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Il
Neorealismo (per il triennio).
Si tratta di un modulo storico-culturale che presenta il quadro
generale di un’epoca, attraverso una campionatura di testi
significativi, sia letterari, sia di altri settori culturali,
sia documentari e storici, nonché eventualmente di opere
artistiche non letterarie (discipline coinvolte: italiano, storia
e latino).
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Unita
didattica 3: Neorealismo e memorialistica:
Primo Levi (1 ora)
L'obiettivo di questa unità sarà quello di mettere
in luce come in Italia la memorialistica di guerra costituisca
un filone a parte che, nonostante si collochi tra cronaca e letteratura,
annovera testi eccellenti, considerati veri classici del Novecento:
16 ottobre 1943 (1944) di G. De Benedetti, Cristo si è
fermato a Eboli (1945) di Carlo Levi, La guerra dei poveri (1962)
di Nuto Revelli, I piccoli maestri (1964, poi ristampato, con
notevoli modifiche, nel 1976) di Meneghello e i libri di Primo
Levi. Sarà importante, poi, sottolineare l'assenza in questi
testi degli elementi retorici e didascalici che caratterizzano,
spesso, la narrativa "letteraria" del neorealismo (vedi
unità precedente).
Ci si soffermerà in particolare sull'opera di Primo Levi:
torinese con laurea in chimica, scrive il suo primo romanzo, Se
questo è un uomo, nel 1947 e in esso trasporta tutto l’orrore
del campo di concentramento di Auschwitz, nel quale era rimasto
per quasi un anno, tra il 1943 e il 1944; la sua seconda prova
letteraria è La tregua (1963), ancora un romanzo testimonianza
sul lungo e travagliato ritorno a casa da Auschwitz. Non ci si
potrà esimere dal rivolgere agli studenti la seguente domanda:
siamo di fronte a esempi particolarmente riusciti di memorialistica
o a testi letterari veri e propri? La risposta, a favore della
seconda ipotesi, verrà dall’esame della lingua e
dello stile di Levi: gli studi scientifici dello scrittore hanno
lasciato il segno nel carattere preciso, puntuale della sua scrittura
che vuole andare a fondo nella descrizione scientifica di quanto
è avvenuto per capire il perché di tanto abbrutimento
degli uomini. Avendo tempo a disposizione, sarebbe piuttosto interessante
il confronto tra alcuni passi del romanzo La tregua e la loro
trasposizione cinematografica nell'omonimo film di Rosi, anche
perché anticiperebbe, seppur da un'altra angolatura, l'unità
didattica successiva sul revisionismo. Mi riferisco, in particolare,
al momento iniziale dell'arrivo dei russi ad Auschwitz e all'episodio
finale alla stazione di Monaco.
La descrizione dell’arrivo della pattuglia russa nel campo
di concentramento avviene con una lingua come sempre ordinata
e con tratti un po’ desueti e aulici di lessico e di sintassi,
con punte di registro alto quando si parla di neve corrotta, di
astri spenti, di colpa commessa da altrui, di vergogna che il
giusto prova. P.V. Mengaldo l’ha definita “straordinario
impasto di precisione di pathos”, dove le figure retoriche,
le gradazioni, le sinonimie, le coppie, fanno da veicolo al carico
emotivo. Nella composizione della scena gli elementi contrastivi
danno risalto all’angoscia dentro la libertà: il
basso dei prigionieri e l’alto dei soldati russi, il solido
nulla pieno di morte e il solido corporeo, pace e armi, vivi e
morti, grandi figure a cavallo e facce di bambini “rozze
e puerili”. La trasposizione cinematografica del romanzo
(1997) punta, grazie al gioco delle inquadrature, al rafforzamento
dell'identità del personaggio di Primo che diviene in questo
modo meno "testimone" e più "protagonista".
Nella sequenza dell'arrivo degli ex-deportati alla stazione di
Monaco, il regista decide di includere un elemento assente nel
romanzo: un ufficiale tedesco si inginocchia di fronte a Primo
in un inequivocabile gesto di ammissione di colpa e di richiesta
di perdono. La trasposizione cinematografica presenta delle differenze
rispetto al testo che sono legate alla grande distanza temporale
che separa le due forme artistiche, distanza che presuppone una
rimeditazione, che non significa revisionismo, sull’Olocausto.
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