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Il
Neorealismo (per il triennio).
Si tratta di un modulo storico-culturale che presenta il quadro
generale di un’epoca, attraverso una campionatura di testi
significativi, sia letterari, sia di altri settori culturali,
sia documentari e storici, nonché eventualmente di opere
artistiche non letterarie (discipline coinvolte: italiano, storia
e latino).
Unita
didattica 4: (discipline coinvolte: italiano e storia):
Neorealismo e Resistenza
(2 ore)
Molti testi dell'età del neorealismo,
siano essi letterari o di memorialistica, sviluppano il tema della
Resistenza. Questo aggancio tra letteratura e storia offrirà
l'opportunità per lo sviluppo di un'unità didattica
interdisciplinare che prenderà l'avvio con l'esposizione,
da parte dell'insegnante (lezione frontale di circa cinque minuti),
dei fatti storici riguardanti, appunto, la Resistenza.
I fatti storici: A fine '43 l'Italia risulta tagliata in due:
il Sud è sotto la giurisdizione del governo Badoglio e
degli Alleati, il Nord zona d'occupazione dei tedeschi. In questa
situazione ritrovano uno spazio d'azione i partiti antifascisti:
il partito socialista, quello comunista, quello repubblicano,
quello liberale, la Democrazia cristiana (linea di don Sturzo),
il Partito d'Azione (linea gobettiana). Questi partiti subito
dopo l'8 settembre costituiscono il CNL (Comitato di Liberazione
Nazionale). Nasce così la Resistenza: l'unico obiettivo
unitariamente perseguito che accomuna le varie formazioni partigiane
è certamente la liberazione del territorio nazionale dagli
occupanti nazisti. Circa il futuro assetto da dare alla società
italiana, invece, le posizioni delle varie formazioni partigiane
e dei partiti ai quali esse si collegano sono molto diverse: le
formazioni "badogliane" lottavano pensando a una restaurazione
della monarchia, mentre le brigate "Matteotti" (socialisti)
e le brigate "Garibaldi" (comunisti) pensavano a una
profonda e rivoluzionaria trasformazione sociale.
Dopo mezzo secolo la Resistenza è ancora motivo di dibattito
e di scontro: l'insegnante dovrà chiarire a questo riguardo
la nozione di Revisionismo storiografico, spiegando l'espressione
attraverso la presentazione delle tesi revisioniste di storici
contemporanei come Nolte e Furet; di contro si potrebbe effettuare
la lettura di un articolo giornalistico di Primo Levi che condanna
apertamente le tesi del revisionismo (Il gulag e il lager, da
"La Stampa", 22 gennaio 1987).
In un secondo momento si consegneranno agli studenti, su fotocopia,
estratti da alcuni saggi riguardanti il tema della "revisione"
della Resistenza (C. Pavone, Una guerra civile, G. Amendola, Intervista
sull'antifascismo e G. Bocca, Storia dell'Italia partigiana) e,
dopo la lettura domestica, si stimolerà un dibattito in
classe.
Infine si passerà all'esame della Resistenza nella letteratura:
