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Articoli
sull'11 settembre
Giovedì
13 settembre
Le nostre vite cambiate
di Claudio Magris (Corriere
della sera)
IIl mondo, secondo un detto ebraico, può essere
distrutto fra la sera e il mattino. Per nostra fortuna e sfortuna,
siamo costituzionalmente incapaci di crederlo, di immaginare che
l’ordine e lo scenario della nostra vita possano essere
radicalmente sconvolti e che fra oggi e domani le nostre giornate
possano di colpo assomigliare a quelle dei tedeschi sotto le bombe
di Dresda o dei milanesi durante la peste del Seicento; allo stesso
modo nessuno, neanche quando effettua un sorpasso in curva, pensa
veramente di poter morire. L’idea, ad esempio, di un nuovo
morbo scatenato da un inquinamento divenuto intollerabile e capace
di far strage suona ora ridicolmente fantascientifica, ma l’ipotesi
dell’inaudita strage e distruzione avvenute a New York e
a Washington era, sino a poche ore fa, non meno improbabile e
forse, all’inizio dell’epidemia della spagnola, nessuno
pensava che avrebbe fatto più morti della Prima guerra
mondiale. Il day-after, l’incubo del giorno successivo all’apocalisse
di un conflitto nucleare fra l’Occidente e il blocco sovietico,
ha terrorizzato le fantasie all’epoca della guerra fredda,
ma si è verificato - per fortuna non in misura planetaria,
ma comunque in proporzioni spaventose - dopo la fine di quell’incubo
di una terza guerra mondiale, quando essa, almeno nei termini
in cui la si immagina, non può più scoppiare. Uno
dei due avversari, l’impero comunista, non esiste più
e nessuno Stato è neanche lontanamente in grado di contendere,
quanto meno nei modi e con i mezzi tradizionali, il dominio del
mondo alla superpotenza militare ed economica dell’impero
americano. Da poche ore, ci si accorge di essere in guerra, che
una guerra mondiale c’è e investe direttamente la
nostra realtà, anziché essere combattuta, come accadeva
nei decenni passati, per procura in altre insanguinate parti del
globo, dalla Corea al Biafra a tante altre regioni. Ed è
una guerra che coglie impreparati anche per l’invisibilità
del nemico, che mai come in questo caso è difficile individuare
e dunque colpire, punendolo per l’immane macello e soprattutto
mettendolo in condizione di non poter ripetere eccidi e attacchi
del genere.
Da poche ore, da quando sono arrivate le prime notizie e le prime
immagini di distruzione, accanto all’incredulità
e all’orrore un sentimento si è impadronito di noi:
il sentimento che la nostra vita è cambiata e sta cambiando.
Chi ha dei figli che vivono e lavorano in altri Paesi, e che grazie
alle possibilità di comunicazione d’ogni genere e
alla facilità di spostamenti sentiva vicini come se si
trovassero a pochi chilometri, d’improvviso li ha sentiti
lontani, come accade in tempo di guerra, quasi potessero diventare
di colpo raggiungibili con difficoltà. A parte l’inefficienza
dei meccanismi di controllo emersa in questo caso, la circolazione
e la mobilità, premessa e paesaggio indispensabile della
nostra vita sociale, economica, culturale, politica e anche affettiva,
non è conciliabile con le misure di sicurezza necessarie
in una situazione di guerra. Se per eliminare una criminalità
improvvisamente dilatata a dimensioni abnormi in una città
è necessario pattugliare ogni strada e perquisire a fondo
tutti i passanti, quella città non è più
una città ma una guarnigione assediata, in cui non possono
esserci le cose che costituiscono la vita cittadina.
Per le generazioni che non hanno conosciuto la guerra è
ancor più difficile affrontare una simile situazione, per
esse antidiluviana. Quella che ora sta forse cambiando non è,
beninteso, la vita del mondo, ma del nostro mondo; per i milioni
e milioni di affamati, oppressi e sventurati dell’Africa,
del Sudamerica, dell’Asia, per i dannati della Terra non
cambierebbe nulla, così come non significava nulla per
essi, l’altra sera, non poter telefonare a New York.
Pure questa strage ha, come ogni delitto, i suoi autori e mandanti
specifici, nomi e cognomi precisi anche se così difficilmente
accertabili. Essa s’inquadra tuttavia in una crisi mondiale.
