Docente di Lettere - Scuola Superiore

 
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La lezione è come un lume che s’apre e sboccia a poco a poco nell’anima di ognuno, ingrandisce e illumina tutti di un unico palpitare di luce, e maestro e scolari. Anche il maestro impara come gli scolari facendo lezione: perché imparare non è altro che scoprire sé e chiarire sé a se stessi.

Manara Valgimigli, La mia scuola

 

Articoli sull'11 settembre

Mercoledì 12 settembre
Quando la storia si presenta come un film
di Alessandro Baricco
(Repubblica)

Giovedì 13 settembre
Le nostre vite cambiate
di Claudio Magris
(Corriere della sera)

Diario degli intellettuali di guerra
Il lusso di pensare
Trentatrè opinioni poco allineate

a cura di Mario Portanova

Giovedì 13 settembre
Le nostre vite cambiate
di Claudio Magris
(Corriere della sera)


IIl mondo, secondo un detto ebraico, può essere distrutto fra la sera e il mattino. Per nostra fortuna e sfortuna, siamo costituzionalmente incapaci di crederlo, di immaginare che l’ordine e lo scenario della nostra vita possano essere radicalmente sconvolti e che fra oggi e domani le nostre giornate possano di colpo assomigliare a quelle dei tedeschi sotto le bombe di Dresda o dei milanesi durante la peste del Seicento; allo stesso modo nessuno, neanche quando effettua un sorpasso in curva, pensa veramente di poter morire. L’idea, ad esempio, di un nuovo morbo scatenato da un inquinamento divenuto intollerabile e capace di far strage suona ora ridicolmente fantascientifica, ma l’ipotesi dell’inaudita strage e distruzione avvenute a New York e a Washington era, sino a poche ore fa, non meno improbabile e forse, all’inizio dell’epidemia della spagnola, nessuno pensava che avrebbe fatto più morti della Prima guerra mondiale. Il day-after, l’incubo del giorno successivo all’apocalisse di un conflitto nucleare fra l’Occidente e il blocco sovietico, ha terrorizzato le fantasie all’epoca della guerra fredda, ma si è verificato - per fortuna non in misura planetaria, ma comunque in proporzioni spaventose - dopo la fine di quell’incubo di una terza guerra mondiale, quando essa, almeno nei termini in cui la si immagina, non può più scoppiare. Uno dei due avversari, l’impero comunista, non esiste più e nessuno Stato è neanche lontanamente in grado di contendere, quanto meno nei modi e con i mezzi tradizionali, il dominio del mondo alla superpotenza militare ed economica dell’impero americano. Da poche ore, ci si accorge di essere in guerra, che una guerra mondiale c’è e investe direttamente la nostra realtà, anziché essere combattuta, come accadeva nei decenni passati, per procura in altre insanguinate parti del globo, dalla Corea al Biafra a tante altre regioni. Ed è una guerra che coglie impreparati anche per l’invisibilità del nemico, che mai come in questo caso è difficile individuare e dunque colpire, punendolo per l’immane macello e soprattutto mettendolo in condizione di non poter ripetere eccidi e attacchi del genere.
Da poche ore, da quando sono arrivate le prime notizie e le prime immagini di distruzione, accanto all’incredulità e all’orrore un sentimento si è impadronito di noi: il sentimento che la nostra vita è cambiata e sta cambiando. Chi ha dei figli che vivono e lavorano in altri Paesi, e che grazie alle possibilità di comunicazione d’ogni genere e alla facilità di spostamenti sentiva vicini come se si trovassero a pochi chilometri, d’improvviso li ha sentiti lontani, come accade in tempo di guerra, quasi potessero diventare di colpo raggiungibili con difficoltà. A parte l’inefficienza dei meccanismi di controllo emersa in questo caso, la circolazione e la mobilità, premessa e paesaggio indispensabile della nostra vita sociale, economica, culturale, politica e anche affettiva, non è conciliabile con le misure di sicurezza necessarie in una situazione di guerra. Se per eliminare una criminalità improvvisamente dilatata a dimensioni abnormi in una città è necessario pattugliare ogni strada e perquisire a fondo tutti i passanti, quella città non è più una città ma una guarnigione assediata, in cui non possono esserci le cose che costituiscono la vita cittadina.
Per le generazioni che non hanno conosciuto la guerra è ancor più difficile affrontare una simile situazione, per esse antidiluviana. Quella che ora sta forse cambiando non è, beninteso, la vita del mondo, ma del nostro mondo; per i milioni e milioni di affamati, oppressi e sventurati dell’Africa, del Sudamerica, dell’Asia, per i dannati della Terra non cambierebbe nulla, così come non significava nulla per essi, l’altra sera, non poter telefonare a New York.
