché essa vuole che il testo sia lo specchio
dell'animo; e proprio quello che più piace al lettore è
il conoscere dallo stile gli affetti, l'indole il talento dell'autore;
da qui nascono gusti tanto diversi di fronte a scrittori di libri
più diversi. Se lo scrittore dunque si maschera troppo,
viene meno il meccanismo vitale della lettura, si appanna quello
specchio che permette non solo di vedere l'autore, ma anche di
vedere noi stessi, di riconoscere, attraverso le parole e le immagini
dell'altro, qualcosa del nostro animo. E dunque vero che non bisogna
confondere autore e narratore, o autore ed io-lirico, come vuole
lo strutturalismo, ma è anche vero, ce lo insegna un autore
come Petrarca, che la presenza quasi fisica dell'autore è
indispensabile al compimento del rito della lettura, se leggere
vuol dire incontrarsi con l'autore.
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