Abbiamo saputo affrontare e gestire la guerra fredda, la lunga
epoca di contrapposizione dei due blocchi, ma siamo totalmente
sprovveduti dinanzi al mondo che è sorto dopo, dinanzi
ai problemi, ai sussulti, alle contraddizioni, ai mutamenti che
lo sconvolgono. Forse abbiamo saputo governare il mondo della
guerra fredda - sia pure con giganteschi errori e orrori che hanno
insanguinato altre parti e genti della Terra - perché esso
era l’ultima fase di una storia plurisecolare, le cui caratteristiche,
i cui conflitti e i cui meccanismi ci erano familiari, talora
tragicamente familiari. Vivevamo ancora in un vecchio ordine del
mondo - e della logica di potenza - che è cominciato a
saltare nel 1914, ma è sopravvissuto - sia pure con protesi
e accanimenti terapeutici - sino all’89. Ora ci troviamo
in un mondo veramente altro, in una dimensione mondiale che sconquassa
ogni schema consueto e sconvolge su ogni piano - economico, culturale,
politico, tecnologico, perfino biologico e genetico - i rapporti
fra gli uomini e l’uomo stesso.
Piccoli gruppi sono in grado di colpire a fondo il cuore del potere
mondiale ed è da temere che la dissennata proliferazione
di armi nucleari, dissennatamente non ostacolata a sufficienza,
darà a qualsiasi staterello o organizzazione occasione
di provocare ecatombi. Una contrapposizione - quantitativamente
sinora ignota - fra i molti che vivono un’esistenza decente
e le innumerevoli moltitudini che vivono in condizioni innominabili
appare incontrollabile e dunque esplosiva, come ogni ordigno incontrollato.
Solo la fine del mondo antico è paragonabile, come è
stato acutamente scritto, alla trasformazione epocale e globale
che sta avvenendo oggi. Possiamo sempre sperare che si tratti
invece di una crisi simile alle guerre civili che dilaniarono
Roma alla fine della Repubblica ma furono seguite dall’ordine
dell’Impero, ma potrebbe trattarsi di una crisi analoga
alla dissoluzione dell’Impero stesso e di tutta la civiltà
antica, a quel crollo che fu seguito - sul piano politico e civile
- da un buco nero di caos durato per secoli.
Sul piano immediato, è difficile dire cosa accadrà
e se anche stavolta, come teme Predrag Matvejevic, la condanna
e la vendetta meritate non puniranno, come spesso, i veri colpevoli.
Certamente il terrorismo internazionale dovrà essere colpito;
ad esempio, anche se in questo caso non fosse coinvolto, Bin Laden
- la cui immunità ha degli aspetti stupefacenti e sospetti
- in quanto promotore di terrorismo va comunque considerato correo.
Sarà anche necessario rivedere i giochi politici troppo
furbi - e ingenui come ogni furberia - che hanno portato gli stessi
Stati Uniti ad appoggiare, in certi casi, in vera o presunta funzione
anticomunista, forze fondamentaliste islamiche e a presentare
quali campioni di libertà anche quei mujaheddin che, durante
la guerra con l’Armata Rossa, assassinavano i direttori
delle scuole afghane che ammettevano le donne agli studi. In queste
drammatiche circostanze riacquista un ruolo pure la capacità
individuale di chi governa e sarebbe bene avere alla guida del
mondo un presidente personalmente un po’ più dotato
di Bush junior, anche se un’amministrazione come quella
presidenziale americana va giudicata non in base al suo capo,
ma al suo staff. In ogni caso, Churchill nella Londra devastata
dalle bombe naziste dava un’impressione diversa.
Assistere in diretta a un evento epocale della storia mondiale
non è esaltante, come credono le teste calde amanti di
un’eccitazione purchessia; è solo deprimente e angoscioso.
Molti anni fa, alcuni studenti dell’università di
Trieste avevano affisso un manifesto in cui deprecavano che non
succedesse mai nulla, che la vita scorresse uguale, senza scosse
e novità eclatanti. Magari non succedesse mai nulla di
sconvolgente. Sarebbe meraviglioso se i giornali non avessero
mai eventi da mettere a caratteri cubitali, se potessimo vedere
alla televisione film dell’orrore anziché orrori,
se la storia universale e i suoi manovali sanguinari non ci impedissero
di vivere normalmente, lavorare, andare a spasso, chiacchierare
con gli amici, senza stare in pena per loro quando si trovano
improvvisamente in un finimondo.
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