si potrebbe invitare gli studenti alla lettura integrale de Il
sentiero dei nidi di ragno di Calvino o, in alternativa, scegliere
alcuni brani da diversi romanzi, tra cui I piccoli maestri di
L. Meneghello.
Il sentiero dei nidi di ragno: protagonista del romanzo è
Pin, un bambino cresciuto in una famiglia disastrata, senza genitori
e con una sorella prostituta, abituato a frequentare solo gli
adulti e ad imitare i loro comportamenti a volte crudeli. Un giorno,
accettando la sfida di uno di quegli uomini “incomprensibili”
con cui trascorre le giornate bevendo vino e fumando, ruba la
pistola all’amante tedesco della sorella e la nasconde a
ridosso di un fiume, in un luogo segreto dove “fanno il
nido i ragni”; viene quindi arrestato ma fugge in maniera
rocambolesca di prigione con un giovane partigiano. Inizia quindi
la seconda parte del romanzo, quella che vede Pin accolto in una
banda di partigiani di “seconda categoria”, costituita
cioè da individui emarginati, logori e “pidocchiosi”,
ma con quella forza interiore e quella moralità che spinse
a combattere per la libertà anche persone non politicamente
consapevoli delle idee dei partiti che li sostenevano. Persone
che, nonostante i mille difetti con cui vengono descritte dal
bambino, lasciano trasparire un grande bisogno di contatto umano,
vuoi attraverso la relazione adulterina del Dritto e della Giglia,
vuoi con l’immagine conclusiva del romanzo che rappresenta
il partigiano chiamato il Cugino che stringe nella sua mano “di
pane” quella del bambino. Proprio riferendosi alla rappresentazione
stravolta dei partigiani Calvino parla di neoespressionismo e
afferma che ciò che la letteratura italiana non era riuscita
a fare nel primo dopoguerra, affiancando la contemporanea esperienza
espressionistica europea, riuscì a realizzarlo in questo
momento storico, quando la poesia poteva emergere solamente dai
tratti esasperati e grotteschi dei personaggi. Ma il valore del
romanzo non si limita a questo: innanzitutto la persona di Kim
spiazza le attese del lettore che si trova di fronte un bambino
con “una voce rauca da bambino vecchio”, che tracanna
vino, inghiotte fumo, e assiste agli amplessi della sorella. Gli
atteggiamenti spavaldi che lo caratterizzano vengono però
smentiti continuamente da una fragilità che intenerisce
ogni volta che la solitudine fa emergere la sua vera età:
ecco, dunque i pianti, gli incubi, il bisogno di una carezza e
di una mano amica. Ma essere bambino significa anche poter vedere
il mondo con gli occhi dell’ingenuità e della fantasia
e poter vivere momenti anche drammatici, come quello in cui si
trova a maneggiare la pistola o quello dell’arresto, con
quella leggerezza avventurosa che solo i bambini sono in grado
di mettere in atto. In questi momenti è il romanzesco puro
a prendere il sopravvento e non a caso Pavese fu il primo a notare
la propensione favolistica di Calvino: anche lo scrittore piemontese
aveva creato in Anguilla un orfano, e aveva forse omaggiato lo
stesso Calvino inserendo nel suo romanzo La luna e i falò
riferimenti al romanzesco puro. D’altra parte anche Il sentiero
dei nidi di ragno contiene un omaggio al romanzo d’avventure,
se nel comporlo Calvino s’ispirava a Hemingway, ma nel contempo
all’Isola del tesoro di Stevenson. Anche la visione della
Resistenza è subordinata all’età anagrafica
del protagonista e ci appare attraverso i suoi occhi che sono
quelli della fantasia e del sogno: ecco allora che termini politici
come “gap” o “troskista” si caricano di
un alone misterioso e suggestivo, come pure i comportamenti degli
uomini che pensano solo alle armi e ad "intrecciarsi"
con le donne tra i rododendri. L’età adolescenziale
dei protagonisti assume, secondo quanto afferma R. Luperini, un
ruolo preponderante nella narrativa italiana del Novecento: il
punto di vista adolescenziale non solo è “basso”,
come nel caso di Pin, ma è soprattutto “estraniato”
e riflette di conseguenza il disagio dello scrittore del Novecento
di fronte alla società che non offre più valori
o punti di riferimento, al di là della guerra. Dietro Pin
si nasconde lo stesso Calvino che nella prefazione ammette di
aver connotato il protagonista con il carattere dell’isolamento
per riflettere il senso di estraneità vissuto da lui borghese
durante l’esperienza partigiana, e con il carattere della
spregiudicatezza e della soddisfazione nel sentirsi vicino al
mondo della malavita, per evidenziare il modo intellettuale di
essere sempre “all’altezza della situazione, di non
meravigliarsi, di difendersi dalle emozioni...” La descrizione
dello spazio è fondamentale: si assiste allo spostamento
tra la città, simbolo di degrado e di violenza e la campagna
e il bosco, che rappresentano il mondo della fantasia, del sogno,
dove anche una pistola può rappresentare un momento di
tenerezza, può acquisire altri valori oltre quello della
violenza. Per quanto concerne lo stile bisogna sottolinare l’impiego
di similitudini che rendono bene la fantasia e l'immaginazione
del bambino, l'impiego di quelle espressioni gergali che poi lo
scrittore rigetterà e nello stesso tempo di una lingua
estremamente precisa e concreta. Il narratore è esterno
ma il punto di vista è quello del bambino (è una
mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane; E’
un omino col giubbotto da marinaio e con un cappuccio di pelo
di coniglio sul cranio calvo; Pin pensa che sia uno gnomo che
abita in quella casetta in mezzo al bosco); tuttavia, a volte
lo stile si innalza e diviene quasi poetico, come nella descrizione
metaforica di uno dei momenti in cui Pin scoppia a piangere: ma
il pianto già lo raggiunge, e annuvola le pupille e inzuppa
le vele delle palpebre; prima pioviggina silenzioso, poi scroscia
dirotto con un martellare di singhiozzi su per la gola. Tra la
posizione del narratore e il punto di vista di Pin si crea uno
scarto che emerge non solo dalla diversa qualità stilistica
della scrittura, ma anche dai momenti in cui la visione di Pin
delle cose e degli eventi che lo circondano nasconde stimoli per
il lettore, chiamato a individuare la cruda realtà dietro
la visione fantastica del bambino. Meno interessanti, invece,
le sezioni in cui il narratore, e con esso l’autore implicito,
emerge chiaramente con il tentativo di dare una motivazione ideologica
e politica all'azione dei partigiani. Calvino afferma di aver
pensato, su consiglio dei primi lettori, di eliminare il capitolo
in cui parla l’intellettuale Kim, ma di aver poi cambiato
idea e di aver lasciato il testo così com'era nato.