Pure questa strage ha, come ogni delitto, i suoi autori e mandanti specifici, nomi e cognomi precisi anche se così difficilmente accertabili. Essa s’inquadra tuttavia in una crisi mondiale. Abbiamo saputo affrontare e gestire la guerra fredda, la lunga epoca di contrapposizione dei due blocchi, ma siamo totalmente sprovveduti dinanzi al mondo che è sorto dopo, dinanzi ai problemi, ai sussulti, alle contraddizioni, ai mutamenti che lo sconvolgono. Forse abbiamo saputo governare il mondo della guerra fredda - sia pure con giganteschi errori e orrori che hanno insanguinato altre parti e genti della Terra - perché esso era l’ultima fase di una storia plurisecolare, le cui caratteristiche, i cui conflitti e i cui meccanismi ci erano familiari, talora tragicamente familiari. Vivevamo ancora in un vecchio ordine del mondo - e della logica di potenza - che è cominciato a saltare nel 1914, ma è sopravvissuto - sia pure con protesi e accanimenti terapeutici - sino all’89. Ora ci troviamo in un mondo veramente altro, in una dimensione mondiale che sconquassa ogni schema consueto e sconvolge su ogni piano - economico, culturale, politico, tecnologico, perfino biologico e genetico - i rapporti fra gli uomini e l’uomo stesso.
Piccoli gruppi sono in grado di colpire a fondo il cuore del potere mondiale ed è da temere che la dissennata proliferazione di armi nucleari, dissennatamente non ostacolata a sufficienza, darà a qualsiasi staterello o organizzazione occasione di provocare ecatombi. Una contrapposizione - quantitativamente sinora ignota - fra i molti che vivono un’esistenza decente e le innumerevoli moltitudini che vivono in condizioni innominabili appare incontrollabile e dunque esplosiva, come ogni ordigno incontrollato.
Solo la fine del mondo antico è paragonabile, come è stato acutamente scritto, alla trasformazione epocale e globale che sta avvenendo oggi. Possiamo sempre sperare che si tratti invece di una crisi simile alle guerre civili che dilaniarono Roma alla fine della Repubblica ma furono seguite dall’ordine dell’Impero, ma potrebbe trattarsi di una crisi analoga alla dissoluzione dell’Impero stesso e di tutta la civiltà antica, a quel crollo che fu seguito - sul piano politico e civile - da un buco nero di caos durato per secoli.
Sul piano immediato, è difficile dire cosa accadrà e se anche stavolta, come teme Predrag Matvejevic, la condanna e la vendetta meritate non puniranno, come spesso, i veri colpevoli. Certamente il terrorismo internazionale dovrà essere colpito; ad esempio, anche se in questo caso non fosse coinvolto, Bin Laden - la cui immunità ha degli aspetti stupefacenti e sospetti - in quanto promotore di terrorismo va comunque considerato correo. Sarà anche necessario rivedere i giochi politici troppo furbi - e ingenui come ogni furberia - che hanno portato gli stessi Stati Uniti ad appoggiare, in certi casi, in vera o presunta funzione anticomunista, forze fondamentaliste islamiche e a presentare quali campioni di libertà anche quei mujaheddin che, durante la guerra con l’Armata Rossa, assassinavano i direttori delle scuole afghane che ammettevano le donne agli studi. In queste drammatiche circostanze riacquista un ruolo pure la capacità individuale di chi governa e sarebbe bene avere alla guida del mondo un presidente personalmente un po’ più dotato di Bush junior, anche se un’amministrazione come quella presidenziale americana va giudicata non in base al suo capo, ma al suo staff. In ogni caso, Churchill nella Londra devastata dalle bombe naziste dava un’impressione diversa.
Assistere in diretta a un evento epocale della storia mondiale non è esaltante, come credono le teste calde amanti di un’eccitazione purchessia; è solo deprimente e angoscioso. Molti anni fa, alcuni studenti dell’università di Trieste avevano affisso un manifesto in cui deprecavano che non succedesse mai nulla, che la vita scorresse uguale, senza scosse e novità eclatanti. Magari non succedesse mai nulla di sconvolgente. Sarebbe meraviglioso se i giornali non avessero mai eventi da mettere a caratteri cubitali, se potessimo vedere alla televisione film dell’orrore anziché orrori, se la storia universale e i suoi manovali sanguinari non ci impedissero di vivere normalmente, lavorare, andare a spasso, chiacchierare con gli amici, senza stare in pena per loro quando si trovano improvvisamente in un finimondo.

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