I piccoli maestri (analisi di un brano): Meneghello racconta la
sua esperienza di partigiano vissuta insieme a un gruppo di giovani
amici intellettuali e conclusasi con un rastrellamento tedesco
al quale lo scrittore riuscì a sfuggire. Il suo obiettivo
era quello di descrivere il rapporto umano vissuto dal gruppo
di amici, ma anche di tracciare un quadro della Resistenza veneta
descrivendola dall’interno. Lo schema non è però
quello della cronaca, ma piuttosto quello del romanzo di formazione
con influssi di Salinger e di Twain, il tempo non è lineare,
ma vi sono anticipazioni e differimenti, infine non mancano elementi
simbolici come il buco, la crepa nel terreno che rappresenta la
salvezza dell’autore durante il rastrellamento e nella quale
egli si calerà dopo la fine della guerra; il romanzo inizia
proprio con questo episodio, quasi per chiudere il cerchio di
quell’esperienza. Il fatto che il testo sia stato scritto
nel 1963 e poi riveduto più volte prima della pubblicazione,
conferisce allo stile un tono equilibrato e vigile sulle emozioni.
Particolarmente significativa la pagina in cui l’autore-protagonista
e due suoi amici si imbattono, non visti, in due soldati tedeschi:
uno dei compagni ha bisogno di scarpe nuove e, in un primo momento,
tutti pensano che potrebbero sottrarle ai nemici dopo averli uccisi.
Ma nessuno riesce a compiere il gesto a sangue freddo, anzi l’episodio
diventa l’occasione per riflettere sulla drammaticità
di eventi legati alla violenza della guerra. Ecco allora che i
due soldati tedeschi non sembrano tanto nemici, quanto contadinotti,
carrettieri, mugnai, gente che ne ha le tasche piene di quanto
sta avvenendo e loro, i giovani partigiani, non sono altro che
ragazzi sconvolti dall’idea di dover uccidere a sangue freddo
un’altra persona, perché uccidere significa “perdere
quella radice che chiami te stesso”. E' per questo che ogni
oleografica rappresentazione della Resistenza è accantonata,
a partire dall' impiego dei pronomi personali, usati sempre nella
forma del plurale “noi” o in quella impersonale del
“tu”, bandendo la prima persona, come a respingere
l’aura eroica che circonda il pronome “io”.
Quello che lo stesso Meneghello sottolinea nella Nota introduttiva
all’edizione del 1976 è proprio la volontà
di rappresentare un antieroe e di fornire una visione antiretorica
di quel momento storico. Proprio per questo non sono rari i momenti
in cui la narrazione diviene leggera e divertente. Essere un antieroe
non significa comunque essere una persona normale: nella sua autorappresentazione
lo scrittore vuole evidenziare “la fede nell’autonomia
assoluta della coscienza individuale” e l’intensità
morale che lo indusse, insieme agli altri, a quell’esperienza
e poi alla stesura del libro, che quei momenti rievoca con passione,
leggerezza e verità.
L'unità si potrebbe concludere con un riferimento alla
microstoria (La resistenza nelle Marche), attraverso la lettura
e l'analisi di alcune liriche del fermano Franco Matacotta (Ballata
del partigiano, Ganci), la cui raccolta "Fisarmonica rossa"
rappresenta sicuramente l'esperienza più significativa
per la letteratura resistenziale marchigiana.
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